domenica 30 settembre 2007

Mercoledì a Palermo

Comunicazione di servizio. Dopo il dibattito sul network cittadino Wi-fi che si è sviluppato su questo blog nei giorni scorsi, il presidente dell'Ars Gianfranco Micciche ha comunicato i costi dell'operazione: 10.000 euro circa per l'infrastruttura, più un canone annuo di 3.000 euro.
Ma soprattutto ha annunciato che il servizio sarà attivo da mercoledì 3 ottobre a Palermo, in piazza Magione.
Ci vediamo lì a mezzogiorno, con computer, telecamere e macchine fotografiche.

sabato 29 settembre 2007

Garlasco e la giustizia astemia

Gli ultimi sviluppi del giallo di Garlasco dovrebbero insegnarci, o ricordarci, alcune cose.
Primo. L’arresto preventivo non è un gol, ma un provvedimento doloroso, spesso giustificato anche se non sempre condivisibile. E’ un atto regolamentato, previsto dalla legge e contemplato da strategie investigative.
Secondo. Nel sistema italiano occorrono meno prove per ottenere una custodia cautelare che per ottenere una condanna. E ciò, nonostante l’apparente paradosso, è un bene. La custodia cautelare è solo una tappa di un’indagine, la sentenza è un punto di arrivo.
Terzo. Non c’è nulla di scandaloso se in un’inchiesta cosi delicata come quella su un omicidio una persona finisce sotto la spasmodica attenzione degli investigatori. E’ un’esperienza terribile per l’indagato, se è innocente, ma l’obiettivo degli inquirenti deve essere quello di arrivare alla soluzione il più presto possibile. E’ plausibile che il magistrato ritenga opportuno, in presenza di indizi gravi, effettuare un pressing psicologico sul sospettato.
Quarto. Gli indizi non sono prove.
Quinto. Se un giudice non convalida un fermo o boccia un arresto non vuol dire che l’indagato è stato assolto, così come il fatto che sia stato arrestato non deve voler dire che è colpevole. La colpevolezza preventiva è una piaga sociale e giornalistica. L’assoluzione preventiva avvelena i sani principi del garantismo.
Sesto. Nello specifico, Alberto Stasi è il colpevole/innocente ideale perché è personaggio. Muto e freddo, può essere etichettato, a seconda dell’umore degli opinionisti e della quantità di birra servita al Bar dello Sport, come spietato o come prudente. Ma la Giustizia non risente degli umori ed è astemia.

venerdì 28 settembre 2007

Birmania

In un posto lontano adesso ci sono monaci che combattono a mani in alto contro i fucili dei militari. La nonviolenza contro la protervia di un regime che considera pericolosi rivoluzionari i nonviolenti.
Di quel posto lontano abbiamo poche immagini perché persino il web è stato oscurato. Ai giornalisti lì si spara.
Oggi tutto il mondo si veste di rosso contro quel regime malvagio che va estirpato senza esitazione.

giovedì 27 settembre 2007

Modello americano

Si chiama pistola Taser ed è nota al grande pubblico italiano dalla scorsa settimana, da quando è stato diffuso il video di un giovane universitario della Florida “trattato” con questo metodo dalla polizia solo perché aveva rivolto qualche domanda scomoda al senatore democratico John Kerry. Pochi giorni dopo un altro video proposto dalla Cnn ci ha dato ulteriore dimostrazione dell’affidabilità di quest’arma: in questo caso una trentottenne è stata “trattata” da uno zelante agente dell’Hoio perché, dopo un alterco con un barista, non voleva farsi picchiare troppo volentieri dall’uomo in uniforme.
La pistola Taser è un’arma che lancia scariche elettriche ad alta tensione. E’ in dotazione alle forze di polizia americane dal Duemila ed è un marchio registrato dall’azienda omonima che, nel suo documentatissimo sito, spiega che il voltaggio non deve fare paura (50.000 volts) perché l’amperaggio (cioè l’intensità) è basso. Mi sarebbe utile il parere di un fisico.
Intanto leggo che, secondo Amnesty International, negli Usa solo nel 2007 si sono verificate 70 morti a causa della pistola elettrica. Per la Taser International Inc. ovviamente sono bugie. Il laboratorio di ricerca dell'Aviazione statunitense dice invece che, nei soggetti colpiti, si sono verificati casi di variazione del Ph sanguigno tali da provocare arresti cardiaci. La Taser International Inc. non si scompone: quelli dell’aviazione – che pure sono loro clienti – non capiscono un tubo di pistole.
Il battage pubblicitario messo su per il lancio di queste armi, disponibili in un’infinità di modelli, ha visto coinvolti molti personaggi dello star system hollywoodiano: tutti a farsi dare la scossa sul culetto, davanti alle telecamere, a gridare di dolore e a riprendersi prima possibile grazie all’anestetico del cachet.
Il sistema americano, che si inturgidisce se si parla di sicurezza tranne quando c’è da difendere vecchi amici di famiglia del Presidente, giustifica l’uso delle pistole Taser con la minore pericolosità rispetto alle armi tradizionali. Certo, le Beretta non sparano palline di pane, ma qualcuno dovrebbe pur riflettere sulla disinvoltura con la quale anonimi agenti sfogano la propria aggressività impugnando l’arnese da 50.000 volts e schiacciando il grilletto.
Giudicate dopo aver visto i filmati linkati sopra.

