venerdì 30 novembre 2007

Stupro di una manager

Il caso dell’allineamento Rai-Mediaset mi fa sorridere. Questo inciucio mediatico sta entrando nel (lungo) elenco delle vergogne italiane. Eppure, a pensarci bene, questa vicenda avrebbe i numeri per rimanere nel girone delle chiacchiere da bar. Il capro espiatorio, la manager Deborah Bergamini, è una bella donna in carriera definita persino dai suoi detrattori come giornalista brillante, come persona precisa, colta, capace, disciplinata, minuziosa, illuminata (Antonello Caporale su Repubblica). Pochi vi hanno detto che gli accordi tra i grandi giornali ci sono da decenni, e riguardano le notizie come le strategie pubblicitarie. I direttori di testata si consultano, in occasione di grandi eventi e non. Il peso di certe campagne viene verificato su varie bilance.
Non sono gli accordi di intelligence tra Rai e Mediaset a rovinare la vita degli italiani, ma i trust delle compagnie di assicurazione, i cartelli dei petrolieri, le posizioni violentemente dominanti di certe compagnie telefoniche (che non si occupano solo di cellulari e interurbane). C’è un Italia sotterranea che forgia misteri nel buio dell’impunità. Non sarà lo stupro professionale in pubblica piazza di una manager che – probabilmente perché bravissima - alimenta più di un’invidia a ridarci la giustizia che ormai ci stiamo stancando di chiedere.

giovedì 29 novembre 2007

Forse

Forza Italia non si scioglie più. Come accade pericolosamente spesso nelle vicende di Berlusconi, c’è stato un malinteso: il che significa che gli altri, tutti gli altri, hanno male interpretato il verbo del Cavaliere. Il quale, fresco e pettinato, ha trovato ieri la faccia per dichiarare di non aver mai parlato dell’eutanasia di Forza Italia: “Ho detto che forse si sarebbe andati allo scioglimento”.
Sta tutto in questo avverbio, forse, la filosofia del personaggio. E’ nel gioco tra dubbio, esitazione e probabilità, che Silvio Berlusconi ha costruito la sua fortuna imprenditoriale e politica. Il giocatore di poker che punta tutto su una mano fortunata, il vanitoso che cambia vestito a seconda dell’auto che prende, il furbo che confida nella buona fede altrui, lo spregiudicato che rispetta solo le regole che lui stesso ha inventato.
Il nuovo soggetto politico sarà un “partito network”, un “partito holding”. Pochi hanno capito che cosa significhi questo profluvio di inglesismi. Di certo il suo presidente si farà amministratore delegato, governatore dei governatori, pontefice di tutte le chiese, Dio.
Forse.

mercoledì 28 novembre 2007

La giustizia e le regole

Due notizie sulle prime pagine dei giornali di oggi accomunano due giudici molto noti perché “non guardano in faccia a nessuno”. E, di conseguenza, perché le loro “vittime” sono personaggi di grido. Il pm Woodcock si è visto archiviare l’inchiesta su Fabrizio Corona e il presunto ricatto fotografico a Totti. Il gip Forleo si è trovata davanti al giudizio impietoso del pg di Cassazione, secondo il quale l’inchiesta su D’Alema e le scalate bancarie è macchiata da giudizi “abnormi e anticipati”.
Due inchieste molto diverse, quindi, ma con lo stesso retrogusto amaro: per fare rispettare le regole bisogna innanzitutto rispettarle, le regole. Woodcock si è cimentato in un’operazione giuridicamente impossibile, che è quella di mettere le manette alla coglionaggine, alla sciatta presunzione di un signor nessuno che, proprio grazie a lui e ai suoi ceppi, è diventato un simbolo insopportabile. La Forleo, presa da una sacra sete di verità, giustizia politica e protagonismo giudiziario, ha chiesto – tra l’altro - l’autorizzazione alla Camera per utilizzare le intercettazioni di parlamentari che non erano neppure iscritti nel registro degli indagati.
Non sono questioni di lana caprina. In uno Stato di diritto le regole si rispettano, si studiano e, se è il caso, si ripassano.Il rischio è, come ben si può capire, quello di creare vittime che non meritano lo status di vittime; di legittimare, solo perché non ben inquadrati giuridicamente, comportamenti deprecabili di potenti e aspiranti tali. E non ne sentiamo il bisogno, credo.

martedì 27 novembre 2007

L'ultimo trasloco

Qualche mese fa vi trasmisi le mie angosce per via dei traslochi. Quest’anno ne ho fatti due in otto mesi, con vari traslochini intermedi. Scrivo da un computer di fortuna annebbiato dalla polvere e con tasti come quello della e accentata che non funziona. Intorno a me, macerie di cartoni e sventolii di nastro da imballaggio. Sono senza porte: dalla cucina e’ (notate l’ausiliare ortograficamente artigianale) un solo panorama che finisce nella stanza da bagno. Ingurgito panini con prosciutto ed emmenthal (colazione, pranzo e cena) da due giorni: ho un fegato che sembra un’asse da stiro. Consumo più libretti d’assegni che carta igienica. Dormo poche ore a notte: persino la sveglia mi tira giù dal letto sbadigliando. Uso le sedie come tavoli, i tavoli come armadi, e gli armadi... non ce li ho. Però sono contento, perche' spero che questo trasloco sia l’ultimo. Purtroppo di “ultimi” traslochi e’ (!!!) fatta la nostra esistenza: come gli ultimi amori, gli ultimi tram, l’ultimo spettacolo e l’ultima notte. In realtà scegliamo di farci male con qualcosa mascherato da novità. Felicità, dolore, fatica: praticamente un’esperienza mistica.

