Qualche mese fa ho cambiato lavoro e, inevitabilmente, stile di vita. Vi ho abbondantemente tritato le scatole con pensieri, allucinazioni, peana e ringraziamenti. Quello di oggi è un post sul post: cioè un minimo bilancio su quello che è accaduto dopo quella piccola rivoluzione nella mia vita.E’ quando ci guardiamo indietro, intorno, che inevitabilmente vediamo gli amici. Ho suddiviso le mie riflessioni (brevi, lo giuro) in un paio di capitoli. Oggi vi beccate il primo.
Un amico importante, nel senso che oggi occupa una posizione di grande rilievo nell’informazione italiana. Un direttore di testata. Vent’anni fa eravamo compagni di scorribande professionali e non (spesso il non era la parte dominante). Veniva dalla provincia. A Palermo affittò una casa vicino alla mia. E furono serate esaltanti: 1988, 1989, 1990, 1991, 1992... Cronaca e cene improvvisate, professione e risate, Mazara e Palermo. Addentavamo il mestiere con la voracità dei ragazzi che si meravigliavano di ricevere uno stipendio a fine mese. L’ho chiamato due mesi fa per scherzare su un fatto di cronaca che mi ricordava i nostri inizi. Ha risposto a monosillabi: “Ti chiamo più tardi”.
Mai più sentito. Avrò l’alito che puzza per telefono.
Un altro amico caro. Molte cose in comune: sport, mestiere, persino un’auto. Oggi è un professionista molto celebrato per il suo impegno antimafia. Ha vissuto momenti difficili nella sua vita. Io, nel mio piccolo, ci sono stato. Lo scorso inverno, in una fase di personale indecisione, l’ho incontrato per chiedere un suo parere. Ha detto la sua, rimandando a futuri incontri. Poi è sparito. La scorsa estate l’ho invitato a un’anteprima alla quale tenevo molto. Mi ha inviato un sms: “Prima vado da... e poi volo da te”.
Mai più visto.
Morale. Strani amici quelli che hanno il ruolo professionale che fa cortocircuito con la memoria: più il primo cresce, meno la seconda s’impone.
P.S. Nella seconda puntata, casi di segno opposto.
Un amico importante, nel senso che oggi occupa una posizione di grande rilievo nell’informazione italiana. Un direttore di testata. Vent’anni fa eravamo compagni di scorribande professionali e non (spesso il non era la parte dominante). Veniva dalla provincia. A Palermo affittò una casa vicino alla mia. E furono serate esaltanti: 1988, 1989, 1990, 1991, 1992... Cronaca e cene improvvisate, professione e risate, Mazara e Palermo. Addentavamo il mestiere con la voracità dei ragazzi che si meravigliavano di ricevere uno stipendio a fine mese. L’ho chiamato due mesi fa per scherzare su un fatto di cronaca che mi ricordava i nostri inizi. Ha risposto a monosillabi: “Ti chiamo più tardi”.
Mai più sentito. Avrò l’alito che puzza per telefono.
Un altro amico caro. Molte cose in comune: sport, mestiere, persino un’auto. Oggi è un professionista molto celebrato per il suo impegno antimafia. Ha vissuto momenti difficili nella sua vita. Io, nel mio piccolo, ci sono stato. Lo scorso inverno, in una fase di personale indecisione, l’ho incontrato per chiedere un suo parere. Ha detto la sua, rimandando a futuri incontri. Poi è sparito. La scorsa estate l’ho invitato a un’anteprima alla quale tenevo molto. Mi ha inviato un sms: “Prima vado da... e poi volo da te”.
Mai più visto.
Morale. Strani amici quelli che hanno il ruolo professionale che fa cortocircuito con la memoria: più il primo cresce, meno la seconda s’impone.
P.S. Nella seconda puntata, casi di segno opposto.