mercoledì 26 settembre 2007

La nuova politica

Ieri abbiamo parlato di tecnologia applicata all’immagine virtuale di una regione, anzi Regione. Ci è stato spiegato che la Sicilia su Second Life è un’occasione di promozione importante e che i costi di un esperimento di Wi-Fi (cioè una rete di collegamento internet senza fili) cittadino sono contenuti: diecimila euro. Mi hanno chiesto: diecimila ogni quanto? Al mese? All’anno? Per sempre? Aggiungo: A chi? E come si è arrivati al chi?
Domande semplici, pura curiosità di cittadino. Magari da qualche parte queste risposte ci sono e a me, ma anche ad altri, sono sfuggite. In campo di fondi pubblici comunque mi pare opportuno specificare e, se è il caso, ripetersi.
La comunicazione tra centri di potere e cittadini è il punto cruciale della politica dei nostri tempi. Penso che una linea chiara e paritaria sia l’unica soluzione per ricucire lo strappo nel tessuto della fiducia. A scuola ci hanno insegnato che il ministro è, secondo i padri latini, il servitore: fin qui molti onorevoli hanno spadroneggiato in nome e per conto di quel popolo che li stipendia, irritandosi quando è stata chiesta loro qualche spiegazione (persino da parte della magistratura). Ora siamo a una svolta. Se una carica istituzionale accende un computer e si collega a un qualunque sito che parla di lui (con lui o per lui), ha l’occasione di intervenire direttamente e precisare, spiegare, correggere. In nome e per conto del suo committente, cioè noi. Nell’ipotetico orario di lavoro di un esponente politico dovrebbero essere contemplati meno cocktail e più web; meno sonnellini in aula e più libri; meno estenuanti vertici di partito (spesso vere tombe della ragione) e più appunti quotidiani di cose da fare; meno show in tv e più dibattiti di piazza.
Non è Grillo che ci salverà dalla malapolitica, ma un orologio segnatempo (anche virtuale, sì) nel quale gli onorevoli timbreranno il cartellino della loro presenza effettiva. Ognuno con la propria cartella d’appunti, con un programma da rispettare, che sia su Second Life o in commissione legislativa.
Nel Settecento quelli che difendevano il troppo vecchio e quelli che annunciavano il troppo nuovo venivano bollati, allo stesso modo, di eresia. Oggi viviamo di annunci del troppo vecchio e di difesa del troppo nuovo: l’unica vera eresia è signoreggiare nella cosa pubblica quando non si è padroni.
Comunichiamo, gente, comunichiamo.

