venerdì 31 agosto 2007

Il giorno dei blogger

Oggi si celebra il blog day. Io aderisco: l'iniziativa si propone di diffondere la cultura del blog. Ecco le mie segnalazioni.
Lesandro’s. Uno spazio dove le parole non sono aria tra i denti. Per gli amanti della polemica feconda.
L’Angolo nero. Il blog del mistero, curato da Alessandra Buccheri, è ben aggiornato e mai ridondante. Per gli amanti del giallo, e non solo.
Così è (se vi pare). Ironico, rapido nell’informazione. Ricco di battute e fotomontaggi. Per chi non gradisce la risata grassa.
Parole corsare. Politica, religione, costume secondo Salvo Toscano. Per gli amanti della moderazione.
Diarioacido. Vignette taglienti e buon gusto. Accoppiata rara. Per gli amanti della satira classica.

giovedì 30 agosto 2007

Sei minuti

Nel giallo di Garlasco – una piccola Twin Peaks pavese – il colpo di scena quotidiano è oggi dedicato a un buco di sei minuti, il tempo impiegato dal fidanzato della vittima a entrare e ad uscire dal luogo del delitto. Mi sono perso qualcosa in questa storia cucinata e spalmata sui giornali e sui siti web. Anzi, ho voluto perdermi qualcosa quando ho capito che la tragedia di una ragazza massacrata finiva per essere un elemento di colore nei resoconti morbosi di invidie malcelate, chiacchiericci paesani, pulsioni post adolescenziali e voglie di protagonismo televisivo. Ho seguito soltanto le cronache di Piero Colaprico, che su Repubblica si è ostinato tenere un diario puntuale sugli sviluppi delle indagini. Il resto mi è sembrato quasi tutto immondizia.
Tralascio l’irruzione di Fabrizio Corona e la saga delle due cuginette, diventate oggetto di un tormentone fotografico, e dedico poche righe a questi cruciali sei minuti. Gli investigatori vogliono sapere cosa ha fatto veramente il fidanzato di Chiara in quest’arco di tempo, a parte chiamare la vittima, attendere una risposta che non arriva, scavalcare il cancello della villetta, entrare, scendere una rampa di scale, scoprire il cadavere, spaventarsi quanto basta, uscire e avvertire il 118. Sei minuti sono molti per chi indaga, pochissimi per chi si trova in un dramma. Non voglio esagerare, ma mi sembra irreale costruire un castello accusatorio su un tempo così neutro. Sei minuti basterebbero per uccidere a forza di muscoli (la ragazza è stata assassinata con dei colpi di un oggetto molto pesante), nascondere l’arma del delitto e presentarsi pulito ai soccorritori? Credo di no.

mercoledì 29 agosto 2007

Culi dei vip

Negli ultimi tempi una singolare fonte di traffico verso questo blog è fornita dalla chiave di ricerca culi dei vip. Centinaia di visitatori approdano qui digitando queste tre parole. La cosa non mi offende pur non essendo un vip e pur tenendo culi e derivati ben distanti dalla vetrina della mia bottega. Mi colpiscono però la pervicacia con cui si inseguono notizie sull’argomento e l’apertura totale a ogni tipo di aggiornamento: culi dei vip che siano maschi, femmine o altro.
Mi dispiace di aver fornito, con questo post, un’ulteriore falsa pista per i cercatori di deretani illustri. Se però costoro si accontentano di qualche metafora posso fornire un discreto campionario. Di facce, eh!
P.S.
Effettivamente facendo la ricerca su Google il primo risultato che appare su oltre mezzo milione di scelte è un mio post di luglio, mannaggia a me.

