lunedì 31 dicembre 2007

La cera di Icaro

Giacomo Cacciatore conclude la serie di interventi sull’eroismo moderno, innescata da un post sull’assassinio di Benazir Bhutto. Le vostre riflessioni, acute, controcorrente e soprattutto mai dolciastre, mi sono sembrate ottime per accompagnare la fine di quest’anno. Vi ringrazio di cuore. Buon 2008!


A fronte della “fenomenologia dell’eroe” discussa in queste pagine, ho l’impressione che si sia dimenticato un aspetto curioso. Quello degli effetti collaterali dell’esistenza dell’eroe. Effetti che coinvolgono chi guarda Icaro dal basso. Coloro che ammirano il suo volo ma, rabbrividendo all’idea di sfiorare il sole, si accontentano di raccogliere le gocce della cera sciolta che piove dalle sue ali. Non entro nel merito della vocazione al martirio degli eroi. Sono convinto che siano rari i casi in cui un uomo – pure se dotato di qualità eccezionali – possa anche lontanamente accettare (o addirittura concepire) l’idea della propria morte con sguardo ispirato, sorriso luminoso e mani salde sul timone del proprio destino. Gente molto più eroica di me – sul piano del pensiero – ha ipotizzato che un individuo del genere pagherebbe con la nevrosi, o addirittura con la psicosi. Se è vero che gli eroi (quelli metaforici, creati ed elaborati dal mito, e quelli che, incolpevoli, da uomini realmente esistiti sono diventati materia di mito) carezzano in qualche misura l’inconscio collettivo, le corde di uno strumento invisibile che, come per magia, risuona nelle menti e nei cuori della gente, superando persino i limiti geografici e temporali, è altrettanto vero che corrono un rischio notevole. Duplice. Da un lato, quello di identificarsi – in vita – con lo stesso strumento immane che hanno involontariamente toccato (da qui i profeti, i maestri di pensiero e, nell’accezione più inquietante, i dittatori). Dall’altro – spesso in morte – quello di ritrovarsi defraudati del genuino significato delle loro gesta, proprio da parte di chi degli eroi ha necessità per dare un senso alla propria vita. Sono questi gli individui che, raccogliendo quelle quattro gocce della cera di Icaro, le pasticciano a loro immagine e somiglianza, spacciandole per carne propria, dilatandole perché appaiano protuberanze verosimili, ali posticce che però mai serviranno al volo. Nascono così gli esegeti per mestiere. I biografi con lo sguardo fiammeggiante. I compositori di peana circensi. I raccontatori senza racconti. Gli agiografi che reclamano a gran voce e difendono a unghiate la loro vicinanza al mito, il giorno o l’istante in cui, soli tra mille altri, gli hanno stretto la mano e, ignorati dal mito stesso, ne hanno doppiato i passi. I professionisti dell’arti-mafia (qui il refuso è voluto) che spettacolarizzano il sussurro e la lacrima solo per dar spettacolo di se stessi. Insomma, gli pseudo-icaro che si appropriano di luminose vite altrui per plasmare ali gigantesche. Con delle gocce di cera che non basterebbero a sigillare la confessione della loro pochezza.

domenica 30 dicembre 2007

Falcone e Borsellino, per esempio...

E' noto che chi si espone, rendendo la sua immagine pubblica, vada incontro come ad una suddivisione della sua vita in piccoli pezzi, che andranno ognuno ad una persona diversa, inesorabilmente. Nella condivisione di quella persona, ognuno si costruisce il suo personaggio personale (e scusate il gioco di parole) a partire da quel piccolo pezzetto, e molto spesso il risultato finale non è molto fedele all'originale.
Quando il personaggio pubblico sfida un gigante, da novello Davide, allora l'aura che lo circonda, che riusciamo a percepire anche solo nominandolo, diventa qualcosa di magnifico, di incredibile.
La fama può dare sicuramente alla testa, e questo non è un mistero, ma non dimentichiamoci che parliamo di gente come Martin Luther King, John Kennedy e Bob Kennedy, Abrham Lincoln, e tanti altri... persino John Lennon. La loro consapevolezza, quella di possedere una vita più breve degli altri a causa del loro destino, è chiara. Forse alcuni di loro hanno deciso di perseverare nonostante il pericolo della fine, perchè lasciati trascinare dalla marea, o forse lo hanno fatto perchè ci si aspettava questo da loro. E' difficile affrontare un tema simile, ma sono profondamente convinto che la verità non sta nell'egocentrismo, quanto nello spirito di sacrificio supremo.
Quando si è consci di essere gli artefici di qualcosa di grandioso, di essere il fulcro di un grande cambiamento sociale e culturale, oppure di rappresentare il liberatore dell'oppressione della gente, è facile lasciarsi trascinare. Ci si rende conto che si è raggiunto un punto di non ritorno, oltre il quale lasciar perdere non può più avere senso. Il passo da uomo a icona è più breve del pensiero stesso dell'esitazione, e porta inevitabilmente ad un punto in cui ormai il ripensamento non è più contemplabile.
Molti hanno scelto quella via, non ultima la Bhutto, e altre donne coraggiose come lei, e molti ne hanno patito con sofferenze e con la morte. Essi sono tuttavia consapevoli di due cose: si stanno sacrificando per un bene superiore, per quanto ingiusto sia, e il sacrificio non ammette riconsiderazioni, pena la perdita profonda del suo significato e della potenza del suo messaggio per i popoli; essi ormai sono segnati nel loro destino, non resta altro che lavorare finchè qualcuno, da qualche parte, non avrà deciso che non potranno più farlo.
Per me, per le mie origini, così come dovrebbe essere per ogni italiano che si rispetti, il sacrificio ha il volto di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, due uomini incommensurabilmente grandi, che certamente pensarono spesso alla fine, alla morte, ma che furono guidati da uno spirito troppo grande per essere compreso. Il nemico invisibile che combattevano, infido e spietato, li ha fermati mentre ancora si muovevano, instancabili, consci di non avere scampo forse, ma di dover comunque continuare, di dover "fare in fretta", come disse Borsellino dopo la morte dell'amico Falcone.
Proprio di Borsellino sono le parole che più mi fecero capire ciò che significa spirito di sacrificio. Esse racchiudono tutta l'essenza di ciò che voglio comunicare:"è bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola."