martedì 25 settembre 2007

Gentile presidente Miccichè

Gentile presidente Gianfranco Miccichè, lei è la più alta carica dell’Ars, il parlamento siciliano, tra i più antichi del mondo. Recentemente ha scritto nel suo blog, e confermato in altre interviste, di voler far debuttare la Sicilia su Second Life. Non mi unisco al coro dei soliti disfattisti che rispolverano sempre problemi antichi (insoluti) quando si parla di idee moderne, anche se mi ha fatto sorridere la battuta di un blogger su Rosalio che, parafrasata, suonava così: prima di pensare alla second, pensiamo alla prima life.
Bando agli scherzi, la tecnologia e l’innovazione non sono surrogati, né vernice coprente della realtà quindi smettiamola con i piagnistei: la mafia, la disoccupazione, la siccità e il traffico non si sentono trascurati se si dà più forza al silicio e ai circuiti stampati.
Le scrivo dal mio piccolo blog perché qui c’è la certezza di rimanere in tema e c’è il mio personale impegno affinché tutti i commenti fuori argomento (in gergo internettiano OT) vengano evitati. Parliamo di tecnologia, di immagine virtuale della Sicilia, di risorse economiche destinate a questi settori.
Con l’operazione Second Life lei dice, anzi scrive, di voler coinvolgere “i cittadini in un processo di democrazia partecipativa” all’interno del “metamondo”. Ottima idea. Ma quanti cittadini hanno accesso alla rete senza problemi? E’ più importante una realtà virtuale con tanti commessi-avatar, mostre in alta risoluzione e banner assessoriali o una connessione con mezzi efficienti, tariffe eque e soprattutto al passo con le altre città europee?
Lei, gentile presidente, ha promesso un network Wi-Fi cittadino e leggo che entro due settimane partirà un servizio sperimentale in piazza Magione a Palermo. Favoloso, me lo segno. Possiamo sapere in modo chiaro quali sono i costi di questa operazione così da poter giudicare in modo sereno e soprattutto completo?
E, a proposito di costi, ci può dire a cosa stiamo rinunciando (perché la coperta è stretta, si sa) per lanciarci nell’avventura di Second Life?
Nel “metamondo”, che è già una parola poco digeribile in una regione che di “metà” sopravvive, dobbiamo dare immagini complete e aderenti alla realtà. Che specchio è quello che non riflette, ma deforma?
Ecco, gentile presidente, mi piace pensare che l’immagine virtuale della Sicilia che lei ha in mente sia quanto più veritiera possibile: con i tesori dell’Isola e con i pirati che le sono nemici, con le risorse e con i limiti che dovranno essere eliminati, con la storia dei grandi e con l’elenco degli ignobili, con le promesse in evidenza al pari degli errori da non ripetere mai più.
Solo così dimostrerà di aver indirizzato la medesima attenzione alla prima e alla second life.

Aggiornamento.
La risposta del presidente Gianfranco Miccichè.
Buongiorno
per quanto riguarda SL ribadisco quanto già detto....per quanto riguarda i costi di piazza magione si attestano attorno ai 10000€ che è al mio modo di vedere un costo basso per un servizio del genere...

saluti

Gianfranco Miccichè

lunedì 24 settembre 2007

La polemica sul fondoschiena

Apprendo che nei giorni della mia assenza si è sviluppata una polemica sul culo delle concorrenti di Miss Italia. Un giurato ha esternato la sua pulsione di vedere anche il fondoschiena delle concorrenti e ha innescato un dibattito nazionale sul tema. Ho letto critiche sdegnate, ho letto richiami al rispetto della donna, ho letto interventi di Grandi Firme, ho letto infine una marea di stupidaggini.
Fatta salva la risata per la goliardata del giurato – che era la reazione più consona che un Paese normale avrebbe dovuto riservare all’argomento – cosa ci si aspetta da un concorso di bellezza? Sorprese, leggerezza e, perché no?, stupidaggini.
Una volta, molti anni fa, mi capitò di scrivere su un concorso che aveva l’ardire di intitolarsi “Una checca per l’estate”. Mi commissionarono un pezzo ironico, anche di sfottò. Mi ritrovai invece a scrivere una cronaca crudele, e soprattutto seria. Come seria può essere una manifestazione del genere. Ricevetti – e fu l’unica volta – diverse lettere di complimenti che provenivano dalle/dai concorrenti. Le conservo ancora.
I concorsi di bellezza, in ogni latitudine, insegnano una sola cosa: l’aspetto fisico è carta d’identità e sbozzo di moralismi, è orgoglio e vergogna, è alcol dei sensi e valeriana della ragione. Pretendere che una miss abbia un bel culo è un diritto. Far finta di giudicarla dallo sguardo, un’ipocrisia pelosa.
Evitiamo i primi piani per via della fascia protetta, tanto chi guarda programmi simili sbircia senza tante storie. Però non facciamone un argomento serio su cui perdere tempo. Di culi in mostra parliamo, eh!