martedì 28 agosto 2007

Leggi mancine

E’ un Paese strano quello in cui si grida allo scandalo se una giunta di sinistra dichiara guerra ai lavavetri. Ci pensavo stamattina leggendo i giornali. E in particolare mi soffermavo sull’inconsistente concetto di sinistra (e, per contrappasso, di destra). “Potevi pensare a qualcosa di meglio”, direte voi. Vero è. Ma lasciatemi spiegare, così mi disinnesco.
Una giunta di sinistra deve lodare l’illegalità o far finta che certi fenomeni non esistano? Mi pare questa la domanda cruciale.
Nel nostro Paese, il rigore e la tolleranza zero sono sinonimi di destra. Altrove sono chiare linee politiche, anche di destra.
Nel nostro Paese, le fantasie più impopolari e il garantismo più ballerino sono sulle bandiere di una sinistra finto-buonista. Altrove sono semplici errori di grammatica politica, anche di sinistra.
Più che giudicare un provvedimento legislativo, una delibera, una circolare, dalla casacca partitica di chi firma, sarebbe utile leggere quel provvedimento, quella delibera, quella circolare e scegliere se applaudire o se fischiare, pur obbedendo.
Restiamo distanti dalle regole mentre ci attraggono i moralismi pelosi, le scaramucce da campanile, le strategie condominiali. Siamo campioni di equilibrismo logico, vogliamo sempre ragione e se non ne troviamo una disponibile ce la costruiamo. Anche abusivamente.
Se una giunta dichiara guerra ai lavavetri, voglio sapere come e perché è arrivata a tanto. Voglio sapere cosa accade giorno per giorno e se la situazione migliora. Voglio sapere chi vigila per evitare abusi e chi garantisce sulla effettiva applicazione della legge. Voglio illudermi di non lasciarmi influenzare se chi ha firmato l’ordinanza è mancino oppure no.

lunedì 27 agosto 2007

Il fucile di Bossi

Da raffinata creatura politica quale è, Umberto Bossi ha tratteggiato ieri, nel cuore della Padania, le sue idee in materia fiscale. Con la moderazione che lo ha reso celebre, ha invocato “i fucili contro le tasse”. Con la competenza storica che ne ha fatto un pensatore simbolo dei nostri tempi, ha bollato Cavour e Garibaldi come “stronzi”.
Chi ancora manifestava residue preoccupazioni sul suo stato di salute ha potuto tirare un peto di sollievo: il Senatur si è ormai ripreso alla grande, il suo celebre apparato genitale è tornato a illuminarlo in idee dirompenti. Resta soltanto la voce arrochita, meno potente di quella che ce lo fece amare quando parlò di marce armate su Roma, di proiettili contro i giudici monelli, o quando da ministro pensò di risolvere il problema dell’immigrazione clandestina con i cannoni.
Bentornato nel nobile agone politico, senatore Umberto Bossi, padano tra i padani, leader delle parole fuori dalle dentiere, fustigatore di fondoschiena sudisti. Vada sino in fondo, adesso. In fondo a destra.

sabato 25 agosto 2007

Perdonatemi

La signora Ardant ha chiesto scusa per la sua corbelleria sulle Br e ha riscosso un perdono istantaneo, quasi liberatorio. In un paio di giorni, la celebre attrice ha collezionato migliaia tra articoli, commenti, servizi televisivi e radiofonici, post di blog. Tutto per un’accozzaglia di sputacchi deliranti, condensabili – per mio pudore - nell’elogio di Renato Curcio.
Ieri, con la benedizione del Tg1, ha sussurrato: “Mi sono sbagliata, pardon”. Applausi.
L’esercizio del perdono è prerogativa della gente di buona creanza, al di là delle questioni etiche, dei convincimenti religiosi, della struttura gastro-esofagea di ciascuno di noi. I tempi di questo esercizio mi sembrano fondamentali. Se uno porge l’altra guancia mentre sta ancora assaggiando il primo cazzotto, non mi sembra un buon cristiano, ma quantomeno uno stupido. Con Fanny Ardant ho registrato una specie di martirio alla rovescia, dove i più contriti erano coloro che non vedevano l’ora di assolvere, dichiarare ottimisticamente, spalmare di miele il pane rancido servito dalla signora in questione. Il governatore del Veneto Galan ha battuto tutti sul tempo, salvando dall’imbarazzo qualche trombone del Festival di Venezia (la Ardant è invitata) e addirittura elogiando l’attrice per avere usato “una parola che è la parte più democratica e civile del nostro Paese: perdonatemi”. E questa mi sembra davvero una solenne minchiata.
Perdonatemi.