1-continua


55 commenti:
Gli amici sono come la celebre, splendida battuta di "Grand hotel" (Edmund Goulding, 1932), "gente che va, gente che viene, senza che accada mai nulla". Oddio, magari qualcosa accade, nella tua vita, magari qualche amico rimane più o meno stabilmente invece di far va-e-vieni. Gli amici sono anche "secondo": secondo i tuoi momenti, le tue ubbìe, i tuoi entusiasmi,le tue compagne o i tuoi compagni,la tua felicità/infelicità. Mi dirai: ma gli amici veri ci son sempre. Non lo so. Amici e professione, poi... Io non so di quanti colleghi possa dire: è un mio amico/a. Anzi, da quando mi sono ritirato (e sono già anni) dal "giornalismo sociale" (cene, feste, garden party, after hour etc.) mi sento meglio, molto meglio. "Vieni alla festa di tale testata?", "vieni all'aperitivo del?"... Uhhhh, per carità, mi viene l'orticaria. Sempre per citare "Grand hotel" e la Garbo (ma che ci ho, stamattina?) "I want to be alone....". E scusate la sincerità.
Uno dei miei ex dirigenti diceva una frase in dialetto che è diventata il mio motto:
"na vita tanti su i chianati tanti i scinnuti"
Trad: nella vita salite e discese si equivalgono sempre.
Sono molto curiosa di sapere chi sono questi signori. Di uno ho quasi certezza...
In moltissimi casi, anche in quelli di amicizia in apparenza più solida, si mette in moto quella brutta bestia che è l'invidia. E' quasi inevitabile, e non c'entrano niente i soldi, lo status, le cose materiali. Puoi essere invidiato da amici più ricchi di te, più belli, più potenti. Chiunque di noi ha sempre qualcosa che l'altro non ha e per la quale sarà invidiato (e viceversa). Posso giurare di non avere mai trovato un amico che abbia gioito per TUTTE le cose buone che possono essermi accadute. Questo succede solo nei telefilm, e manco. A volte l'invidia diventa sana competizione e fa bene a tutti. A volte si riduce a battutine, mezzi mugugni e, nel peggiore dei casi, coltellate alle spalle proprio da chi non te le saresti mai aspettate, maldicenze, furberie infantili.
Così che fai? O abbozzi per amore di amicizia, o abbozzi e a un certo punto esplodi (dipende dall'insistenza, dall'evidenza e dall'entità degli strali d'invidia) o non la mandi giù e tagli. Io ho imparato ad abbozzare solo in tempi recenti, e con l'età. Ma nell'amicizia pura, quella fraterna, non ci credo più. E, come al solito, SOTTOSCRIVO totorizzo: da solo va più che bene. Anzi, benissimo.
Non sono d'accordo. Gli amici servono, eccome. Spero che il seguito di gery tocchi anche questa realtà
@cl.r: non dico di no. Ne ho anch'io, di amici. Dico che bisogna imparare a dare e a prendere quello che si può, senza fare voli pindarici. Può capitare che io mi aspetti da un amico più di quello che è in grado di dare, o che idealizzando pensi "una cosa così a me tal dei tali non la farebbe mai". E sbaglierei, come mi è capitato mille volte. Quindi la mia era autocritica: mai pretendere, accettare i propri limiti e quelli altrui e preservare l'amicizia alla luce di un sano realismo. Io ero molto esigente in fatto di amicizia. Mi sono abituato a esserlo meno. Un consiglio mi sento di darlo: mai mettere due galli in un pollaio (un pollaio qualsiasi, che siano lavoro, soldi, aspirazioni, ambizioni, amori) anche se legati da indissolubile amicizia. Ci vuole sempre un terzo super-partes, o ci si pizzica, e anche di brutto e l'amicizia finì. Questo per me è come scolpito nella pietra. Siamo umani e, come tali, difettosi. Perché è facile essere amicissimi quando non ci sono obiettivi comuni in ballo...
@cacciatorino: E' una visione amara ma, a mio avviso, piuttosto concreta. L'amicizia fra donne, poi, è rara e delicata (e non è un luogo comune). Figuriamoci sul lavoro! In certi ambienti dove l'apparenza è un criterio di valutazione più importante della professionalità è praticamente impossibile che si instaurino rapporti solidi e affidabili.