giovedì 20 settembre 2007

Breve assenza

Qualche giorno di assenza per motivi di lavoro. Appuntamento a lunedì prossimo. E mi raccomando, non fate troppo casino!

mercoledì 19 settembre 2007

La lezione dei meetup

Avevo deciso di cercare un argomento diverso per il post di oggi, con fatica lo avevo anche trovato. Poi ho riletto i commenti al mio temino di ieri e ho capito che c’è ancora qualcosa che dobbiamo dirci. Il bello di un blog è la libertà assoluta di chi lo gestisce (io, nel mio piccolo) e di chi lo rende vivo (voi!). Allora proviamo a essere chiari, tanto siamo tutti maggiorenni e soprattutto resistenti agli incantatori.
L’onda populista che rischia di sommergere i partiti è più pericolosa della malapolitica che allaga il nostro Paese. E ciò non solo perché, come dice D’Alema, se spariscono i partiti arrivano i militari, ma perché, per parafrasare Napoletano, l’antipolitica è nemica di uno stato democratico. Ci sono due termini che, in questi giorni, puntellano la cronaca traballante di giornali e (alcune) tv: uno l’ho citato poco sopra ed è populismo, l’altro è qualunquismo. Il primo è riferito all’effetto, il secondo alla causa. Solo che il primo s’attaglia alla realtà, il secondo no. Se infatti il populismo è tragicamente palpabile nelle conferenze stampa, nelle chiacchiere da bar, nelle dichiarazioni pubbliche e nei dibattiti da tinello, il qualunquismo è lontano dal popolo dei meetup, vero motore della rivoluzione vaffanculista. Andatevi a rivedere la puntata di Primo Piano di due giorni fa e vi accorgerete che questa gente è impegnata da anni in lotte sociali e politiche, dal basso, con una sovrannaturale forza di volontà e soprattutto con o senza Grillo.
Come si possono bollare di qualunquismo persone così?
Ecco, di questa gente io mi fido. E’ questa la gente che voterei in qualsiasi lista civica. E’ questa la gente che conosce meglio di altri la realtà in cui vive e che meglio di altri può gestirla amministrativamente. E’ questa gente che può permettersi di prendere per un orecchio il premier Prodi quando spara che “la società non è migliore della sua classe politica”.
La classe politica deve essere migliore della società, per contratto, caro Presidente. Evidentemente lei ha le idee molto confuse o fa il birichino. Vada a scuola dai meetup di Napoli e stia dietro la lavagna per un po’.

martedì 18 settembre 2007

Il governo del popolo

Grillo che fa politica mi diverte come Prodi che fa il comico, cioè pochissimo. Ma è un mio difetto: sono sempre stato per una precisa separazione di ruoli, carriere, ambiti. Mi piacerebbe vivere in un mondo di specializzati, dove ognuno ha una competenza (tecnica, umana, spirituale) e dove per trasmigrare da un campo all’altro ci vogliono, esami, riflessioni, giudizi qualificati e prove, prove, prove.
Esempio. Se un professionista vuole tentare la carriera politica, deve presentare un programma che non sia un temino delle scuole elementari, ma una bibbia delle sue azioni presenti, future e passate. Vuole abbassare le tasse? Dimostri di averle pagate sempre e correttamente. Vuole rilanciare il mercato immobiliare? Paghi il suo affitto (o il suo mutuo, o entrambi) come gli altri umani, senza privilegi di casta. Vuole lanciarsi in una campagna di legalità a tolleranza zero? Presenti tutte le ricevute delle multe pagate da quando ha preso la patente.
A parte la fondatezza di molte critiche mosse da Beppe Grillo al sistema politico italiano, trovo la sua iniziativa delle liste civiche zoppa dalla nascita. Un governo del popolo, inteso come massa che diventa ora deputato, ora ministro, ora sottosegretario, è un autobus con cento autisti e nessun passeggero. Un governo in nome del popolo è altra cosa: è la politica più seria ed efficace che guida il Paese (i passeggeri) e che sceglie con autonomia dove fermarsi e dove accelerare.
Per guadagnare fiducia, un governo - nel segno della specializzazione delle teste che lo compongono - deve fare scelte impopolari.
E il popolo che fa scelte impopolari non è solo un bisticcio linguistico, è un’utopia che va dritta al caos.