venerdì 24 agosto 2007

I proiettili di Fanny Ardant

Ci deve essere una forte componente di masochismo in Fanny Ardant, l’attrice francese che ha tracimato su un settimanale dichiarazioni tipo: «Ho sempre considerato il fenomeno Brigate rosse molto coinvolgente e passionale »; «Per me Renato Curcio è un eroe».
Fatte salve la sua capacità di intendere e di volere e un certo vezzo (geriatrico) di apparire gioiosamente sopra le righe, ci resta solo da discutere sulla volontà autolesionista della signora. Per non scivolare dal crinale che divide i giudizi sommari dalla volgarità, proviamo a schematizzare.
1) Lodare una banda di assassini fa male alla memoria, quindi a ciascuno di noi. Persino a lei.
2) Indicare il periodo degli Anni di piombo come un’epoca di vera democrazia (“un’epoca in cui si sceglieva un campo, c’era chi prendeva fuoco e decideva che poteva ammazzare e farsi ammazzare”) equivale a dire che i proiettili sono in realtà idee e che le pistole sono cervelli. La mente della signora comunque è stata caricata a salve.
3) Siamo un Paese di vittime, innocenti, ignote, povere e dimenticate, al pari di una nazione sudamericana. Quando si parla di morti, dalle nostre parti, si parla di qualcosa che non può essere pesata e che non è circoscrivibile in alcun elenco. Alzarsi una mattina col deliberato intento di inventarsi una lista dove buoni e cattivi si confondono significa esporre la schiena alla frusta della ragione.
4) Quel sentimento tutto francese di leggere la storia degli altri con sanguigna passione non può in alcun modo rappresentare un’attenuante per l’Ardant. Gli eroi, anche negativi, sono tali se lasciano un segno. Gli orfani e le vedove non sono segni, ma ferite orribili. Anche se la signora preferisce includerli nella categoria degli effetti collaterali.
Masochismo, non altro. L’attrice francese, che ben conosce l’Italia per lavoro e sentimento, ha scelto di farsi male volontariamente. Per pubblicità, misticismo della cazzata, poesia del black-out ideologico. Chissà se ha goduto.

giovedì 23 agosto 2007

Fuochi e pistole

Noi siciliani siamo abituati a convivere col fuoco, in qualunque forma possa essere rappresentato. La fiamma in sé racconta una devozione coatta verso il potente, che sia un santo o un attentatore del racket. Si brucia per scacciare il malocchio o per ringraziare, per punire o ammonire. Dalla candela al rogo c’è sempre una mano che regge una convinzione, spesso molto personale, raramente condivisibile. Perché qui in Sicilia il fuoco è soprattutto mistero. Mistero della mente, di un profitto difficile da raccontare, di tradizioni criminali fuori dall’intelligibile. Chi avvicina un accendino a una stoppia mentre mira al bosco limitrofo è attore di un’orrenda commedia senza trama. Il sistema legislativo regionale e quello nazionale stanno blindando l’accesso lavorativo al settore forestale: incendiare non è più un modo per provocare assunzioni e alimentare clientelismi a catena. Eppure ogni estate spuntano mani folli che appiccano, alimentano e, alla fine, uccidono. Senza suscitare un giovamento che sia spiegabile al di fuori del buio dell'ignoranza. Favorite, questo sì, dall’inspiegabile sistema logistico che è la Protezione Civile, un servizio che dovrebbe essere di tutti e che risulta, ancora una volta, di nessuno. L’organizzazione è addirittura coordinata dal presidente del Consiglio dei ministri e si diluisce in una miriade di competenze che arrivano fino ai singoli sindaci in una rarefazione di responsabilità che si perde come cenere al vento. Negli altri Paesi europei il compito di Protezione civile è assegnato invece a un’unica struttura, con metodi e responsabilità precise: è, a mio parere, il modo migliore per fronteggiare emergenze.
Uno decide, gli altri eseguono. Come nel crimine, del resto.
Una mano che tiene un accendino può essere pericolosa come se reggesse una pistola. Noi siciliani siamo abituati a convivere col fuoco e con le pistole, ma non è detto che ci piaccia.