La mia migliore amica, l'unica che io consideri veramente tale, l'ho conosciuta al liceo. So che, affinchè questo rapporto duri nel tempo, è necessario "fare" delle cose e "non farne" altre. Più o meno come per una relazione sentimentale.
Ho imparato a mie spese a distinguere tra amicizie extra lavoro e amicizie nate sul lavoro. Le seconde sono risultate, almeno nel mio caso, molto più altalenanti, e concordo con chi dice che dipendono da ruoli, ambiti, circostanze. C'è chi ti "posa" se cambi mestiere e chi (artatamente) centuplica il suo affetto per te. Questione di tornaconto o meno che ciascuno può trarre da quello che fai. In questi casi, definirla amicizia mi viene sempre difficile. Per fortuna che ci sono luminose eccezioni. E che con i compagni di viaggio che nulla hanno a che fare col lavoro questo non mi è mai successo.
Ho tralasciato un particolare che poteva rendere più chiaro il mio post precedente. Anche io ho cambiato lavoro, circa sei anni fa. E le altalene, in amicizia, sono cominciate allora.
Una donna, una volta, circa sette anni fa, mi ha detto che nella vita ci sono solo incontri, e basta.
Ci trovavamo in un posto imparentato con la meraviglia.
Era mattino presto e c’era silenzio.
La frase mi sembrò terribile, ancora più terribile per il contrasto tra la bellezza del luogo e la freddezza di quella affermazione pronunciata come se fosse vangelo, il suo per lo meno.
Cercai di contrastarla con argomentazioni convincenti, almeno lo erano allora per me, ma niente: restò ferma, imperturbabile.
“Vedrai, te ne accorgerai, dopo, ancora è presto”.
Nel tempo trascorso da quel pronunciamento ho capito che aveva ragione: aveva ragione nel senso che incontriamo uomini e donne con i quali facciamo insieme un tratto del nostro percorso, con i quali condividiamo con intensità momenti importanti e decisivi.
Dobbiamo isolare e fotografare questo tratto del percorso senza troppo idealizzarlo.
Ci sono stati per noi e noi ci siamo stati per loro. Punto. Poi la vita separa, gli altri cambiano e pure noi.
Gli amici vanno incastonati nel tempo. E, a volte, ricordati come chi non c’è più. Li abbiamo incontrati, e basta.
E poi riflettiamo anche su un altro aspetto: non tutti viaggiano con la stessa intensità.
Ci sono frequenze più basse che mal si miscelano alle sensibilità che portano a desiderare sempre che le persone più importanti siano presenti o ci accompagnino anche dopo, nel tempo.
Ma il nostro tempo, può non essere più il loro. Poco c’entra il lavoro, i nuovi amici, le nuove compagne/i.
Se ci pensate va così anche per gli amori. Alcuni li incontriamo, e basta. Poi finisce.
Si va avanti. E bisogna imparare a non voltarsi più indietro. Neppure per il”tempo di un post”.
@anonimo. Mi complimento per la analisi e per le parole che hai scelto.
Non sono d'accordo però su questa sorta di "fatalismo guidato", cioè imposto, telecomandato. "Il nostro tempo non è il loro...". La mia convizione è che i tempi possono non coincidere, le strade possono divergere, le compagnie possono cambiare, ma in qualche momento, raro ed eccezionale, è meraviglioso ritrovarsi.
Forse - lo dico avendo letto tutti i commenti fino a questo punto -il senso del mio post non è chiaro: la mia riflessione non è su quant'è bella (o sarebbe bella) l'amicizia, ma sugli amici che cambiano casacca.
Caro Gery, penso che ti sarai chiesto, se fossi stato ancora al tuo posto al giornale, o - meglio - uno o due gradini più sopra, che seguito avrebbero avuto le tue telefonate con i personaggi in questione (che penso di conosce bene). Giorno per giorno la vita ci insegna che si rispetta (oltre a chi si teme) solo colui di cui si ha - o si può avere - bisogno. Difficilmente il cortocircuito della memoria sarebbe scattato a parti invertite, impedito dal formidabile isolante del bisogno. Reale o presunto, presente o futuro.