venerdì 14 settembre 2007

Ancora sul bacio

Ancora sul bacio tra omosessuali, tema sul quale ci scaldiamo da un paio di giorni. Stavolta vi do due elementi di cronaca, neanche troppo fresca, su cui riflettere.
Secondo il sostituto procuratore generale della Cassazione Vito D'Ambrosio, ”se si stavano solo baciando, non c'è alcun dubbio che i due omosessuali sorpresi al Colosseo non hanno commesso nessun atto osceno. Ormai da molti anni, per fortuna, la giurisprudenza è costante nel considerare il bacio in pubblico un comportamento lecito e la valutazione sulla liceità deve essere fatta indipendentemente dalle tendenze sessuali di chi si cambia questa effusione".
"Non è ammissibile ritenere che gli stessi atteggiamenti che quotidianamente assumono in pubblico migliaia di coppie eterosessuali – ha detto D'Ambrosio - possano essere considerati 'fuorilegge' se si tratta di una coppia omosessuale: verrebbe violato l'articolo tre della costituzione sull'uguaglianza dei diritti".
Ecco invece le cifre fornite dall’Istat sulle denunce per atti osceni in Italia. Lo scorso anno sono state 1.640 le persone denunciate. Il numero degli atti che - per il codice penale - offendono il "buon costume" e che si realizzano in luoghi pubblici sono stati compiuti per lo più da uomini (1514 denunce), mentre le donne accusate sono 126. I minori sono 53, 47 dei quali sono ragazzini. Per questo reato ci sono state 1.144 condanne, ma non sempre i colpevoli vengono identificati: in circa 620 casi le forze dell'ordine non sono riuscite ad identificare i responsabili. Una curiosità: sono i centri più piccoli, quelli fino a 30 mila abitanti che raggiungono il picco degli 851 atti osceni denunciati a fronte dei 349 avvenuti nelle città con più di mezzo milione di abitanti.

giovedì 13 settembre 2007

Tema

mercoledì 12 settembre 2007

La bugia del bacio

Uno dice una bugia. Un altro si accoda. Qualcuno cerca di opporsi. Ma la bugia è talmente forte e grande da creare un movimento d’opinione. C’è sempre quel qualcuno che cerca di arginarla. Ma è inutile. Dietro quella bugia c’è ormai un popolo, non di bugiardi, ma di “fedeli alla linea”. La linea di una bugia.
C’è stata una levata di scudi per il caso dei due giovani omosessuali sorpresi e denunciati a Roma perché – a detta loro - si baciavano in pubblico. Oggi si scopre che i due non si baciavano, ma si intrattenevano in un rapporto orale in piena regola. E lo facevano in strada. Sulla loro bugia sono state costruite manifestazioni, si sono consumate tonnellate di carta, sprecate ore e ore di trasmissioni televisive.
Io li prenderei a schiaffoni e se fossi il capo dell’Arcigay (oltre agli schiaffoni) li citerei per danni.

martedì 11 settembre 2007

La cenere di New York e quella di Kabul

Che gioco è quello in cui, alla fine, tutti perdono? E’ la domanda – banale quanto volete – che mi ronza in testa da qualche anno, dopo la strage dell’11 settembre 2001. Da allora, ad ogni anniversario, le due parti fanno, a modo loro, bilanci trionfali. Da un lato il progressivo annientamento degli “Stati canaglia”, dall’altro una continua pressione (anche psicologica e mediatica) su Bush e il suo “popolo di infedeli”.
Ci sono ancora molti dubbi su ciò che accadde la mattina di sei anni fa nei cieli d’America, i più sorvegliati al mondo. Non riesco ad avere un’idea precisa degli scenari, perché mi sono ingozzato di ogni tipo di documento, articolo, video, fanzine, pizzino sull’argomento. Posso solo riferire ciò che la pelle trasmette, perché a quella devo limitarmi: sotto c’è la carne, e in questa storia la carne brucia tra le macerie.
Il popolo Usa ha dimostrato una coesione degna della sua tradizione (non antica, peraltro). Nei momenti difficili, tutti col Presidente, sempre. Poi gli si faranno le pulci.
Le bombe intelligenti perdono punti nella scala del QI anche se a lanciarle è un premio nobel. Figuriamoci se le tira un coglione.
La guerra preventiva è un segno di onnipotenza che genera orfani preventivi, fame preventiva, vendette preventive.
Alcuni giornali, all’indomani delle stragi, scrissero: “Siamo tutti americani”. Dalle mie parti, per cultura, siamo più arabi che americani. Non lesiniamo aiuti e solidarietà, non abbiamo pulsioni da kamikaze. E soprattutto se vogliamo fare il pieno di benzina, ci affianchiamo con l’auto e paghiamo, non occupiamo militarmente tutto il quartiere per prenderci il distributore.
L’11 settembre è una buona occasione per riflettere sulle vittime senza colore. A Manatthan come a Kabul, la cenere è grigia.