lunedì 26 novembre 2007

Un bimbo morto ogni cinque secondi

video

Quando diciamo “fame nel mondo” lo facciamo spesso per indicare una discussione noiosa, di massimi sistemi, poco concreta. Ieri ho letto i dati delle Nazioni Unite e sono rimasto sconvolto. C’è un concorso per i giovani bandito su YouTube, per usare in maniera intelligente questo immenso serbatoio di videoclip. Dateci un’occhiata.

domenica 25 novembre 2007

Giudica chi legge

Caro Gery, da operatrice del settore editoriale, ti scrivo per ringraziarti del dibattito sulla bastonatissima narrativa palermitana che stai ospitando. Come “allevatrice” di scrittori, sento di dover rendere giustizia, in questo blog, a tutti i talenti freschi che la nostra città ha prodotto in questi ultimi anni, che non liquiderei – come certi soloni fanno – gettandoli nel pentolone degli “scialbi imitatori” di questo o di quell’altro maestro della letteratura o come insulsi produttori di una “narrativucola” che non ha, né avrà mai, nulla da dire. E mi preme anche parlare di chi, con i suoi romanzi, ha contribuito alla crescita della casa editrice per la quale lavoro, Dario Flaccovio. Casa editrice che è spesso oggetto degli strali di chi vive con la puzza sotto il naso. Non mi va che all’editore e ai suoi autori si dia stagionalmente un pubblico calcio nel sedere, spesso senza possibilità di replica né motivazioni espresse con chiarezza. E’ accaduto anche pochi giorni fa, su Repubblica. Cosa che mi ha costretta a scrivere una lettera di precisazione al giornale (di contro molto attento ai nostri saggi su Palermo e sulla Sicilia, ma spesso snob nei confronti della narrativa e dei giovani scrittori che proponiamo). Né sono io l’unica a ritenere ingiusto bollare i nostri scrittori esordienti ed emergenti come robaccia. C’è tanta stampa qualificata che ne parla bene, e in certi casi anche in termini entusiastici. Ci sono premi letterari nazionali che ne hanno riconosciuto il valore. Ci sono paesi europei ed extraeuropei che li hanno amati e voluti in libreria, e adesso si godono i frutti di una scelta lungimirante. Ci sono colossi dell’editoria che li hanno notati e arruolati nella loro squadra. C’è stata la Presidenza del Consiglio dei Ministri che nel 2005 ha assegnato a Dario Flaccovio il premio della Cultura. E tutto questo grazie a te, Gery, a Salvo Toscano, a Valentina Gebbia, a Giacomo Cacciatore e a tutti gli altri.
Con la casa editrice abbiamo lanciato scrittori che sono cresciuti, che ora hanno anche cinque o sei traduzioni all’estero, e contribuiscono a portare oltre confine la nostra narrativa offrendo un’interpretazione nuova e soprattutto attuale di questa terra. Questi esordienti o emergenti hanno regalato a Dario Flaccovio, e anche a me che li seleziono, la soddisfazione di finire ogni anno, spesso con più di un autore e con libri di diverso genere (dal giallo, al noir, dal romanzo ironico alla letteratura di viaggio), nelle semifinali, in finale o sul podio di vari premi. Di poter sfoggiare sulle nostre copertine “strilli” importanti, tratti dalle recensioni del Corriere della Sera o de La Stampa, solo per citare due testate. Mi sembra, quindi, che sia la storia recente a parlare per loro. Questi giovani autori – che non saranno i nuovi Sciascia e Pirandello, né forse vogliono esserlo, ma hanno comunque talento e personalità – non meritano il coro di detrattori che ormai si leva a scadenze fisse, ma non hanno nemmeno bisogno di difensori. Si difendono da sé, con quello che scrivono, con la passione che ci mettono, con i sacrifici che fanno, con i risultati che ottengono. A chi li vuol far passare tutti per merce di scarto chiedo solo di conoscerli, di leggerli. E magari, dopo averli letti, di avere l’umiltà di ammettere che almeno in qualche caso si è sbagliato a dirne male.

Colpevoli di noir

Quando si esprimono opinioni in forza di un ragionamento o di proprie intime convinzioni, si è soliti usare toni pacati non avendo altri scopi verso i propri interlocutori, se non quello di dire ciò che si pensa. I toni trasudanti livore e disprezzo utilizzati dallo scrittore Vincenzo Consolo suggeriscono invece altre chiavi di lettura. Bisognerebbe chiedersi: da cosa nasce l’accanimento di Consolo emigrato a Milano da quarant’anni verso i suoi colleghi siciliani contemporanei? Ad ognuno la propria risposta.
Per quanto mi riguarda, l’avevo già ascoltato quattro anni fa alla Fiera del libro di Torino ed anche allora aveva tirato fuori la solita solfa e un’idea me la sono fatta. Io credo che uno scrittore dovrebbe parlare attraverso i suoi libri, altrimenti diventa qualcos’altro. Personalmente ho letto Consolo, ma lui cosa ha letto di chi critica?
In Sicilia oggi esistono fior di scrittori e di scrittrici, ognuno si esprime col genere che gli è più congeniale. Il noir come ogni altra forma di letteratura ha una sua specificità, e pazienza se a Consolo non piace. Ce ne faremo una ragione, come autori e come lettori di noir. Voglio comunque sottolineare che se anche una sua pupilla come Silvana La Spina ha pubblicato “Uno sbirro femmina” (Mondadori, semifinalista al Premio Scerbanenco, il più importante del genere in Italia), ci saranno delle ragioni. E non credo siano unicamente quelle sbandierate con tanta sicumera e tanto astio da Consolo. Uno scrittore deve avere una visione ampia del mondo che lo circonda. Molti lo hanno capito e i lettori li seguono sia in Italia che all’estero.