Il semidio moderno

Secondo Stef, “eroe, nell’accezione classica, è un semidio dotato di eccezionali virtù e gesta prodigiose. Con tutto il rispetto per la memoria della signora Bhutto, non mi pare sia questo l’ambito. Eroi moderni allora. Ma siamo certi che le gesta prodigiose siano necessariamente positive?”.
Il succo del pensiero di Giovanni (da?) Verona è questo: “Il sistema moderno ha bisogno di figure forti che catalizzino azioni. E’ una necessità in epoca globalizzata: senza condottieri che in qualche modo vedono legittimata la loro forza nella ricerca di una morte violenta non c’è storia per un pianeta di pecore”.
M.Tr è lapidario: “Avete letto la storia della famiglia Bhutto? Non sono proprio tutte rose”.
Infine Puf73 si richiama a un’affermazione di Tere: “Come lei a me piace studiare le persone. E il suo metodo è anche il mio. Ma mi pare che la provocazione qui non sia perfettamente calzante”

sabato 29 dicembre 2007

L'eroismo e l'onnipotenza

Ieri, a commento del post sulla morte di Benazir Bhutto e sulla sorte delle "dinastie politiche", Tere ha proposto la seguente riflessione:
"E se queste persone così esposte, vuoi per ambizioni, vuoi per ideali, cercassero la loro morte violenta per vincere le loro paure più intime? Forse semplicemente per smania di eroismo, o di onnipotenza: preferibile morire in maniera eclatante piuttosto che attendere la morte su un dondolo, mezzi sordi, devastati dai segni del tempo e dell'età. Non lo so, ma forse c'è un subdolo autocompiacimento nel perseverare andando incontro al pericolo in questi personaggi dall'intelligenza e dal carisma superiore a noi mortali".
Vi ho chiesto qualche riflessione in merito. Il tema non era facile e sono rimasto sorpreso nel ricevere parecchi contributi. Cercherò di proporli quasi tutti, in versione integrale o riassunta. Qui sotto i primi due capitoli.
Grazie e buona lettura.

Filosofia dell'eroe arrogante


Prima di essere travolto dalla pazzia, prima di chiudere la sua vita pubblica e, soprattutto, prima che i lettori finissero per affibbiargli verità che non aveva mai neppure pensato, Nietzsche decise di scrivere “Ecce homo”.
Vi ricordate il sottotitolo? “Come si diviene ciò che si è”.
Anche un eroe prima di essere riconosciuto davvero come tale, prima “di divenire ciò che è” deve pagare il pegno. Deve cioè morire, tragicamente, e per mano altrui.
E’ valso per gli eroi del mito e vale per quelli ben più vicini ai nostri tempi.
C’è un codice dell’eroe (occidentale) uguale per ogni era. Un codice che prevede fatiche enormi, pulsioni di riscatto, lotte contro nemici invisibili, battaglie all’ultimo sangue, sino ad arrivare all’immolazione finale. Inevitabile e catartica, per sé e per il prossimo.
C’è un momento, nella sua vita, dove l’eroe non si riconosce in un modello, ma intuisce che è lui stesso l’archetipo. A quel punto non può sottrarsi alla “chiamata”: l’eroe DEVE oltrepassare la soglia. Anche a costo di non riuscire ad annientare il nemico. Anche a costo di annientare se stesso.
Ora, il bel quesito di Tere ne sottace un altro.
La chiamata dell’ “eroe”, il suo dire di sì alla morte tragica e inevitabile, è un destino triste e virile, o è “hybris”, arroganza?
Nietzsche, ad esempio, sarebbe per la seconda ipotesi.
E offre pure una soluzione: l’uomo nuovo dovrebbe imparare a riconoscere in sé l’eroe, certo. Ma anche il giullare, il pazzo, l’uomo che sa vivere “in leggerezza”, “al di là del bene e del male”.
Visto che siamo a fine anno e ci stanno già travolgendo con previsioni e oroscopi, concediamoci di spiare la simbologia esoterica.
Nei tarocchi c’è una bellissima carta, quella del matto, l’arcano numero zero.
Pensate che rappresenti solo l’irrazionalità, il gioco, il buffone inaffidabile?
Errore. Il giullare/matto ci ricorda che è possibile rinunciare all’ambizione in vista di un'evoluzione esclusivamente interiore. Non a caso la carta successiva, l’arcano numero uno, il “bagatto”, altro non è che lui stesso, evoluto, e trasformatosi in un meraviglioso mago e conoscitore della vita, i cui occhi brillano finalmente di riconosciuta intelligenza.