mercoledì 22 agosto 2007

Dall'altro tutti gli altri

Silvio Berlusconi ha registrato, per mano della sua ultima creatura bionica Michela Brambilla, il Partito della Libertà. Lo ha fatto (fare) per tutelarsi, per evitare che “qualcuno si impadronisse di questo nome”.
Il fatto che il leader dal ciondolo prezioso (quello che porta al collo) si preoccupi tanto del brevetto di un simbolo così originale la dice lunga sulla sua concezione politica. Chi altri potrebbe sventolare una bandiera così universale come quella che porta i colori e i significati del Par-ti-to-del-la-li-ber-tà? Solo lui, unico guardiano del tempio della democrazia, incarnazione del giudice sommo che malsopporta i giudici ordinari. Il PdL è il baluardo contro tutti gli illiberali comunisti, i cultori dell’odio legislativo, gli industrialucoli che pagano tutte le tasse, le serpi omosessuali, i fanatici della legge uguale per tutti. La Brambilla è la figura ideale per promuovere la storica transizione che sommergerà in un oceano di cocktail quella del misero Partito Democratico: una donna milanesissima, algidamente carina, telegenica, dall’eloquio basilare ma confortevole, orgogliosamente elegante, magra quanto basta per farne un simbolo che non sia il bastone della bandiera.
Con il PdL si naviga dritti verso un bipolarismo blindato: da un lato chi ha comprato il brevetto della libertà (un tempo erano le libertà tutte, oggi forse qualcuna resterà di pubblica fruizione), dall’altro tutti gli altri.

martedì 21 agosto 2007

Colazione tipica

Prima colazione in un piccolo albergo siciliano. Un posto tipico, tra ulivi e antiche pietre. Cornetto lombardo, yogurt trentino, marmellata piemontese, zucchero emiliano, caffé friulano, acqua laziale, latte di provenienza incerta, kiwi cileno, succo d’arancia francese.
Se nel nome della globalizzazione devo ingurgitare prodotti industriali provenienti da luoghi distanti migliaia di chilometri, mi professo reazionario, negazionista, euroscettico, talebano e quant’altro.
Il discorso è complesso e prometto che, insieme, ci torneremo su.
Intanto vorrei lanciare due campagne: una per l’archeologia dei sapori, l’altra per la decapitazione della parola multinazionale.