sabato 24 novembre 2007

Il maestro americano

Ho sempre pensato che scrivere sia un atto di libertà. Un’impellenza che, miracolosamente, coinvolge la sfera dell’intimo e ha ripercussioni su quella del sociale; una pratica adulta che mette in moto l’istinto bambino e il pensiero maturo, che chiama a raccolta le stratificazioni dell’esperienza eppure cede alle lusinghe dell’ignoto, mescolando azzardo e controllo, incoscienza e presa di coscienza. Antinomie che convergono e cooperano nel medesimo atto: la creazione di una storia. Attribuisco quindi all’azione di scrivere la levità del gioco tra fanciulli: senza pretese e tuttavia denso di significati, spesso incurante di scelte preconcette o di regole che non siano quelle interne al gioco stesso, necessarie alla condivisione con quanti più vogliono parteciparvi. Non sono del tutto in buona fede, dicendo questo, lo ammetto. A oggi, mi reputo un discreto ignorante, orfano della lettura di numerosissimi classici in una scuola che ha fatto del proprio meglio per sottrarmi allo studio appassionato della storia, della filosofia, della poesia. Quello che so, spesso l’ho catturato per caso, con lo stesso spirito del gioco: da onnivoro, in strada, nelle sale cinematografiche, dal solco di un disco, da un fraseggio di musica, sui giornali e sui saggi, pescando qua e là, aprendo la Divina Commedia o l’Iliade con gli occhi chiusi e il dito puntato a casaccio, gustando una strofa, una suggestione, sempre con il tremore del contadino che si affida ai segni, ai solchi, al volo delle rondini. Non sto facendo dell’ignoranza un alibi e del disimpegno una bandiera, ma solo una difesa a braccia aperte. Scrivo con quello che ho e, se la giornata gira, quello che ho mi basta a movimentare il gioco. Ho cominciato a pubblicare nel 1994, ed ero più povero e meno cauto di oggi. Avevo finito l’università, e cercavo di esorcizzare un fantasma. Anzi tre. Primo: volevo diventare uno scrittore vero. Secondo: nei dintorni non vedevo il luogo adatto e canonico per l’impresa, ovvero mitici caffè, circoli letterari, un Baudelaire affamato di novità che decidesse di darmi la sospirata patente di “Scrittorevero”. Terzo: speravo di scrivere qui. Qui, in Sicilia. La terra di Pirandello, Lampedusa, Sciascia. Tremavo.
Mi venne in aiuto un americano. Un personaggio che si era più o meno ritrovato ad affrontare fantasmi simili ai miei e forse di tanti altri miei coetanei. L’americano, da ex studente e anonimo insegnante, voleva diventare uno scrittore vero (cioè pubblicato). Ma nei dintorni non vedeva altro che bar, fattorie e scuole metodiste e, peggio ancora, pretendeva di scrivere lì. Lì, in America. La terra di Poe, Faulkner, Hemingway. Lo scenario era: paralisi o tracotanza, insomma. Lo scrittore americano aveva scelto la tracotanza. Scrivere era molto più facile che convincersi se davvero ne valesse la pena, se fosse “lecito” provarci. Era una questione di coraggio, di incoscienza e di motivazione. Era un gioco libero e serio, che non doveva rendere conto a padri fondatori. Questo a qualsiasi latitudine della terra.
Lo scrittore di cui parlo si chiama Stephen King e, al di là di quello che si possa pensare dei suoi libri, della sua “americanitudine” e dei suoi milioni, mi tese una mano invisibile ma concreta. Mi mise in mano le chiavi del regno e i trucchi di un gioco universale. La battuta giusta davanti alle porte chiuse e ai sofisti. Mi svezzò nella lettura di altri autori, più complessi, più vicini all’Europa e persino alla Sicilia. Mi diede un esempio che non è mai arrivato da qui, dalla mia città.
Eppure non ho fatto altro che scrivere di lei, da allora, grazie alla spinta di un maestro lontano, che non conoscerò mai.

venerdì 23 novembre 2007

Scrittori traditori

C’è un tema che va e viene, con ciclicità ormai quasi stagionale, nel dibattito letterario siciliano e non solo: non esistono più gli scrittori di una volta. Detta così, ricorda una tipica discussione da ascensore: lo stesso rammarico può essere infatti esteso al pane, alle auto, ai programmi televisivi, ai film, alle verdure, agli idraulici e via discorrendo. Di fatto, una certa insoddisfazione permanente in chi è avanti con gli anni è perfettamente in linea con la logica del rimpianto. Anche mio nonno si lamentava dei bei tempi andati e presumo che così facessero suo padre, suo nonno...
Il corto circuito avviene però quando si tende a far legge di opinioni illustri, che pur sempre opinioni sono. Lo scrittore Vincenzo Consolo, nei giorni scorsi, ha sollevato su Repubblica un allarme (che non ha ammesso voci discordi) contro il buio della scena letteraria siciliana. Perché Sciascia e Bufalino sono morti, perché non ci sono più il Romanzo impegnato e la Ricerca della parola, perché i giovani sono troppo giovani, perché l’impegno non è più Impegno. Sotto accusa c’è una generazione eterogenea di narratori che hanno in comune soltanto il luogo di nascita e che per il resto sono – come ha scritto recentemente Santo Piazzese – isole senza traghetto. Questi scrittori sono tra i 30 e i 50 anni, quindi neanche troppo giovani, e percorrono perlopiù le strade del noir o del giallo. Il romanzo “di genere” viene indicato come aggravante: copre la vacuità dei temi, maschera la scrittura storpia, travisa la Storia. Eppure questi scrittori vendono, sono tradotti all’estero e, per paradosso, sono molto più apprezzati quando varcano lo Stretto. A Milano o a Torino vengono infatti trattati meglio che a casa loro. Raccontano storie nient'affatto banali, sperimentano linguaggi, divertono anche. Sono onesti lavoratori, hanno fatto la gavetta, ma devono tenere la testa bassa nella loro terra. Perché gli anziani saggi - che probabilmente non li hanno mai letti - hanno deciso così.
Una domanda: se il figlio è degenere, siamo sicuri che il padre non c’entri nulla?