I grandi cercano una morte grande?

Ultraman si pone delle domande e dà delle risposte. "I grandi cercano una morte grande? E la morte è ancora più grande se è violenta? Alla prima domanda non so rispondere, penso di non avere sufficiente coraggio per entrare in quest’ottica. Alla seconda domanda rispondo decisamente di sì".
Tere allarga il raggio della sua provocazione. "Trovo che tale atteggiamento sia comparabile alla scelta di partner con le medesime caratteristiche caratteriali che ognuno di noi fa: chi incappa nei tossici o alcoolizzati, chi nei depressi o, viceversa, chi finisce col prediligere i leader, le figure carismatiche. E' la concretizzazione del vecchio detto secondo cui ognuno è artefice del proprio destino. Lì dove la fortuna o la sfiga hanno poco gioco, ci ritagliamo dei ruoli: vittime o carnefici, vincitori o vinti. E' una teoria che sto sperimentando personalmente ribaltando i miei atteggiamenti abituali e, udite udite: FUNZIONA DAVVERO COSI'!!! Io mi sto divertendo (ma, confesso, ci sto anche marciando) a studiare le reazioni altrui come fossero topi in un laboratorio ed è semplicemente spaventoso verificare come, anche le persone più intelligenti, siano facilmente manovrabili, praticamente prevedibili in maniera vergognosamente elementare".
Secondo Mela 68 "la morte è la fine per tutti. Persino di un’intelligenza superiore. Non c’è modo di sopravvivere alla fama che si è inseguita per una vita se si cerca, in modo più o meno cosciente, la fine della sopravvivenza stessa".

venerdì 28 dicembre 2007

I dubbi e l'orrore

Saprete già tutto sull’attentato nel quale è stata uccisa, in Pakistan, Benazir Bhutto. Poche righe per le mie impressioni.
La violenza e il sangue mi sconvolgono sempre più (sarà l’approssimarsi ai 45). Stavolta un pensiero parallelo ha amplificato le mie emozioni. Ho pensato ai Kennedy, ai Ghandi, alle grandi dinastie politiche che nella ricerca del potere assoluto hanno perso quel piacere relativo che è il vivere delle proprie cose. Persone (e personaggi) dai grandi ideali, ma dal baricentro troppo alto. Forti pubblicamente, fragili dentro o intorno. Indiscusse nel carisma, discutibili nelle scelte politiche.
Pensateci, queste persone se ne vanno sempre per mano di altri. Lasciandoci perlopiù in una brodaglia di orrore senza un'alba di certezza.

AGGIORNAMENTO ORE 14.45.
Tra i commenti troverete le istruzioni per un nuovo gioco nato da una delle vostre riflessioni.

giovedì 27 dicembre 2007

Il dilemma Contrada

C’è una certa confusione attorno agli ultimi sviluppi del caso Contrada. L’iniziativa del difensore che ha chiesto la grazia e l’istanza di scarcerazione girata dal Quirinale al tribunale di sorveglianza sono due momenti molto diversi tra loro. La prima ha come destinatario reale il ministero di Grazia e giustizia, la seconda appunto la magistratura ordinaria. Per questo Napolitano ha troncato con una breve nota le proteste del fronte del no: ci sono leggi, pronunciamenti della Corte costituzionale, magistrati che scioglieranno i nodi, “il Quirinale conosce bene le procedure” quindi non interferisce. E’ utile tenere a mente questi passaggi per evitare di trapiantare forzosamente – con immani pericoli di rigetto – la vicenda in un ambito politico.
Restano i convincimenti personali: chiunque ha il suo. Personalmente, credo che Contrada sia vittima di un ragionamento molto difficile da decostruire, perché – cerco di essere chiaro – basato su un meccanismo logico-giuridico decontestualizzato. Si è giudicato un poliziotto secondo un’ottica molto diversa da quella che si sarebbe adottata all’epoca in cui i reati sarebbero stati commessi. Fare lo sbirro a Palermo negli anni Settanta significava anche sporcarsi le mani, marciare sul filo del rasoio, frequentare e spiare, spiare e lasciarsi frequentare. Ci sono molti soloni in calzoncini corti che, attualmente, sparano pareri sulla legalità senza sapere che questa è sempre figlia del tempo. Ci sono reati che si sono trasformati, leggi che cambiano, mestieri che si evolvono, agoni politici mutevoli, c’è l’emergenza e c’è il sentire comune.
Contrada va comunque trattato con dignità, la stessa che lui ha mostrato durante questi anni di battaglie giudiziarie.

martedì 25 dicembre 2007

Il sommo Magris

Oggi un post de relato. Per chi avesse perso l’articolo di Claudio Magris sul Corsera di qualche giorno fa, ecco il link (segnalatomi da una blogger acuta).
Magris è un grande intellettuale perché ha il dono della semplicità e non è mai saccente. Fossi premier lo farei ministro della cultura e gli vieterei di frequentare il parlamento.

domenica 23 dicembre 2007

Buon natale

E lasciatelo in pace quel pover'uomo. Auguri a tutti voi.