Sono pronto a scommettere che il tuo cellulare squilli meno oggi di un anno fa, ma sta sicuro quelli di oggi sono squilli qualitativamente superiori a quelli di prima. Un calorosissimo abbraccio a Totò Rizzo. Tony Gaudesi
@Gery
grazie.... il senso del tuo post è chiaro.Almeno per me.
Scrivi che il tuo post è sugli amici che cambiano casacca, ma è una tua considerazione o convinzione il fatto che abbiano cambiato casacca.
Potrebbe essere semplicemente che vivano un "altro tempo"... una sorta di fuori-sincrono...
E' "fatalismo guidato, telecomandato",il mio, certo, ma molto molto imparentato con il realismo, strettamento collegato(ahimé) con il cinismo.
Alcuni non cambiano casacca.
Non sanno neppure cosa sia un abito, e l'eleganza che può contraddistinguerlo.
Cambiare casacca presuppone una valutazione di situazioni, oppurtunità, vantaggi. Credimi..alcuni non si soffermano neppure sull'analisi... figurati sugli effetti delle loro azioni o non azioni.
Molto di ciò che alcuni fanno o non fanno è solo figlio della casualità o dell'assoluta indifferenza.
La casacca è ovviamente una metafora: quindi ci possono essere il fuori sincrono,l'altro tempo, o semplicemente i cazzi loro.
La prossima volta però vi racconterò di altri casi in cui ciò, per fortuna, non è accaduto. Tanto per non passare per brontolone e incontentabile...
@toga. Squilla, squilla sempre. Ma almeno, dall'altro capo del filo, ci sono persone più gradevoli, educate...
Secondo me la verità sta nel mezzo tra Gery e anonimo. O meglio, è fatta di entrambe le cose. Anonimo, credimi: c'è, eccome, chi calcola quando si allontana da te o quando ti si avvicina. Ne ho prove su prove. In altri casi, concordo, ci sono pure degli abbandoni per naturali e inevitabili cambi di rotta.
@gery
@aninimo
@tutti
Ragazzi, rassegniamoci: la vita ci cambia, nella vita si cambia. E menomale che è così. Figuratevi che noia... E non è solo questione di casacca, è anche un affare di tempi diversi, diverse esigenze, anni che passano, scelte che ti tagliano fuori da una realtà e ti catapultano dentro un'altra, affetti che se ne vanno o svaporano pian piano e altri che arrivano, veri o presunti che siano. Sono d'accordo con Gery e d'accordo anche con anonimo (riflessione molto bella, la tua). E sapete che vi dico? Di aver l'impressione che il post del padrone di casa e quel che ne sta scaturendo sia anche il senso di una comunione/scambio di idee, di pensier che forse - non vi spaventi la parola - è anche amicizia :-)
@anonimo: concordo in pieno. C'è gente che non sa nemmeno che cosa significhi cambiare casacca, perché semplicemente non si pone il problema. E forse l'errore è stato nostro: li avevamo idealizzati, questi amici, attribuendo loro delle sfumature che in realtà appartenevano alla nostra sensibilità ma non a quella altrui. Ognuno di noi ha un'idea ben precisa, suppongo, di cosa significhi amicizia. Non è detto che la nostra coincida con quella del prossimo.
@gery: invece io credo di aver colto il senso del post, anche se ci sono andato un po' "alla lontana" con il mio commento. Nemmeno nell'atteggiamento dei cambia casacca escluderei l'elemento invidia. Quando uno che ti era amico fa il prezioso una volta che ha conquistato posizioni di potere, che altro esprime se non una tardiva rivalsa, un'antica frustrazione che deve essere placata con un tono, un atteggiamento di importanza? E poi, andando proprio sul cinico, ci sono quelli che quando raggiungono una posizione credono che chiunque li chiami voglia dei favori. Quindi, via il dente, via il dolore. Senza distinzione tra amici cari, amici di un giorno o amici per interesse...
@anonimo
scusa, sei anonimo e non animimo
@cacciatorino. L'invidia meriterebbe un "attimino".
@totorizzo. Hai ragione, sì sì.
la verità è in Geronimo...