Aggiornamento, ore 15.40. Data la sorprendente popolarità dell'argomento, mi sembra il caso di aprire un dibattito. Autori, editori e lettori che vogliono esprimere un'opinione con un intervento che non sia un semplice post possono inviare testo (massimo 30 righe) e foto all'indirizzo e-mail: gerypa@alice.it .

giovedì 22 novembre 2007

Il conto dei Savoia

Tre frasi di Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria di Savoia (se avesse tanti neuroni quanto i nomi che porta risulterebbe un genio a casa sua).
Nel 1994, quando gli fu chiesto se fosse disposto a giurare fedeltà alla Costituzione repubblicana per tornare in Italia, lui rispose: “No. Non voglio rispondere a questa domanda. È una cazzata!”.
Nel 1997 rifiutò di scusarsi per la firma di un Savoia alle leggi razziali, precisando: “Non mi scuso perché non ero neanche nato. E poi, non sono così terribili (le leggi razziali, ndr)”.
Nel 2006, appena scarcerato, durante una telefonata a un conoscente disse: “Questi giudici sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi. Pensa a quei coglioni che ci stanno ascoltando: sono dei morti di fame, non hanno un soldo. Devono stare tutto il giorno ad ascoltare, mentre probabilmente la moglie gli fa le corna”.
Ora Vittorio Emanuele di Savoia, pensionato P2, e suo figlio Emanuele Filiberto, killer grammaticale e sospettato col genitore di attentato alla pubblica intelligenza, chiedono 170 milioni di euro allo Stato italiano per danni morali dovuti alla violazione dei diritti fondamentali dell'uomo stabiliti dalla Convenzione Europea per i 54 anni di esilio.
Segue il messaggio che mi ha spedito ieri la mia amica Mela insieme con la segnalazione di questa notizia: “Accanisciti, ti prego! Sbranali a parole, masticali e, se sono indigesti, vomitali pure! E rutta!”.
...
Burp!

mercoledì 21 novembre 2007

Troppo vero per essere vero

Fini dà il benservito a Berlusconi o, a seconda dei punti di vista, ricambia. La teatrale separazione tra An e Forza Italia si è consumata ovviamente in diretta tv, come se fossero necessari una specie di bollo catodico, una legittimazione Pal, una colata di ceralacca mediatica. I mass media non raccontano più ciò che accade – questa è la mia sensazione -, ma creano l’evento stesso. Sospetto che a riflettori spenti quei due – come tutti gli altri – si parlino, confabulino, pianifichino, tramino, recitino un copione. Perché altrimenti tutto ciò non avrebbe senso. Berlusconi si inventa un nuovo partito frammentato per far concorrenza al neo partito della frammentazione assoluta che è il Pd. Non concorda nulla con i suoi alleati. Fini e Casini apprendono tutto a cose fatte e parlano di colpo di teatro. Veltroni apre. Berlusconi spalanca. Bossi boccheggia. Troppo vero per essere vero.
Vorrei essere il cellulare di Silvio Berlusconi per sapere, oltre a come si abborda l’ultima starlet di Canale 5, di cosa caspita parlano il cavaliere e i suoi commilitoni politici a telecamere lontane.

martedì 20 novembre 2007

Stipendi non stupendi

Una ricerca dice che negli ultimi cinque anni gli stipendi di lavoratori dipendenti e operai sono diminuiti, per effetto di un complesso gioco di inflazione, mancata restituzione del fiscal drag e altri elementi economici da mal di testa. Sono un lavoratore dipendente, anche se da febbraio scorso sto provando la libera professione, e mi rendo conto che, pur da privilegiato, con l’avvento dell’euro mi sono ritrovato più povero. Non ci vogliono studi da premio nobel per capire che 2.500 euro non valgono quanto i cinque milioni di lire di una volta, ci vuole solo coraggio politico per affrontare al più presto la questione. Ci vogliono leggi per controllare i prezzi: un chilo di arance in Sicilia non può costare tre euro, perché fino a qualche anno fa costava mille-millecinquecento lire (prezzo massimo). Quando avevo casa in affitto pagavo un milione al mese, col tempo sono arrivato a pagare oltre mille euro. E vi assicuro che se, negli anni Novanta, mi avessero detto che sarei arrivato a pagare due milioni e passa per una casa mi sarei fatto ricoverare d’urgenza, per prevenzione. Quando si parla di soldi il qualunquismo è sempre in agguato. Ma se non se ne parla c’è la Sezione Fallimentare che incombe. Morale qualunquista: meglio qualunquisti che alla fame.