venerdì 21 dicembre 2007

I lottizzati

C’è qualcosa di divertente nella concatenazione logica che spinge Berlusconi a dichiarare che “in Rai lavora solo chi si prostituisce oppure è di sinistra”. Conosco molte persone che lavorano nell’azienda televisiva di stato e poche sono di sinistra. Sui costumi sessuali di costoro non sono informato, tranne qualche pettegolezzo che colpisce (credo ingiustamente) colleghe – guarda un po’ - destrorse. La lottizzazione, come si sa, è un’architettura che poggia sull’intero arco costituzionale: l’ultimo elenco attendibile di assunti con targa politica lo pubblicò, molti anni fa, il Giornale di Indro Montanelli. C’erano tutti, il Psi, la Dc, il Pci, persino i liberali: ricordo ancora molti nomi di illustri colleghi giornalisti inclusi in quegli elenchi, mai smentiti, che oggi sventolano le bandiere del sindacato e starnutiscono indignazioni contro l’invadenza dei partiti nel campo dell’informazione.
Berlusconi non dice una fesseria, nel senso che se non fosse un pugile suonato avrebbe potuto evitare i riferimenti atavici ai “rossi” e alle puttane. La frase più corretta sarebbe stata: “In Rai lavora prevalentemente chi decide di farsi scopare dal capostruttura di turno oppure chi ha uno sponsor politico”. Però chi dice una cosa del genere subito dopo aver raccomandato un’attricetta al responsabile di Rai Fiction è come minimo un incosciente. O tutt’al più una fesseria ambulante.
Sì, c’è qualcosa di divertente nella concatenazione logica che spinge il Cavaliere a fare questa dichiarazione. Ma improvvisamente mi sfugge.

giovedì 20 dicembre 2007

Lo sciopero dei consumi

Da quando sono in età cosciente (da pochi anni, secondo chi giura di conoscermi bene) ogni fine anno è accompagnata da rincari, aumenti, allarmi monetari e catastrofi economiche varie. E’ come se vivessimo in un enorme portafogli e ci svegliassero quando è l’ora di pagare il conto. Tutti ad agitarsi, indignarsi, annunciare provvedimenti che non ci saranno. Come se tirando il freno a mano si potesse arrestare la deriva dei continenti.
Una volta un economista mi spiegò che il sistema mondiale non si basa, come molti credono, sul rapporto domanda-offerta, ma su bisogni indotti e offerte programmate. Che è altra cosa. I grandi manovratori, insomma, pagano perché i poveri restino tali. Perché senza di loro non ci sarebbe quella differenza di potenziale che alimenta i flussi di denaro.
Quando si parla di rincari l’unica arma che esiste è lo sciopero globale dei consumi.

mercoledì 19 dicembre 2007

Cattiverie

Il natale per antonomasia porta buoni pensieri. Mi sembra un’ottima occasione per farne di cattivi. Qualche suggerimento.
Bigliettino di auguri. Babbo natale è arrivato in slitta anche stavolta. Dall’anno prossimo, conoscendoti, passerà con l’autocompattatore.
Regalo alla ex. Ricordati di me, dimenticati del mio cellulare.
Cena coi parenti. Questa minestra è fatta con le mie mani: un modo come un altro per sciacquarle.
Al migliore nemico. Hai una casa e una moglie stupende, molto accoglienti.
In ufficio. Vado in vacanza per qualche giorno, cercate di combinare qualche cazzata anche per me.
In chiesa. Passino la mangiatoia, il bue e l’asinello, l’oro e l’incenso. Ma la mirra che minchia è?

martedì 18 dicembre 2007

Dietro le quinte

Ci sono molte persone che lavorano dietro le quinte. Scrivono per altri, vendono idee che altri utilizzano, scavano trincee per esperimenti, costruiscono successi senza mai prendere un applauso, inventano senza brevettare, scelgono per i più titolati. E’ un patrimonio di ingranaggi che il pubblico non conosce. Eppure il lavoro oscuro dei ricercatori, di molti artisti senza palco, dei titolari di un manipolo di neuroni malpagati, è fondamentale. Il consumatore ha contezza, senza colpa alcuna, solo del prodotto finale: legge una firma, sceglie una marca, utilizza un prodotto. Immaginate una fotografia: sapete tutto su chi l’ha scattata e sul soggetto ritratto, ma non vi interrogate su chi ha studiato le luci, chi ha curato gli sfondi, chi ha costruito la macchina, chi ha sviluppato la pellicola...
Per deviazione psicologica (ah, se il mio psic avesse libera parola!), mi sono sempre interrogato sul dietro le quinte. Se compro un panino, guardo verso il forno, se vedo un film sto attento ai titoli di coda, se leggo un libro studio i ringraziamenti e persino le note di stampa. C’è nel lavoro dietro le quinte un affascinante mistero. Vorrei conoscere lo sceneggiatore de “I soliti sospetti”, ancor prima del suo regista. Vorrei chiacchierare con lo sviluppatore del linguaggio html, Tim Berners-Lee, ancor prima di Bill Gates. E via immaginando.
Nella celebre visione del mondo alla rovescia mi perdo in un immane patrimonio di conoscenza sconosciuto. Sarebbe meraviglioso se un giorno si accendessero tutte le luci del palco e non solo i riflettori.