Antipatico, parla tricolore.
come dice abbattiamo, anche secondo me la verità sta nel mezzo, tra gery e anonimo...
ah ah ah! Ok, questa è buona.
Escludendo le freddure (campo in cui torta eccelle ed evidentemente contagia), posso notare una cosa: pur essendo giornalista ed avendo molti amici, quasi mai questi ultimi sono iscritti all'albo. il giornalista, si sa, è un essere un po' particolare e forse non è un caso che tra i miei colleghi io abbia moltissime conoscenze e pochissimi amici... quelli che ho, me li trascino dai tempi degli studi. e su questi ultimi potrei mettere la mano sul fuoco: ci saranno sempre, ognuno secondo il proprio carattere e i proprio tempi, ovviamente.
che un buon giornalista non possa essere anche un buon amico?
Caro antipatico, conosco colleghi giornalisti (ahimè faccio anche io parte della categoria) che per religione non frequentano nessun altro giornalista. Ma nemmeno per cinque minuti. Non è il mio caso. Ma avranno ragione loro a comportarsi così? Forse siamo una brutta razza?
Anche io gli amici/amiche più cari/e me li porto dietro dall'epoca scuola (tanti) o anche dall'infanzia (un paio). E nonostante nostre le vite siano ormai molto differenziate (single, sposati, divorziati, padri e madri di famiglia, gente senza figli, con lavori di vario genere) resistiamo. Con gli ex colleghi, in molti casi, le cose sono andate in modo decisamente diverso. Allora forse il giornalista, "decontestualizzato", è un amicone e tra i suoi simili/colleghi è una merdaccia? Boh...
Io avevo un amico che si è incazzato perché sono diventato giornalista e lui no. Ne avevo un altro che si è incazzato perché sono diventato scrittore e lui no. Un altro si è straincazzato perché io non mi devo fare ogni giorno venti chilometri per arrivare al posto di lavoro e lui invece sì (con uno stipendio che io non ho). Ne ho un altro che voleva farmi da maestro ma poi si è incazzato perché io ho 40 anni e lui no. Ne ho una serie che mi guardano come un animale strano perché presento dei libri con un po' di pubblico e loro no. Altri si sono incazzati perché ho conosciuto qualche scrittore famoso (senza diventarci amico) e loro no. Ne ho avuti in paio che si sono incazzati perché ho preso moglie con casa di proprietà e loro no. Questa è bella: un altro si è incazzato di brutto sentendosi umiliato perché appena ho guadagnato qualcosa gli ho offerto un paio di cene (e lui no). Posso farmi non sentire per vent'anni, potrei essere morto e nessuno o quasi di questi mi telefonerebbe per sapere. Un paio ancora si sono incazzati perché io ho smesso di bere ogni santo giorno al bar e loro no. Potrei continuare all'infinito la lista. Sono sfortunato o sbaglio tutto io?
Ma perchè questa categorizzazione? Molto semplicemente, secondo me, sul lavoro (qualsivoglia) si innescano meccanismi sociali che non avvengono nelle relazioni che nascono in altri contesti. L'invidia, la gelosia, la competizione, fanno a cazzotti con sincerità, complicità e condivisione (e fa anche rima). Non credo che quella del giornalista sia una razza aliena. All'interno di una redazione, così come in qualsiasi altro ambiente di lavoro che coinvolga più individui, vige la regola implicita (e non troppo) del "mors tua vita mea".
In effetti, rileggendo il post di Gery, non ho colto delusione, piuttosto una lucida analisi di qualcosa che forse era già messa nel conto.
Il fatto è che la nuova generazione di giornalisti (io lo sono da circa trent'anni) è una generazione di casacconi. Oh, sempre la stessa casacca, mai una corsa in tintoria, forse ci dormono pure con la casacca. Secondo me non si fanno nemmeno lo shampoo per paura di cambiare idea...
ps: perché mi fate parlare (male) della mia (ahimé) categoria...