sabato 17 novembre 2007

Consigli per gli amplessi

Scrivo queste righe in clandestinità, nel covo di alcuni miei favoreggiatori che, coraggiosi, cercano di restituirmi ciò che la Telecom mi ha tolto tre giorni fa: la libertà di comunicare.
Riflessione per il fine settimana: data la recrudescenza di delitti maniacali, di accoltellamenti durante atti sessuali, di emulazioni criminali, di amplessi tragici, di prelievi di Ris, Sco, Cip e Ciop, è consigliabile adottare alcune precauzioni di carattere generale.
Niente incontri erotici in luoghi in cui ci sono coltelli nel raggio di 1,5 chilometri. Il partner, anche se trentennale, va sempre perquisito prima.
L’amplesso si deve svolgere in una stanza completamente vuota, nella quale i due (o tre, o quattro, eccetera…) protagonisti entrano completamente nudi.
E’ prevista un’ispezione corporale prima dell’ingresso nella stanza di cui sopra.
Terminato il rapporto, i due (o tre, o quattro, eccetera…) amanti vanno in piazza a fermare i passanti per farsi un alibi nel caso in zona si verifichi un omicidio. La caccia agli inconsapevoli testimoni prosegue per tutta la giornata tra scontrini fiscali, biglietti del cinema, code alle Poste, risse coi posteggiatori, volantinaggi davanti alle scuole e flash mob di fronte al municipio.
Alla fine i due amanti (o tre, o quattro, eccetera…) vanno a letto, ognuno a casa sua, assicurandosi che i telefonini siano serviti da “celle” diverse: solo così avranno la certezza di non aver sbagliato casa.

giovedì 15 novembre 2007

Sesso sesso sesso

Ho letto ieri di recenti studi, con annessi libri in vendita, su come migliorare la vita sessuale. Quando mi trovo di fronte ad argomenti di questo genere divento preda di una curiosità scimmiesca a tal punto da provare quasi vergogna. E – vi assicuro – non per il motivo che perfidamente potreste immaginare.
Insomma, dopo anni di studi, ricerche, esperimenti su uomini animali e cose, gli esperti hanno fatto le seguenti inaudite scoperte: al sesso (inteso come attività) fa bene l’esercizio fisico e fa male il fumo; l’eccesso di alcolici è vietato; è fondamentale che la coppia trovi nuove fantasie; se le cose non funzionano è bene rivolgersi a uno di loro (uno degli esperti); e, soprattutto, lo stress è veleno.
Fatta salva la buona fede di questi ricercatori, c’è da chiedersi con chi hanno avuto a che fare (personalmente e professionalmente) sino a prima di iniziare questi studi.
La mattina vedo correre, in calzoncini e maglietta, centinaia di padri di famiglia e, dalle loro facce, dubito che stiano pensando a una serata focosa. Le sigarette (o i sigari di clintoniana memoria) possono essere utili in un rapporto solo se stanno ben lontane dalla bocca e soprattutto spente. Quelli della Vecchia Romagna ci hanno fregato per decenni, spacciando un superalcolico per “il brandy che crea un’atmosfera". Le fantasie nella coppia sono fondamentali, anche se ormai sembra che la più popolare sia quella su come occultare il cadavere del coniuge. Andare dal medico per dirgli “dottore, sa una cosa? Non mi si drizza dal 1983” è la cosa più semplice del mondo, suvvia. Ci sono vari modi per combattere lo stress: uno di questi è lavorare di meno. Ma chi non lavora non fa l’amore. Azz, ci ha fregato anche Celentano.

mercoledì 14 novembre 2007

Amici

Ho rivisto amici che non incontravo da trent’anni. E’ un bel sollievo confrontare le proprie rughe con quelle degli ex ragazzini con i quali hai condiviso la tua gioventù. Ed è una meravigliosa sorpresa scoprire che, in fondo, tu per loro non sei cambiato.
Quanti amici di infanzia abbiamo abbandonato per inerzia, costrizione, o per necessità geografica? Vi siete mai fermati a pensare quante persone, che hanno segnato il vostro cammino negli anni fondamentali della vostra felice incoscienza, vorreste rivedere?
Il tempo – ho capito con colpevole ritardo – è un giudice sommo: diffidate di chi cerca di azzerarlo o di renderlo invisibile. Allontanate immediatamente tutti quelli che si pongono come misura assoluta, con la protervia – ben nascosta – di rendere il presente omnicomprensivo. Siamo, anche, ciò che siamo stati. E nessuno può toglierci le corse in Vespa, le risate in spiaggia, le prime ubriacature, le mezze parole che ci fanno riconnettere con un mondo distante anni luce. Diamoci tempo per i ricordi, ci aiutano per il futuro, senza rimpianti se ben collocati.
Questo – lo so - non è un post popolare. Ma sono felice di aver rivisto i miei amici, che sanno poco di ciò che faccio. Per loro vado bene come andavo. E per questo li ringrazio.

martedì 13 novembre 2007

Il revisionismo degli anni Settanta

Il pensiero mi tormenta da qualche tempo. Il mese scorso, quando si è acceso il dibattito sul blog del bandito Vallanzasca, il pensiero si è sublimato nella seguente considerazione: in Italia c’è una sorta di revisionismo dei crimini commessi negli anni Settanta. Questa necessità di correggere ricostruzioni e tesi correnti, quindi dominanti, non risponde – credo - a esigenze politiche. Non è un colpo di spugna sulla storia, ma una sbianchettatura con conseguente riscrittura. E’ qualcosa di peggio rispetto all’oblio, è un’operazione sottile di falsificazione in cui il male non era alla fine troppo male e il bene era così così. Se ci pensate, la considerazione di cui godono molti ex brigatisti ed ex terroristi neri (dentro e, purtroppo, fuori dalle celle) è un segnale chiaro. Se l’assassino di allora era anche uno che masticava una ideologia, oggi lo si guarda più come intellettuale dissidente che come pregiudicato. Non voglio fare nomi, per un semplice motivo: se anche dovessi, in quest’ambito, portare un paio di esempi (ce li ho qui, sulla punta delle dita), mi sentirei in dovere di scrivere almeno il triplo delle righe sulle loro vittime. E siccome delle vittime – per un crudele gioco di informazione e di audience – si sa sempre meno rispetto ai carnefici, ammetto di non essere preparato a sufficienza.
Un omicidio degli anni Settanta alla luce di molti nostri contemporanei ha tinte meno cupe di un delitto di oggi. I proiettili alla testa di un sindacalista o al cuore di professore universitario hanno un effetto meno devastante se esplosi negli anni di piombo. Il nero del lutto delle vedove colpisce solo se lo si guarda sulla tv a colori, eppure sempre nero è.
Mi piacerebbe se qualcuno mi dicesse che sbaglio, che la mia è una sensazione fallace. Ne sarei felice, perché potrei tornare a godermi il ricordo di un’epoca che, artisticamente, ho adorato.