lunedì 17 dicembre 2007

Il vantaggio dei ricordi

Ho osservato un fenomeno interessante e bello. Ogni volta che propongo un tema di riflessione che necessita di elaborazione (cioè di tempo) per repliche e varia partecipazione, c’è una sorprendente rispondenza tra i lettori del blog, anche quelli occasionali. Il post di sabato non era semplice, eppure sono venute fuori idee originali e divertenti: in una parola, intelligenti. Era un gioco, ovviamente, quindi molliamo certi moralismi che qualcuno continua a impugnare: può anche essere stimolante fare l’esegesi di “mosca cieca” a patto che non si impartiscano lezioni sulla ragion pura. Sempre di gioco si tratta.
Tornando a noi, ho più volte sfiorato il pensiero più controproducente per un giornalista: le notizie hanno stancato. La gente, anzi la ggente è satura di fatti, commenti sui fatti, analisi dei fatti, polemiche sulle analisi dei fatti, reazioni ai commenti dei fatti, retroscena dei fatti, vivisezioni dei fatti. Il bombardamento ha causato un’overdose i cui effetti sono assimilabili al suo contrario, a una crisi di astinenza. La mia non è una considerazione statistica, questo blog non ha voce in capitolo in tal senso. Però affacciandomi ogni giorno a questa piccola finestra sto capendo molte cose. Il messaggio della comunicazione deve cambiare, ma cambiare giorno per giorno. La partecipazione non è un contorno, bensì un alimento fondamentale. Ad esempio, giocando e misurandosi sul filo dei ricordi, dei desideri, delle ambizioni si impara a far gruppo, società. Il trito esercizio del “mi ricordo” è un grimaldello che forza porte di case distanti, ma che hanno gli stessi tinelli, le stesse pareti stinte, lo stesso profumo, indimenticabile, dei ricordi. Che ben cristallizzati non diventeranno mai rimpianti.

sabato 15 dicembre 2007

Ai miei tempi

Facciamo il giochino del “mi ricordo”.
Ai miei tempi c’erano due (poi tre) canali in tv e c’era sempre qualcosa da guardare.
Ai miei tempi gli occhi erano i fanali della curiosità.
Ai miei tempi le ragazze non si spogliavano in discoteca. Non bevevano e rompevano le scatole a chi si prendeva un rum e coca.
Ai miei tempi si giocava a smontare e rimontare le radio rotte.
Ai miei tempi ci si faceva le seghe con catalogo Vestro.
Ai miei tempi la domenica si andava al cinema, tutta la famiglia, ed era una festa.
Ai miei tempi si giocava a pallone per la strada.
Ai miei tempi c’erano i buoni e i cattivi, nulla nel mezzo.
Ai miei tempi se non studiavi venivi rimandato o bocciato e non si facevano cortei per chiedere una franchigia.
Ai miei tempi ci si sedeva a tavola tutti insieme.
Ai miei tempi per telefonare si chiedeva il permesso.
Ai miei tempi non si parlava a migliaia di persone con un clic.

venerdì 14 dicembre 2007

Targhe alterne

Le targhe alterne contro l’inquinamento sono un provvedimento diffuso in tutta Italia. Non ho un’idea precisa in merito: uso poco la macchina, non ho famiglia, ho un’autosufficienza pressoché rionale. Tony Gaudesi mi invia la sua riflessione sulla situazione di Palermo.

L’amministrazione Cammarata ha tirato fuori dal cappello a cilindro l’ennesima, illuminata, trovata: le targhe alterne.
Per salvaguardarci nel lungo termine i polmoni, il Palazzo ha deciso di spappolarci immediatamente il fegato e, forse, qualcos’altro.
Si dirà, i rilevamenti, l’inquinamento, le polveri sottili…
A prescindere che il passato ha già decretato il flop di un provvedimento del genere, penso che un minimo di elasticità e di immedesimazione verso chi gli paga (o meglio strapaga) lo stipendio sarebbe stato un atto dovuto per gli inquilini di palazzo delle Aquile. Una spruzzata di comprensione verso la plebe, prima di rivoltarne in un fiat la vita come vecchi calzini, credo avrebbe cambiato, come in pochi altri casi, sia la forma che la sostanza.
Penso ad una fascia mediana di black out nel coprifuoco giornaliero, per esempio dalle 13 alle 15, che avrebbe consentito di salvare capra, cavoli e, forse, coronarie.
E invece niente. La decisione è passata in un baleno sopra la testa dei cittadini, in un tira e molla tra industriali, commercianti e consorterie varie. E chissenefrega dei nuclei familiari di quattro, cinque persone (bebè compresi) con destinazioni sparigliate nella zona rossa. Chissenefrega delle mamme che, nemmeno calandosi nei panni di superman, riusciranno nell’impresa di parcheggiare il bambino al nido, il fratello di un paio di anni più grande alle Elementari tre chilometri più avanti, l’altra figlia alla Media della zona opposta, prima di arrestarsi, lingua ciondoloni, davanti alla porta dell’ufficio. Con tre bus diversi all’attivo, novecento, mille metri di scarpinata, magari sotto l’acqua, passeggino sottobraccio, due ore di sonno sacrificate alla Ragion di Stato… E una sincope in arrivo al gran galoppo.
E tutto questo mentre l’auto resta parcheggiata sotto casa, a dispetto dell’abbonamento-pizzo per le zone blu (il cui prezzo, a questo punto, e a rigor di logica, dovrebbe essere quantomeno dimezzato).
Probabilmente al Palazzo avranno, in modo lungimirante, anche pensato ai correttivi: “Basterà - si sarà detto nelle illuminate discussioni pre-delibera - una seconda auto”. Già, con il corredo di una seconda assicurazione, un secondo bollo, una seconda quota garage.
“E, ovviamente - avranno sottolineato, sogghignando, al Comune - con un secondo abbonamento per le zone blu”.
Cosi che a salvare capra e cavoli sarà stato solo il Comune: dimostrerà di aver fatto di tutto per tutelare la salute pubblica e al contempo strapperà qualche euro in più ai supertatassati cittadini.
In attesa dell’imminente raddoppio dell’addizionale Irpef e dopo il salasso della tassa sull’immondizia, cittadino-Pantalone, come sempre, silenziosamente abbozza. Ma fino a quando?
Tony Gaudesi