@la contessa
intanto, un doveroso baciamano. dopodiché le dò ragione: basta categorizzare!
ps ricambio l'abbraccio a tony gaudesi
E a proposito di donne e lavoro: la povera (?) Alessandra Facchinetti, figlia del più noto Roby, cantante dei Pooh, negli ultimi tre anni e spiccioli è stata direttore creativo delle Maison Gucci prima e Valentino dopo. Ebbene, è stata silurata senza troppe spiegazioni (l'ultima volta, qualche settimana fa, a mezzo stampa), e in tutti e due i casi al suo posto sono subentrati tre suoi collaboratori. Due di questi sono donne. Brrrr!
x contessa: per quanto riguarda la facchinetti mi sono fatto l'idea che dietro la frase "non riesce a fare squadra", c'è che deve essere una rompicoglioni di proporzioni galattiche.
e in più è sorella di dj francesco.
Se ci mettiamo a parlare di categorie... che si dovrebbe dire di quella degli SCRITTORI? Mamma mia! Se i lettori sapessero quale progenie di narcisi incarogniti e idrofobi si cela dietro una pagina ben scritta (e a volte anche mal scritta)! Invidie dei vecchi verso i giovani, tra giovani e giovani, tra vecchi e vecchi... E non c'è successo né fallimento che reggano. Non fa differenza. Il narciso idrofobo è connaturato alla personalità dello scrittore. Ora che ci penso, forse anche più che in altre categorie professionali (attori esclusi, ovviamente).
Giustamente, come alcuni di voi dicono, le categorizzazioni lasciano il tempo che trovano. Infatti io mi interrogavo, più che dividere in categoria e gettare i giornalisti per certo tra i paria.
Però ho sentito molti meno avvocati, medici, magistrati, fruttivendoli, elettricisti e salumieri che non frequentano esseri umani del loro stesso settore professionale.
Abbattiamo. Fantastica!
Essere brontoloni e incontentabili é un buon modo per allontanare chi cerca di relegarti al ruolo di Dama/Maggiordomo di compagnia.
Vogliamo analizzare la caratteristica di tale specie?
Chi ha un animo incline all'amicizia ci casca prima o poi, ma POI quando si vaccina, li riconosce d'istinto..
@anonimo: me ne sono tirato appresso uno per quasi vent'anni, dai tempi del liceo. Però è stato utile. Da quando l'ho mandato a fare in c... non me ne sono più capitati altri. Per inciso, uscì di scena augurandomi fallimenti in ogni campo artistico (infatti, come avrei mai potuto fare qualcosa senza la sua preziosa e dispotica presenza? Senza la guida dei suoi modi da capetto?). Il tempo è stato, come sempre, gentiluomo. Sto ancora cercando online le ultime imprese lavorative di questo eccezionale individuo che hanno cambiato la storia del mondo e della cultura.
@stef: grazie.
@tutti: a giudicare dal numero dei post, il tema amicizia appassiona.
@gery: complimenti per la scelta dell'argomento. Non vedo l'ora di leggere la seconda puntata.
@tutti-bis: prima lavoravo con i giornalisti. Ora edito scrittori. Egocentrismi raddoppiati, con lievito naturale, anzi forse connaturato. Sono una martire della scrittura.
Forse l’atteggiamento dei due (ex?) amici non è solo collegato al fatto che Gery abbia cambiato occupazione. Temo dipenda anche da una loro dimensione, da una nebbia dei sentimenti da cui la maggior parte degli esseri umani viene avvolta quando non è emotivamente all’ “altezza”.
Il potere è difficile da gestire per se stessi, prima di tutto.
Ho letto tutti i commenti, e credo che ognuno di voi abbia fotografato pezzi di verità sull’amicizia. In verità è successo anche a me di dimenticare appuntamenti, di sottovalutare sofferenze e bisogni di amici; persino di non averne condiviso abbastanza le gioie. Non sono direttore di testata né un paladino dell’antimafia, ma qualche volta ho colto anch’io sospiri di insofferenza, sguardi di rimprovero perché spesso ho messo il mio lavoro (soprattutto i tempi del mio lavoro) al di sopra dei legami. Si chiama egocentrismo, mi pare… Poi però ho sempre recuperato, in tutte le maniere possibili, riuscendo a farmi perdonare. Non sono una che tiene a separare amicizia e ufficio, ma è proprio su quel terreno “misto” che ho preso le cantonate maggiori, che poi si sono trasformate in sofferenza. Oggi sono più prudente. Col tempo ho imparato a volermi bene un po’ di più.