lunedì 12 novembre 2007

Stadi chiusi per decenni

La domenica appena trascorsa impone una riflessione franca e senza peli sulla lingua. Un giovane tifoso è stato ucciso nei pressi di un autogrill per un tremendo errore da un agente di polizia stradale: per una folle concatenazione di eventi la violenza è poi esplosa a Bergamo e Milano e soprattutto a Roma, dove fanatici si sono scagliati contro stazioni di polizia e la sede del Coni. Altro mi sfugge - l’aggressione ad alcuni giornalisti, le violenze in alcuni campi minori – ma la sostanza è indigeribile, come il fanatismo senza un dio, la mente senza ragione.
Siamo un Paese in emergenza, un coagulo di micce innescate che aspettano solo un fuoco (magari fatuo) per sfogarsi nella detonazione. Qualcuno dovrà pure dirlo, alla faccia delle dichiarazioni di facciata: la morte del povero Gabriele Sandri non c’entra nulla con gli stadi. Era uno che andava a una partita, certo, ma a quale titolo le “tifoserie” (virgolette d’obbligo) hanno deciso di riscattarne la memoria? Se io vengo ammazzato da un agente per errore mentre vado al supermercato, ciò legittima il saccheggio di tutti i supermercati italiani? E soprattutto si è mai vista una mobilitazione di massa contro gli assassini organizzati, contro le bande, le cosche, le consorterie mafiose dei nostri quartieri? E’ mai stata organizzata una spedizione punitiva di ultras, o altri presunti imbecilli, a danno di criminali conclamati come certo non sono le nostre forze dell’ordine?
La risposta cumulativa è: no.
Perchè siamo in un ambito criminale e idiota (il peggiore!) come quello di certo tifo organizzato, che crede di legittimare ogni azione con la prevaricazione vigliacca del numero. Siamo in tanti quindi imponiamo la nostra legge. Siamo in tanti e ce ne fottiamo. Siamo in tanti e rompiamo il culo a tutti. Così funziona in Italia.
Davanti a uno scenario così triste e pericoloso si impongono scelte drastiche. La stessa intransigenza che lo Stato sbandiera nel perseguire il colpevole della morte del giovane tifoso va usata per disinnescare le micce di violenza becera che si aggirano nei pressi dei nostri stadi. Il calcio è un fenomeno accessorio nella vita di una nazione – lo dice uno che lo apprezza – quindi se ne può fare a meno, se le circostanze lo impongono. Ci vogliono stadi chiusi per decenni, squadre retrocesse in serie Z, tifosi in manette, per costruire uno scenario di gioco in cui ancora ci si può divertire. Perché è di un gioco che stiamo parlando, lo vogliamo capire?

sabato 10 novembre 2007

Un delitto di "fusione"

Ho seguito le cronache sul giallo di Perugia e, letterariamente parlando, ne ho ricavato l’impressione di una vicenda intricata e ben equilibrata dal punto di vista investigativo.
Breve parentesi: parliamo di un delitto tremendo che spande una macchia di dolore indelebile per amici e parenti della vittima, la povera Meredith; ma per le considerazioni che seguono dobbiamo spogliarci delle emozioni e concentrarci su indizi e moventi.
I tre indiziati, per i quali ieri il gip ha convalidato gli arresti, sono due fidanzati, l’americana Amanda e il pugliese Raffaele, e il cittadino congolese Patrick. Nell’ordinanza del gip si fa riferimento alle diverse versioni che, nel giro di breve tempo, Amanda e Raffaele danno di quella sera e in particolare di quell’arco di ore, dalle 21,30 a circa mezzanotte del primo novembre. Per farla breve, i due cambiano tesi, con un certo impegno, da un giorno all’altro. E se l’orario notturno degli interrogatori – si fa così, è una regola non scritta dell’indagine - può costituire un’innegabile pressione psicologica, il ricordo dei luoghi e delle compagnie frequentati in un giorno così cruciale non può essere evanescente, come invece si evince dalle testimonianze dei due ragazzi. Ciò ha indotto – giustamente - il giudice a porsi una domanda: perché questi ragazzi mentono? Colpevoli o no, i ragazzi infatti mentono, per semplice constatazione dei fatti. E a poco può valere, in sede giudiziaria, la giustificazione da loro invocata dello stato di confusione dovuto al consumo di hashish: uno che si fa le canne ricorda o non ricorda, è difficile che ricordi, poi corregga, poi corregga ancora...
Patrick ha un ruolo delicatissimo. Secondo la testimonianza di Amanda lui avrebbe avuto una responsabilità primaria nell’assassinio, con la complicità (ma questo Amanda non lo dice, lo ipotizzano i magistrati) di Raffaele. L’alibi del congolese è fragile: dice di essere stato al lavoro nel suo pub, ma il primo scontrino che rilascia è delle 22,29, un orario che non lo scagiona. C’è tuttavia un elemento che non va sottovalutato: al momento, tra le tracce trovate nell’appartamento di Meredith non ne esiste una sola che riconduce a lui. Così non è – stando almeno alle prime risultanze –per Raffaele: un coltello a lui sequestrato è compatibile con le ferite mortali sul corpo della vittima e almeno un’impronta sulla pozza di sangue potrebbe essere stata lasciata da una sua scarpa.
Nell’inchiesta ci sono altre deduzioni, molte: i cellulari spenti all’unisono dai due fidanzati intorno alle 21,30 della sera del delitto, alcuni post “profetici” dei loro blog, incongruenze sul numero delle persone presenti nell’appartamento, cambi di abbigliamento sospetti, il “desiderio di Patrick di congiungersi carnalmente con una ragazza che gli piaceva e lo rifiutava”, Meredith appunto.
Il movente è il più difficile da portare in un’aula di tribunale: un misto di passione insana e pulsione irragionevole. Buio su tenebra, insomma.
Più che un delitto imperfetto, quello di Meredith sarebbe un delitto di “fusione”, dai contorni inconsistenti come il fumo di troppe canne. Ora saranno le perizie e il lavoro di menti lucide a diradare le nebbie.
Mi chiedo: voi che ne pensate?