giovedì 13 dicembre 2007

Libri chiusi, bocche aperte

Si leggono meno libri in Italia. Secondo i dati diffusi dall’Istat, 43 connazionali su 100 hanno letto almeno un libro (UNO!) in tutto il 2007. In un anno si sono persi quasi 400 mila lettori, 33 mila al mese. Dati aridi, si dirà. Effettivamente l’analisi di queste cifre (andate al capitolo 8 se avete coraggio) è complessa.
Chi infatti legge, legge ancora più: cresce la lettura “forte” (più di 12 libri all’anno), passando dal 12,9% al 13,3%. Chi leggeva poco invece (da 1 a 3 libri) ha letto ancora meno. Leggono molto di più le donne e primeggia il nord, ultimo il sud. A parte invocare leggi a sostegno del settore, come fanno gli editori, ci vorrebbe una rivoluzione domestica. Via i televisori dalle camere da letto, innanzi tutto. Inoltre la sera, invece di perdersi in chiacchiere sterili con amici e familiari, si potrebbe provare a raccontare storie, a leggere brani. Gli stessi addetti ai lavori (critici, scrittori) potrebbero evitare di rompersi e rompere le palle in pretestuose teorie puriste: scrivere, leggere, diffondere, questo è il loro mestiere. Mi sono stufato di partecipare a dibattiti in cui si inventano scuole di pensiero per poi demolirle con un soffio di parole. Da anni in Italia ci si interroga sulla sorte del “romanzo sociale”, con un appiattimento fantozziano davanti ai bestselleristi. Che noia!
Se uno scrive una cazzata di 160 pagine e ha la fortuna di finire nelle grazie del super recensore di turno vende ed è osannato, altrimenti finisce nel fango. Più delle storie valgono i temi, più della lingua vale la corrente delle emergenze. Oggi un pamphlet sulla prima organizzazione criminale che prolifera all’angolo sotto casa si riverbera su ogni quotidiano, mentre la narrativa pura (nel senso di invenzione, spremuta di fantasia) è quasi tutta affidata ad autori che hanno residenza all’estero.
Se si legge poco, insomma, la colpa non è dei lettori.

P.S.

Data la scarsa popolarità dell’argomento sono costretto a introdurre alcune parole chiave posticce in questo post, in modo da attirare qualche lettore in più: sesso, porno, culi nudi... Ah, dimenticavo: SODOMIA PENSIONATI!

mercoledì 12 dicembre 2007

Frasi fatte

Ci sono frasi fatte, domande o assemblaggi di parole che possono essere irritanti. Ecco una breve compilation (con possibili risposte).

Questo tempo mi ammazza. Qualcuno dovrà pure farlo.
A me piacciono le cose fatte bene. Parlami degli altri, se ci riesci.
Sono un tipo buono, ma quando mi incazzo... E se fossi cattivo?
A me non mi conosce nessuno. Per fortuna.
Ti conosco meglio di quanto ti conosci tu. Allora mi dici come mi sono ridotto a stare qui con te?
Mi piace scherzare, ma fino a un certo punto. Capito, la virgola è esclusa.
L’importante è la salute. Quando non hai creditori col porto d’armi.
La salsa che fa mia madre è insuperabile. Divorzio in vista, eh!
Fammi finire che poi ti spiego. Ok, torno dopo.
Hai capito? Ti sei spiegato.
La nuova influenza si attacca allo stomaco. Strano, la mia si attacca a un tallone.
Un attimino... Cioè un secondino che ha tempo da perdere.

martedì 11 dicembre 2007

Un anno

Questo blog compie un anno. Avrei voluto festeggiamenti fantasmagorici, tipo:
  • Filmato con gli auguri di Al Gore, Pat Metheny e Ron Jeremy.
  • Due foto con dedica di Berlusconi: con e senza capelli.
  • Benedizione di Sandro Bondi.
  • Citazione nell’elenco dei cattivi stilato dal Papa.
  • Ruolo di muro portante nel modellino della casa di Cogne nello studio di Bruno Vespa.
Invece sono sepolto ancora tra la polvere della mia casa nuova, con operai che mi girano attorno, mobili incellofanati e litri di caffè da preparare.
Grazie a tutti quelli che hanno alimentato discussioni e polemiche su queste pagine elettroniche. Grazie ai nottambuli d’oltremanica e ai mattinieri d’oltralpe, ai puntigliosi dell’oltrepo e ai bizzarri d’oltreoceano. Grazie alla folla di visitatori che arriva digitando “culi dei vip” e al solitario che approda cercando “sodomia pensionati”. Grazie ai due-tre simpaticoni che, con cadenza settimanale (prima era quotidiana), consumano i polpastrelli per insultarmi con la leggerezza dei senza ragione. Grazie infine a Giacomo Cacciatore e Raffaella Catalano, veri coautori di questo blog.