@antipatico-con-le-a-un-po'-meno-antipatiche: non so bene perchè, ma lo penso anch'io. Mi sa anche di paranoica. Ma sa, con un padre come il suo, non deve essere stato facile.
@cacciatorino: ma le ferite più sanguinanti sono ancora legate allo scarto tra ciò che si era nell'adolescenza e ciò che si è diventati dopo.... ahi, ahi ahi!
@la contessa: padre che, per di più, in età da pensione hai i capelli rosso carminio e un lifting tanto tirato che gli tiene sollevate da terra le dita dei piedi.
hai = ha
@abbattiamo mi hai tolto le parole dai tasti: la prima considerazione che mi sovviene è infatti che il numero dei commenti testimonia quanto l'argomento sia sentito... mal comune mezzo gaudio, ringrazio gery per avermi confermato che evidentemente non sono io il calimero-pulcino-nero della situazione.
d'altra parte confesso di avere vestito anch'io, e per di più spesso consapevolmente, la "casacca" di stronza: ogni qualvolta ho sentito di non essere più in sintonia con l'altro ho preferito voltare le spalle, se non addirittura mandare definitivamente a quel paese l'incauto la cui evoluzione si era così diversificata dal mio modo di essere in quel momento specifico, ritenendo perfino superfluo chiedere o tantomeno dare spiegazioni.
purtroppo l'amicizia eterna, come l'amore eterno, fanno solo parte di quei fantastici idealismi con cui popoliamo l'adolescenza, ad un certo punto si deve prendere atto della realtà: E' FINITA.
niente ti riporterà le atmosfere di quelle cene da giovani squattrinati.
coraggio gery, attendiamo una nota di ottimismo dal tuo prossimo post per inneggiare al gusto dell'incoerenza, anche in questo!
A proposito di amici: quelli universalmente più detestabili e inutili sono gli Amici di Maria De Filippi. Bene, so che non c'entra nulla col post, ma ho appena letto che l'audience della trasmissione è in netto calo.
Vado ad accendere un cero a tutti i santi. Sperando che sia un indizio dell'imminente sparizione di certa tv.
@verbena: d'accordissimo!
accidenti! ma allora così rischiamo l'estinzione definitiva, come i panda.
L'amicizia la puoi solo misurare nei momenti di impercettibile sincerità.
(Da leggere mimando Ficarra e Picone.)
Amico1: Dimmiiii, cosa posso fare per te!
Amico2: Se sei un'amico... muori!
Amico1: Mavaffan...
:))))))))
Mi viene in mente una frase letta in un racconto di Moravia:Le amicizie non si scelgono a caso ma secondo le passioni che ci dominano.A mio parere un uomo deve fare nuove conoscenze via via che avanza nella vita. Per prenderla alla leggera deve tenere le sue amicizie in continua riparazione,
Da qualche tempo è un ristoro leggere ogni giorno un blog dove i post non sono mai noiosi o scontati e dove i commenti, oltre che articolati, intelligenti, ironici, sono anche scritti in...italiano! Apprendo che tra di voi vi sono alcuni che della
passione per la parola scritta hanno fatto una professione (e questo penso aiuti), ma non è mica così facile sul web trovare una comunità (posso dirlo?) come la vostra che non viva di insulti e gossip e sappia, nel ventaglio delle diverse opinioni e sensibilità, srotolare con leggerezza (calviniana, intendo)un percorso condiviso. Grazie,
Ornella
Ma grazie, cara Ornella! A nome di tutti (conoscenti e non).
@l'ultimo anonimo. Citazione annotata.
Ornella è mia sorella.
Una crostatina, insomma.
Beh si, come crostata non mi vedo male! E dell'apparentamento con R.T. (puramente elettivo e non di sangue) posso solo ritenermi onorata...
O.
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