lunedì 20 agosto 2007

Il tempo dei Mele

In questi giorni di vacanza ho letto pochissimi giornali, per legittima difesa. Mi è però rimasta impressa una notizia: il perdono della moglie di Cosimo Mele e la reazione di plauso unanime delle parlamentari tutte. Dal momento che la vicenda è stantia, mi sembra utile spendere qualche riga per inquadrare bene i personaggi: Cosimo Mele è l’onorevole dell’Udc (ora diluitosi nel gruppo misto) che si intratteneva con due ragazze prezzolate mentre tirava cocaina; la moglie del suddetto, mentre il suo consorte se la spassava tra cosce aperte e malcelate rimembranze di case chiuse, si prendeva la briga di partorire una pargoletta; le parlamentari interpellate dai giornali fanno parte di schieramenti di destra e di sinistra, quindi il loro pensiero riassume – per logica- quello dell’arco costituzionale, con e senza calzoni.
La signora Mele ha detto di perdonare la “scappatella” del marito in nome della figlia appena nata. Il fiocco rosa l’ha spinta a chiudere un occhio, anzi a tapparseli entrambi, pur di salvaguardare l’unità familiare. I cronisti dipingono la signora come una donna “dai tratti delicati”, “riservata e giovane”. Di certo deve essere forte, al limite dell’incoscienza. Un personaggio fuori dal reale, da quel mondo comune in cui suo marito scopa, sniffa, paga, vota leggi bacchettone, scopa ancora, paga, ri-sniffa, prende stipendi (come si vede) immeritati e per giunta si spazientisce quando i fotografi lo inseguono una volta che è stato smascherato. Lo stesso mondo in cui albergano le parlamentari che lodano il “senso della famiglia” e la “logica cristiana del perdono” e nel contempo auspicano pubblicamente torture e contrappassi medioevali per il cornificatore.
Parliamoci chiaro, fuori da ogni reflusso di buonismo becero: qui c’è un uomo, maschio, potente, ricco e spocchioso che, mentre sua moglie è in ospedale con le doglie, pensa bene che la cosa più idonea da fare sia trombarsi due ragazze a pagamento e tirarsi qualche pista di cocaina.
La signora Mele appare quindi come l’ideale via di mezzo tra un’extraterrestre e una santa. La sua testa vola molto in alto. Tra le nuvole.

lunedì 6 agosto 2007

Ripos(in)o

Qualche giorno di vacanza non si nega a nessuno. Poi si torna: ad agosto questo esercizio resta aperto.

sabato 4 agosto 2007

La terza via

I mezzi d’informazione riferiscono che le testimonianze contro don Pierino Gemini, accusato di abusi sessuali su ospiti della sua comunità, sono molte e concordanti. Sulla vicenda si scontrano due teorie. La prima, che all’occasione proviene da esponenti del centrodestra, è innocentista e addirittura mette in campo l’idea di un attentato ideologico a un eroe del nostro Paese. La seconda, che all’occasione promana dalla sinistra estrema, fa finta di non guardare in faccia nessuno (“Non facciamo che siccome c’è un prete di mezzo finisce tutto a tarallucci e vino?”), ma in realtà trasuda senso di vendetta contro i pretacci di successo. Manca una terza via, almeno io non l’ho vista, quella di un cauto realismo.
E’ innegabile che quando un’indagine investe una persona nota, la luce dei riflettori rischia di essere più forte di quella della verità. In questi casi però ci si potrebbe astenere dall’ovvio. Riferire di “confidare nell’operato della magistratura” equivale a dire che si ha fiducia nel lavoro del proprio salumiere. Un magistrato, come un salumiere, opera – cioè agisce – secondo tecniche stabilite, non c’è bisogno di attribuirgli personalmente un riconoscimento perché l’effetto rischia di avere una valenza opposta. Così come ostentare una serenità di ferro quando si finisce sotto inchiesta può togliere una veste di umanità e scoprirne un’altra di calcolata freddezza. Meglio dire che si è sconvolti, amareggiati, incazzati: è normale, succede a tutti, famosi e signorinessuno.
La terza via prevede un ordine dettato da una sola regola: il silenzio che rispetta tutti.

venerdì 3 agosto 2007

Mi fido di chi

Sono un diffidente, però un po’ mi fido. Ecco un elenco.