lunedì 10 dicembre 2007

Marketing politico

Per contrastare Berlusconi nella sua operazione di restyling politico, An cambia nome. Nell’era dei partiti azienda, dei partiti network, è il minimo. Da un lato, mura intonacate di fresco, insegne nuove. Dall’altro, strategie di marketing vetuste, dirigenti imbalsamati.
E’ lo specchio ideale per l’elettorato italiano che si lascia affascinare da parrucconi e parrucchini e al quale interessa poco cosa sta sotto la peluria cranica.
Entro oggi l’annuncio: le prossime elezioni politiche si svolgeranno alla Fiera di Milano.

sabato 8 dicembre 2007

Ormoni e sermoni

Due studi psichiatrici, uno americano e uno olandese, hanno attirato ieri la mia attenzione. Da un lato un team di esperti è arrivato alla conclusione che un po’ di tristezza è utile alla nostra salute, dall’altro una ricerca dice che il mal d’amore può davvero uccidere. Poeti, cantanti, scrittori ci hanno raccontato la complessità del buio interiore, ora la scienza mette un timbro a secco sul foglio delicato di certe emozioni.
Molti di noi conoscono il disagio o addirittura il dramma della depressione, pochi (io non sono tra questi) sanno leggere tra le righe del libro che scriviamo, giorno dopo giorno, con i nostri entusiasmi, le nostre incazzature, le nostre passioni e le relative delusioni. Siamo chimica, ci ricordano gli scienziati, siamo il frutto di un complicatissimo dosaggio istantaneo di ormoni, neurotrasmettitori, enzimi e chissà cos’altro. Dietro un sorriso c’è uno schizzo infinitesimale di serotonina, una porta sbattuta è figlia di mamma adrenalina. La visione biochimica delle emozioni mi ha consolato in qualche momento difficile, eppure mi ostino a valutare il calore di un abbraccio o l’incanto di un tramonto come qualcosa di estraneo ai composti del carbonio. Che la tristezza sia una tappa ineludibile nel lungo cammino verso la felicità ce lo insegnano i grandi artisti. Dietro un’opera memorabile c’è sempre uno stato di insoddisfazione: uno scoppio propulsivo verso il meglio che si cerca e che non si trova. Ed è questa tensione che ci regala il bello che non teme il tempo.

venerdì 7 dicembre 2007

La cellulite di Cindy Crawford

Non trovando nulla di meglio da fare, Abc News ha messo online una serie di foto che ritraggono personaggi celebri dello spettacolo tra rughe, smagliature, borse sotto gli occhi e chili di troppo. C’è un’irritante compiacenza nello spogliare la Very Important Person del suo involucro dorato. Vedere la pancetta cadente di un mio mito di bellezza, Cindy Crawford, mi ha rattristato nel profondo. Ma non tanto per l’adipe della bellissima ex top model (rimarrebbe un mio intimissimo sogno proibito anche se inforcasse una dentiera di piombo), quanto per la contundenza di una cattiveria mediatica che nulla ha a che vedere con il diritto di cronaca, con la crudeltà asciutta della notizia. Il percorso mentale che mi sono fatto è questo: loro, i ricchi-famosi-belli, hanno un peccato originale (sono ricchi-famosi-belli, appunto) che alcune sub-ordinarie persone vogliono trasformare in un debito verso la pubblica opinione; il meccanismo di vendetta prevede che i normali difetti di questi r-f-b vengano riverniciati coi colori della vergogna; vedere il bello trasformarsi di colpo in brutto strappa nelle sub-ordinarie persone non un sorriso, ma un ghigno.
Trovo volgare tradurre un cedimento strutturale epidermico in termini di notizia. E lo trovo addirittura vomitevole se fatto in rassegna: corpi uno dietro l’altro, facce gonfie, addomi dilatati, sguardi stralunati.
Bisognerebbe ripescare la vecchia legge del taglione per i direttori di giornali che pubblicano simili reportage. Niente ammende, nè – figuriamoci- altre pene: solo una striscia quotidiana che dovrebbe illustrare il loro decadimento fisiologico, amplificando la morte di ogni loro singola cellula come se fosse un’esecuzione in pubblica piazza.

giovedì 6 dicembre 2007

Il ventriloquo

Berlusconi dice che Casini ha ucciso la Casa delle libertà e che, peggio del peggio, finirà a sinistra. Il suo eterno portavoce Bonaiuti, che Dio lo aiuti, smentisce: mai detta una cosa simile. Il meccanismo dichiarazione-smentita è un pilone della comunicazione forzitaliota. Una via di mezzo tra il bastone e la carota, un bastone commestibile o, se preferite, una carota contundente. Una smentita di tal sorta avrebbe una sua credibilità se fosse accompagnata da frasi tipo: “Casini è un grande alleato”; “Casini quando ha gli incubi sogna bandiere rosse”; “Casini sta alla Cdl come la mia mano sta al culo di una soubrette”; “Casini ha capelli da sogno”.
Invece siamo al solito gioco della mano nascosta dopo che la pietra è stata lanciata.
Sipario. Gli ortaggi ormai hanno prezzi proibitivi.