PS. Appena avete un paio d’ore libere date un’occhiata a questi filmati (uno e due) e cercate di mantenere la mente sgombra. Buona visione.

lunedì 10 settembre 2007

Fischi

Agosto 1989. Keith Jarret sta suonando malissimo al Teatro della Verdura (Palermo). Uno spettatore pagante lo fischia, lui abbandona il palco. Lo spettatore viene allontanato dai carabinieri.
Luglio 1992. Ai funerali di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, una folla magmatica e inferocita contesta ministri e vertici delle forze dell’ordine. Oltre ai fischi, calci, pugni e sputi.
Aprile 1993. All’uscita dell’ hotel Raphael di Roma, Craxi, travolto dalle inchieste di Tangentopoli, viene sommerso dai fischi. Ma nella memoria (e nella storia) resta la pioggia di monetine.
Settembre 2007. Nello stesso giorno, sabato 8, un gruppetto di teste vuote fischia Prodi ai funerali di Pavarotti e uno stadio di teste vuote fischia la marsigliese, prima dell’incontro Italia-Francia.
Non ci sono più i fischi di una volta.

sabato 8 settembre 2007

Sorpresa: si parla di mafia

Innanzitutto, grazie. Ieri questo blog, nato appena nove mesi fa, ha avuto il suo piccolo record di contatti. Non sono importanti le cifre, questo è un blog personale, fatto in economia: anche 50 visitatori in più sono un successo. Conta invece il tema che ha alimentato l’interesse dei lettori: la mafia.
Dopo le parole chiave slip di vip, sodomia, culi e via smanettando, finalmente una colonna di internauti è approdata su queste pagine per discutere, incazzarsi, approvare o dissentire su un’emergenza non patinata e poco fotogenica come Cosa nostra. La provocazione lanciata un paio di giorni fa (“La mafia ha rotto i coglioni”) è stata raccolta da molti blogger, primi tra tutti Lesandro e Mara. In alcuni forum si discute sull’utilità o meno dello slogan. Ottimo. L’importante è parlarne, dappertutto.
Stamattina sono tornato a fare il giornalista, dopo qualche secolo trascorso in naftalina. E l’ho fatto semplicemente partecipando alla manifestazione di solidarietà per Lirio Abbate, il cronista dell’Ansa pluriminacciato dalla mafia. Passeggiando per le vie di Palermo, in compagnia di colleghi di cui non ricordavo più il volto, mi sono imbattuto in due riflessioni acuminate.
La prima riguarda il sequestro della vittima. Abbate è stato praticamente catturato da esponenti politici, big del sindacato e dell’Ordine per tutta la manifestazione, in uno strano ruolo di preda-simbolo-gonfalone da brandire, mostrare, anzi ostentare. E’ stato molto difficile avvicinarlo e, conoscendolo, immagino che lui avrebbe preferito una passeggiata più informale.
La seconda riflessione riguarda la notizia da cui ha avuto origine tutto ciò. Il Giornale di Sicilia l’ha pubblicata in un taglio basso di una pagina interna, neanche un richiamo in prima. Lirio è siciliano, lavora a Palermo, si occupa di mafia ed ha lavorato per il Giornale di Sicilia. Eppure gli è stato riservato uno spazio minimo rispetto all’entità del fatto.
Nello stesso giorno, invece, La Repubblica – che ha sede a Roma - ha pubblicato un fondo-intervista in prima pagina a firma di un vicedirettore, Giuseppe D’Avanzo. E’ da lì che è nato il movimento di idee e solidarietà che adesso abbraccia Lirio.