Mi fido di chi non traveste la curiosità.
Di chi non si offende se non rispondi al telefono.
Di chi sorride dei propri difetti.
Di chi si annoia con serenità, ma sta sempre a inseguire nuovi progetti.
Di chi usa la rabbia come sedativo.
Di chi legge tra le righe senza pretendere di leggere quello che vuole leggere.
Di chi non corre per partecipare, ma per vincere.
Di chi riconosce i meriti altrui, senza sottovalutarsi.
Di chi piange di nascosto e ride apertamente.
Di chi ha cancellato la frase: “Nessuno mi\ti conosce come mi\ti conosco io”.
Di chi sa sbagliare da solo.
Di chi ha cura per i dettagli.
Di chi chiede scusa con la stessa semplicità con la quale accetta le scuse.
Di chi sa ascoltare.
Di chi mente con sincerità.
Di chi ti rende pan per focaccia.
Di chi onora il passato.
Di chi ha la forza di rispettare i più deboli.
Di chi non confonde bontà con buonismo.
Di chi ti manda a quel paese quando te lo meriti.
Di chi diffida degli elenchi come questo.

giovedì 2 agosto 2007

Elton guru

Elton John propone di spegnere internet per cinque anni affinché si torni a socializzare e si produca arte migliore.
Le star che si fanno guru o leader di movimento non mi piacciono perché, quasi sempre, tentano di utilizzare il consenso dei fan a favore delle tesi più balzane. Se Elton John non avesse la sua folla di candele adoranti userebbe meno disinvoltura nell’irrorare il mondo delle sue tesi tecnofobe. Tesi ispirate più dal portafogli che dall’anima: il grande problema dell’artista è ovviamente lo scambio di musica illegale nel web (John ha già messo su cause milionarie). Allora perché dipingere di alti toni sociali ciò che ha solo il colore di una banconota? E’ vero, non è giusto scaricare abusivamente musica. Il concetto è chiaro e non ha bisogno di teorie posticce. Un cervello non è più interessante se coperto da un toupet.

mercoledì 1 agosto 2007

Cesa (ricordiamocelo)

Ho seguito con scarso interesse l’ennesima farsa di un politico puttaniere, nel caso specifico Cosimo Mele. Per i seguenti motivi: non mi sorprende più che un padre di famiglia con figli a carico se ne vada a scopare con donne prezzolate, lo fanno in moltissimi; la scena politica italiana (e mondiale) è piena di personaggi che si riempiono le mani non soltanto di soldi ma di carne presumibilmente soda; è fatale che, in questo campo, chi predichi bene rinnovi l’esperienza diretta del razzolare male (tanto per sapere di cosa si parla); le lacrime del cattivo smascherato, come quelle del lenone Ballione di Plauto, mi fanno sorridere.
Eppure c’è qualcosa che mi ha fatto scattare i polpastrelli. La giustificazione d’ufficio fornita dal segretario del partito del puttaniere, l’Udc: "La solitudine è una cosa seria e la vita da parlamentare è dura per chi la fa seriamente". Per cui – l’autore di questa frase si chiama Lorenzo Cesa, ricordiamocelo – è auspicabile distribuire più soldi ai deputati affinché possano ricongiungersi con la famiglia.
Caro onorevole Cesa (ricordiamocelo), immagino che lei guadagni oltre 15 mila euro netti al mese, tra stipendio, indennizzi e altri rimborsi. Immagino che abbia diritto a viaggiare gratis e che abbia bollette del cellulare pagate per oltre 3 mila euro all’anno. Sono certo di commettere qualche omissione nel fornire queste cifre perché ho fatto una ricerca superficiale pur di non avvelenarmi troppo la giornata: queste sono comunque le cifre minime che ho trovato, ci sarà molto altro che non ho registrato. Onorevole Cesa (ricordiamocelo), i casi sono due: o, nell’avanzare quella proposta, lei voleva diluire i toni della polemica in una grassa risata, oppure deve abolire qualche aperitivo. Nella prima ipotesi si può rimediare subito. Al suo via, tutti a sghignazzare. Nella seconda è utile cambiare stile vita. Per esempio, perché non se ne torna a casa sua, onorevole Cesa (ricordiamocelo)?
Biglietto d’aereo pagato. Puttane no.