mercoledì 5 dicembre 2007

Carovita

Leggo attonito i risultati di un’inchiesta su come combattere il carovita. Bastano poche righe, anzi una sola parola per farsi un’idea: ovvietà.
Uno dei segreti, ad esempio, è fare la spesa coi cosiddetti gruppi d’acquisto, cordate di massaie che comprano direttamente dai produttori. Insomma, carote e ravanelli si acquistano solo se si raggiunge il numero legale.
Un altro espediente per risparmiare è quello dei farmaci di concorrenza. Niente più medicine griffate, ma solo il nudo principio attivo. Una vera novità!
Ma il top dell’originalità si raggiunge nel campo automobilistico. Per evitare di sprecare denaro in carburante, gli esperti hanno stabilito che bisogna guidare con prudenza ed effettuare tutte le manutenzioni della vettura (che non sono gratis).
Mi fermo qui, per pudore.

martedì 4 dicembre 2007

Il sopravvissuto

Le mefitiche intercettazioni ambientali collocano il tunisino Azouz, il “sopravvissuto” alla strage di Erba, nel girone degli opportunisti crudeli, con diritto di residenza anche in quello dei delinquenti abituali. Si apprende infatti che della moglie e del figlio ammazzati da quei matti di Olindo Romano e Rosa Bazzi a lui non gliene importava un bel nulla. Coi corpi ancora da seppellire, Azouz si preoccupava di andar a scopare con un’amica della moglie. I traffici di stupefacenti non hanno subito battute d’arresto se non giusto il tempo dei funerali. Il tunisino si sentiva sicuro, come se con il sangue dei suoi familiari avesse pagato ogni conto con la giustizia e dovesse anzi riscuotere un surplus di impunità. Gli atti che hanno portato al suo arresto trasmettono un cinismo imbarazzante: il signor nessuno improvvisamente celebre per meriti criminali altrui arriva ad ammettere che questi mesi (cioé il periodo che va dalla strage dei familiari a oggi) sono stati i più belli della sua vita.
Se Rosa Bazzi e Olindo Romano potevano incarnare il male assoluto, Azouz ne rappresenta la terza dimensione.

lunedì 3 dicembre 2007

Music Control

Sono un consumatore bulimico di radio. E quando l’amico Giovanni Villino mi ha invitato ad approfondire l’argomento Music Control, mi sono trovato spiazzato. Non sapevo cosa fosse questa roba: così mi sono documentato.
Ci ho messo poco per apprendere che MC è un sistema di rilevamento di passaggi radiofonici di un brano musicale che monitorizza centinaia di radio e televisioni in mezzo mondo. E’ basato su un complesso meccanismo elettronico e vede tra i suoi clienti i boss dell’industria musicale.
Sulla base dei risultati di questa “indagine” si stilano le classifiche, i preziosi elenchi dei brani più ascoltati.
E qui si inceppa il meccanismo logico.
Come può una classifica essere attendibile se basata non sui gusti reali del pubblico, ma sulle scelte dei direttori artistici delle emittenti? Non è un mistero infatti che le scalette di ogni singolo programma di ogni singolo network radiofonico sono stabilite dai singoli direttori. A ciò si aggiunga che, come ogni radioascoltatore attento può verificare, molti passaggi musicali sono strettamente legati a ben altri passaggi, quelli pubblicitari: moneta sonante, si diceva una volta.
Ecco spiegato perché, ad esempio, la vostra radio preferita trasmette nell’arco di tutta la giornata al massimo 40-50 canzoni: sempre le stesse.
Morale: una classifica basata sulle scelte di pochi non è una classifica di gradimento. E’ un elenco della spesa.

sabato 1 dicembre 2007

Alla memoria

Vivo in una terra in cui i luoghi civici, le vie, gli incroci, i locali pubblici si identificano più col nome e cognome di chi vi è stato ammazzato che con l’ordinaria toponomastica. Nella mia corsa mattutina parto dal luogo del fallito attentato a Giovanni Falcone, arrivo fino all’incrocio in cui è stato assassinato Salvo Lima, poi svolto fino alla casa di Sebastiano Bosio, un medico ammazzato dalle cosche, e torno. Questo per due volte: totale dieci chilometri.
Da una settimana vivo nel palazzo di fronte a quello in cui, negli anni Ottanta, venne ucciso il commissario Ninni Cassarà. Ieri ho fatto colazione nel bar in cui venne assassinato Boris Giuliano. Poi sono andato a fare la spesa, nel supermercato che guarda l’abitazione sotto la quale Leoluca Bagarella sparò al giornalista Mario Francese. Prendo l’aperitivo in un locale che sta all’angolo con la strada in cui ammazzarono il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie e l’agente di scorta. E la mia pizzeria preferita è in via Libertà, a quattro passi dal luogo dell’agguato all’ex presidente della Regione Piersanti Mattarella. Per anni sono andato a mare di fronte alla villa del mio amico Emanuele Piazza e la mia banca sta proprio davanti alla lapide che ricorda il sacrificio di Cesare Terranova e Lenin Mancuso. Potrei continuare, ma mi è passata la voglia. La mia città non ha memoria.
Alla memoria.