venerdì 7 settembre 2007

Brutte notizie dal Diario

Come si dice, un giornale che chiude è sempre una brutta notizia. Credo che, nel nostro tempo, viviamo sempre più scomodi perché ci sono sempre meno pagine da sfogliare. Il silenzio di una fonte di informazione fa gioire solo gli oligarchi delle leggi ad personam e gli arroganti che delle leggi se ne fregano.
A questo pensavo (e ad altro che non posso riferire) stamattina mentre leggevo l’editoriale del “Diario della settimana”.
“Quello che avete tra le mani è l’ultimo numero di Diario della settimana. Insieme alla carta arriva il nostro ringraziamento a tutti i lettori, i collaboratori, i sostenitori che ne hanno fatto, ne siamo sicuri, una buona esperienza nel panorama del giornalismo e dell’editoria italiana. Domani non ci sarà la nostra settimanale riunione di redazione. Naturalmente siamo tutti tristi. Le e-mail comunque funzionano. Certo che se domani una spontanea ribellione di siciliani attacca i poteri della mafia, ci sarà da mordersi le mani a non avere un giornale. Chiediamo ai siciliani di attendere: aspettateci, non siamo ancora pronti. E così a tutti gli altri. In fondo Diario è sempre stato un giornale ottimista”.
Auguri da siciliano: l’ottimismo non fa parte della cultura della mia terra; per questo, Diario ci serve.

giovedì 6 settembre 2007

Il mestiere di giornalista

A Palermo c’è un giornalista che è costretto a lavorare con la scorta. I contenuti di certe comunicazioni tra mafiosi e alcuni messaggi di minaccia lo rendono “persona a rischio”: sabato scorso hanno persino tentato di piazzargli una bomba sotto l’auto. Lirio Abbate scrive di mafia da molti anni, nonostante non sia un vecchio del mestiere: il vizio della cronaca lo ha preso infatti che era giovanissimo.
Dopo un periodo in cui, per motivi di sicurezza, ha accettato di trasferirsi a Roma, è rientrato in Sicilia, nella terra che più ritiene fertile di notizie, la sua terra. E, puntuali, ha trovato gli uomini delle cosche a dargli il bentornato.
Sono molto critico nei confronti della categoria dei giornalisti - di cui faccio parte da tempo – perché si è lasciata svuotare di ruoli e responsabilità. Ci sono più pensatori che cronisti, più tecnici di impaginazione che teste curiose, più poltroncine che tacchi consumati. La notizia non va più cercata, ma trattata. La verità esiste solo nella testa di certi direttori, che col giornalismo hanno poca dimestichezza. I dubbi, che sono il sale del giornalismo, sono privilegio di pochissimi.
Lirio Abbate – che, spero, non diventi mai un simbolo - mi riconcilia con questa professione. Perché lui ha dimostrato di avere l’ostinazione e l’onestà che mancano alla maggior parte di noi.
P.S.
Proviamo a scrivere dovunque questa frase: la mafia ha rotto i coglioni.

mercoledì 5 settembre 2007

Liberi da Libero (parte seconda)

Da più di sei mesi cerco di liberarmi di un contratto con Libero Infostrada. Ho regolarmente inviato la disdetta per raccomandata con ricevuta di ritorno, ho regolarmente aspettato una risposta, ho regolarmente fatto la figura del pollo continuando a farmi succhiare i soldi dell’abbonamento che non voglio più, ho regolarmente consumato il mio fegato passando da un call center all’altro, ho regolarmente maledetto la cattiva educazione delle stressatissime signorine che cinguettano falsamente “buonaserasonosamathaincosapossoesserleutile” e poi ti sbattono il telefono in faccia.
Già ad aprile ci eravamo confrontati sulle inadempienze di Libero Infostrada. Mi spiace, l’avventura non è finita. Quello che più mi interessa adesso è riuscire a parlare con un responsabile di questa società, una persona in carne e ossa, con un nome e cognome, che occupi un livello aziendale che non dia alibi a risposte vacue o a rinvii. Come si faceva una volta: se uno acquistava un bene o un servizio che non rispondeva alle aspettative, tornava dal rivenditore e gli piantava un casino. Oggi il meglio che possa capitare a chi ha un problema del genere è ritrovarsi con le falangi aggrovigliate sulla tastiera del telefono alla ricerca dell’opzione idonea a trasformare una voce preregistrata in una centralinista svogliata.
La missione continua.