venerdì 9 novembre 2007

L'imbecille travestito da artista



Per il linguaggio usato questo post è destinato a un pubblico adulto.


Un coglione travestito da artista, di cui non faccio il nome per non fargli ulteriore pubblicità, ha organizzato una mostra esponendo un cane (vero) legato a una corda. L’atroce originalità dell’allestimento consiste nel fatto che il cane dovrà morire di fame davanti ai visitatori. Per rendere più scioccante la sua performance da testa di cazzo, il lurido in questione ha rivestito i muri di croccantini che, ovviamente, il cane non può raggiungere. C’è da qualche settimana una mobilitazione nel web per bloccare questa vergogna, probabilmente il cane sarà già morto. La beffa è che questo imbecille è stato invitato alla biennale d’arte del Centroamerica del 2008. Ci sono almeno due modi per impedire che ciò accada: il primo è firmare questa petizione, il secondo è prendere questo delinquente a calci in culo se capita di incontrarlo. Un calcio per uno, lo rispediamo nel tugurio in cui merita di rimanere confinato. A mangiare croccantini per cani.

giovedì 8 novembre 2007

I decaloghi

La polizia ha trovato nel covo del boss Salvatore Lo Piccolo un decalogo del perfetto mafioso. Ve lo propongo con qualche spunto per un contro-decalogo da uomini normali, insomma non di onore.
Primo. "Non ci si può presentare da soli a un altro amico nostro, se non è un terzo a farlo". Evitare i terzi incomodi, sempre.
Secondo."Non si guardano mogli di amici nostri". Le mogli dei nostri amici si guardano con riguardo.
Terzo. "Non si fanno comparati con gli sbirri". Gli sbirri si rispettano. E, più degli amici, si possono chiamare nel momento del bisogno. Accorrere è il loro mestiere.
Quarto."Non si frequentano né taverne e né circoli". Taverne e circoli sono posti in cui può essere piacevole, ogni tanto, perdere tempo.
Quinto. "Si ha il dovere in qualsiasi momento di essere disponibile a Cosa nostra. Anche se c'è la moglie che sta per partorire". E’ utile spegnere il telefonino nel corso della giornata. A meno che la moglie non stia per partorire.
Sesto. "Si rispettano in maniera categorica gli appuntamenti". Ci sono appuntamenti a cui è bene mancare: è un ottimo modo per rimediare in extremis agli errori.
Settimo. "Si deve portare rispetto alla moglie". Se uno prende moglie è perché la ama, altrimenti è, nel migliore dei casi, scemo.
Ottavo. "Quando si è chiamati a sapere qualcosa si dovrà dire la verità". La verità è spesso parente stretta del dolore: somministrare con cautela.
Nono. "Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie". Non rubare, l’ha già detto qualcuno ben titolato.
Decimo. “Non può far parte di Cosa nostra chi ha un parente stretto nelle varie forze dell'ordine, chi ha tradimenti sentimentali in famiglia, chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali". Chi fa parte di Cosa nostra non merita un parente nelle forze dell’ordine, ha un comportamento pessimo, non tiene minimamente ai valori morali.

mercoledì 7 novembre 2007

Alibi e pizzini

Nel covo del boss Salvatore Lo Piccolo sono stati ritrovati documenti e pizzini che fanno riferimento a molti commercianti che pagano il pizzo e a persone incensurate che hanno un ruolo in Cosa Nostra. Possono adesso cadere molti alibi che hanno frenato la lotta al fenomeno mafioso, primo tra tutti quello della sottomissione forzata degli estorti. Il procuratore di Palermo, due giorni fa, aveva esortato i commercianti a ribellarsi approfittando della debolezza della mafia appena decapitata. Oggi c’è un motivo in più per non sottostare al ricatto: i nuovi nomi di chi paga ci sono, tra poco –speriamo - saranno pubblici. Che senso ha giocare ancora a nascondino?
Le carte “fresche” di Lo Piccolo sono un patrimonio di conoscenza importantissimo: c’è lo stato delle cose, c’è la fotografia più recente della vergogna mafiosa, c’è la prova più pesante del tradimento delle leggi dello Stato.
Adesso via alla ricerca dei riscontri, poi rapide verifiche e una bella scorta di manette. Tira una bella aria a Palermo, finalmente.
P.S. Cari magistrati della Procura, smettetela di farvi la guerra. Avete tanto di quel lavoro da svolgere che per azzuffarvi dovreste mettervi in ferie. E in questo momento c’è bisogno di voi tutti.
Ma di questo parleremo un'altra volta.

martedì 6 novembre 2007

Il mondo di Sandro Lo Piccolo

Salvatore Lo Piccolo, erede del boss Provenzano, finisce in trappola. E mentre gli agenti della sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo lo arrestano, suo figlio Sandro gli grida “Papà, ti amo”. Il dettaglio non passa inosservato. Primo, perché il giovane è un criminale con un ergastolo alle spalle e, pure lui da latitante, partecipava con il padre a un summit di mafia. Secondo, perché ci catapulta nei meandri, difficilmente esplorabili, della razionalizzazione dei sentimenti. L’amore di un figlio verso il padre non può essere messo in discussione, è uno di quei sistemi assoluti che può condurre con uguale forza alla felicità come alle nefandezze più impensabili. E’ tutto e troppo, è completezza e annientamento, biologia ed assioma. Nel grido del trentenne Sandro c’è, molto probabilmente, amore vero, incondizionato. Ciò non fa di lui una persona umanamente meno peggiore rispetto a ciò che la sua fedina penale ci racconta. Amare, come sappiamo, non dà patenti né costituisce attenuante. E’ il contesto nel quale questo sentimento si dispiega che, secondo me, può toglierci dall’imbarazzo di paragonare il nostro sentimento al suo. Lo Piccolo junior (scritto così sembra una tautologia) dichiara il suo amore al genitore mentre lo vede cadere, dopo aver condiviso con lui crimini e latitanza. Quel "papà, ti amo" è il grido doloroso di una resa definitiva, il suggello di una vita impossibile. Il suo sentimento è tremendamente umano, quanto disumano è l’ambito nel quale è maturato. Il padre come mito criminale, un capo imprendibile, la violenza come legge, gli altri come vittime o avversari: il mondo infimo di Sandro Lo Piccolo si sgretola con l’arrivo di quegli uomini armati e mascherati che vengono a catturare suo padre. Lui non lo saprà mai, ma in fondo sono venuti a liberarlo.

lunedì 5 novembre 2007

Ali ai piedi

Uno dei miei sogni è correre la maratona di New York. Portarla a termine, se non altro. Ho sempre avuto una certa confidenza con scarpette da runner e calzoncini, nel senso che ho macinato moltissimi chilometri a piedi nella mia vita. Non ho mai trovato il coraggio di affrontare la lunga distanza, mi sono cimentato qualche volta nei 21 chilometri. E, nelle chiacchiere con gli amici, sfodero più orgoglio nel dire del mio “storico” 1’,37” (mezza maratona di Roma del 2004) che dei miei libri.
Ieri ho letto le cronache dell’edizione newyorkese di quest’anno: un keniano che vola a 3 minuti per chilometro, una neomamma inglese che bissa il successo, gioia e sudore, muscoli e cervello. Mi sono sentito bene.
La corsa è un ottimo metodo per pensare, per scaricare immondizia cerebrale, per drogarsi di positività. Quando siete tristi o demoralizzati, provate a mandare tutto a quel paese e mettetevi in moto. Poi magari mi dite.

venerdì 2 novembre 2007

Fratelli di Romania

E ora dove lo mettiamo questo corpo di donna straziato? E’ un cadavere ingombrante quello di Giovanna Reggiani, violentata e uccisa a Roma dal rumeno Romulus Nicolae Mailat.
Lo mettiamo negli armadi della falsa coscienza di chi, come alcuni deputati della Sinistra ultraradicale, insiste nel considerare le nostre frontiere come cancelli spalancati a tutti gli stranieri che intravedono la possibilità di delinquere a costi irrisori?
O lo mettiamo in conto al sistema politico-amministrativo nazionale che gode in modo onanistico a invocare linee dure, ma che provvede a metterle in atto sempre dopo, in ritardo, a colpo sparato, a cadavere freddo (tranne che non si tratti di ferocissimi lavavetri)?
O ancora lo mettiamo in un cimitero rumeno a testimonianza dell’amicizia tra i popoli (“io amicu, tu amicu, tutti amicu”) dopo che l’intera comunità e il governo rumeni si sono mobilitati per dissociarsi dai criminali, dare un bell’esempio, manifestare sdegno, isolare le mele marce?
Oppure lo mettiamo in una delle migliaia di baracche abusive in cui i delinquenti comunitari (e non) nascondono la refurtiva, campano, si riproducono e pianificano nuovi colpi?
C’è imbarazzo per decidere dove mettere il cadavere di Giovanna Reggiani. C’è imbarazzo a raccontare le cose in modo chiaro, senza temere di essere fraintesi. C’è imbarazzo a dire che molti rumeni arrivati in Italia sono dei delinquenti, più degli altri immigrati. C’è imbarazzo persino a incazzarsi perché l’odioso sospetto di razzismo sta lì, dietro l’angolo. Un angolo buio e pericoloso da cui è bene stare alla larga.

giovedì 1 novembre 2007

Il mio computer depresso

La Telecom italiana annuncia che aumenterà la velocità di connessione a internet. Giornali e siti specializzati annunciano che è iniziata la sfida sull’alta velocità. Gli altri operatori annunciano che batteranno in velocità chi crede di essere il più veloce.
Io guardo il mio Mac e lo vedo depresso: ogni giorno scarpina in una trazzera travestita da autostrada dei bit, tossisce per le linee intasate, parte per esplorazioni e si ritrova nella folla.
E non so nemmeno come consolarlo. Ho dato un’occhiata a studi autorevoli: per velocità di connessione l’Italia è diciassettesima nel mondo. Gli Stati Uniti sono quindicesimi. Al primo posto, manco a dirlo, ci sono Giappone e Corea con una media, rispettivamente, di 61 e 46 mega, cioè trenta volte e ventitrè volte superiore alla nostra. Peggio di noi fanno gli spagnoli, gli svizzeri, gli inglesi, gli australiani. Insomma, non siamo ultimi eppure andiamo male. E se facessero una classifica della velocità di risposta (e cortesia) dei call center delle compagnie telefoniche?