martedì 4 settembre 2007

La strana storia del signor Rubin

Il gigante discografico Columbia Records ha assoldato come co-presidente un quarantaquattrenne, produttore di gruppi rock, capellone, appassionato di yoga, che va in giro senza scarpe e che ha fatto scrivere sul contratto che non andrà mai in ufficio nella sede di New York. Rick Rubin vive in California, è appassionato di magia, legge testi orientali, probabilmente si spara qualche canna e ha accettato un compito pazzesco: salvare le case discografiche dai colpi inferti dal popolo dell’Mp3 che non compra più cd e che scarica files sull’iPod. I giornali puntano tutto sull’effetto: l’anti-manager ce la farà? Il neo-hippy può essere un bluff? Come lavora uno che non va in ufficio per contratto? Come la prenderanno colleghi e sottoposti?
Ciò che non si dice (scrive) è, come spesso accade, la frase più elementare: questo Rubin deve essere veramente bravo.
Se i signori della casa madre Sony, che notoriamente non sono né scemi né votati al harakiri, lo hanno scelto devono aver guardato oltre le sue apparenze pulciose. In un mondo in cui l’attento osservatore dei costumi è ormai solo un maniaco da spiaggia, nuove strade vanno tentate. Lo stile corporate, il fare e pensare trendy, l’abbigliamento griffato, il volto piallato dai chirurghi non sono necessariamente garanzie di buona amministrazione: qualcuno comincia ad accorgersene. Come dire? Proviamo con i cannaroli, i cocainomani hanno fallito.

lunedì 3 settembre 2007

Chi legge i libri?

Perché in uno dei maggiori premi letterari italiani, con eccezionale appendice televisiva, si sceglie di far leggere brani di libri italiani a una persona che non conosce bene l’italiano? Al premio Campiello 2007, sabato sera, è andato in onda un curioso esempio di inconcludenza tricolore. Nel nome di un anelito all’apertura del nostro mercato letterario nei confronti di altre nazioni (la Spagna in questo caso), gli organizzatori hanno tirato fuori dal cilindro l’invenzione più geniale: far declamare alcuni brani dei romanzi finalisti a una incolpevole lettrice ispanica che non ne ha azzeccata una.
Il problema non è di carattere nazionalistico: non ce n’è mai fregato niente delle nostre radici, figuriamoci degli accenti. La questione, secondo me, è invece puramente logica.
In nessun altro Paese del mondo - ne sono convinto - scelgono di far rappresentare un prodotto tipico a uno straniero. Per rispetto dello straniero, innanzitutto. In un premio letterario poi la questione diventa cruciale. Siamo una nazione che legge pochissimo e che per giunta, nei rari spazi in cui la diffusione mediatica potrebbe essere un massaggio cardiaco al torace immobile dell’editoria, si affida a un forestiero.
Tornando alla domanda d’apertura. Perché ci comportiamo così?
Semplice. Perché siamo stupidi, guidati da stupidi che ci trattano come ci meritiamo. Da stupidi.

Nella foto, Mariolina Venezia, vincitrice del Campiello 2007 con "Mille anni che sto qui" (Einaudi).

sabato 1 settembre 2007

In miniera!

I ministri della sinistra radicale minacciano di scendere in piazza il 20 ottobre nella manifestazione nazionale contro l’accordo sul welfare. Il ministro Mastella (nella foto è quello col microfono in mano!) minaccia che se ciò accadrà sarà crisi. Veltroni minaccia di essere d’accordo con Mastella. Marini minaccia il voto anticipato. Rifondazione minaccia di agire senza minacciare più.
Nel tormentone estivo della sinistra divisa, la minaccia di fare qualcosa è la pura realizzazione di un programma di governo. Nell’accozzaglia rissosa che per convenzione è stata chiamata maggioranza, fin dalla campagna elettorale si era purtroppo capito che l’avvertimento avrebbe sommerso per importanza il provvedimento. La politica del mandare a dire contro la politica del fare: questo è lo stato delle cose.
Molti di noi, sostenitori incoscienti di Prodi e compagnetti discoli, ritengono che lo spettacolo sia noioso e minacciano di dimettersi dal ruolo di spettatori paganti.
Ricordo un urlo dalla folla, al termine di una commedia penosa, qualche anno fa: “In miniera!”. Oggi basterebbe: “A lavorare!”. Che forse suona come un’offesa.