lunedì 17 novembre 2008

Noi siamo le colonne



Erano anni che non pensavo all’università. E’ un periodo della mia vita che ho in parte rimosso, forse in piena coscienza, se mai è possibile, e senza troppo rammarico. Della mia iscrizione all’Ateneo di lettere (preceduto da un inutile anno a Giurisprudenza: non avevo la vocazione, e ancora credevo nel binomio università -vocazione), rammento il “prima”. Il complesso universitario di Viale delle Scienze, a Palermo, ricorda vagamente un campus americano. Ci sono praticelli, alberi spinosi, moderne palazzine e distributori automatici di bibite. Fresco di versamento in segreteria, andai a sedermi su una delle panchine e mi vidi percorrere quella meraviglia in una mattina autunnale, sotto una nevicata di foglie rossastre: jeans, scarpe da tennis, felpa grigia e libri sottobraccio. Tormentato ed energico, combattivo e meritevole, come Dustin Hoffmann ne “Il maratoneta”. Riguardo al “dopo”, la mia fantasia virava verso il grottesco: la laurea era un tripudio di toghe e cappelli romboidali, con allegrie e scivoloni degni di Stanlio e Ollio nel vecchio film “Noi siamo le colonne”. Insomma, per me l’università era questo: fatica premiata e goliardia. Prova del fuoco e periodo di formazione. Quel viale conduceva a un mondo pieno di possibilità. Fine del primo tempo.
A volte sono gli stimoli più banali, come sfogliare un quotidiano o sonnecchiare davanti a una trasmissione tv, a darti uno scossone, a risvegliare delusioni sopite o scovare da sotto il tappeto i cocci dei sogni infranti. Qualche sera fa seguivo un’intervista della brava Daria Bignardi all’altrettanto bravo (e simpatico) Beppe Severgnini. Da uomo che ha visto il mondo, Severgnini sottolineava come il clientelismo, il nepotismo e la negazione della meritocrazia che infestano gli atenei italiani (senza eccezioni, assicurava lui, e io ho più di una ragione per credergli) sono fenomeni inconcepibili in qualsiasi altra parte del mondo civilizzato. E ho motivo di credergli anche su questo. Il giorno dopo, leggo di un concorso universitario a Messina per un solo candidato. A vincerlo è stato il figlio di un professore di quello stesso Ateneo. Il prof., intervistato, esibisce fastidio.
Due stimoli. La carezza seguita dallo schiaffo. Così, eccomi a rievocare il periodo dimenticato della mia carriera da studente: il “durante”. Mi sono laureato in lingue e letterature straniere agli inizi degli anni novanta (ero uno studente bravo ma pigro), e ho rischiato una seconda laurea in lettere moderne prima di rendermi conto che non volevo dare questa soddisfazione a me stesso. La mia tesi contava quasi 400 pagine, verteva su un argomento allora impensabile per Palermo (il cinema di Scorsese e la cultura dei siculo-americani) e, immodestamente, dico che era ben scritta, arguta e straordinariamente documentata. Mi toccò un centodieci, mentre la mia media esigeva una lode (assegnata invece a una tesi sui burattini inglesi: argomento allora scontatissimo per “Lingue” a Palermo). Siccome sono un candido, provai a informarmi su come si potesse accedere – legalmente – alla carriera universitaria. Collezionai pacche compassionevoli sulle spalle, mezze parole che dicevano moltissimo, qualche risata. A ridere, invariabilmente, erano quei professori che nell’arco di un anno avevo visto materializzarsi in aula soltanto una o due volte, magari quando i loro assistenti avevano il raffreddore o un lutto in famiglia. Ottenni un breve lavoro part-time fra libri e scaffali in virtù dei trenta sul libretto e del portafoglio mezzo vuoto, spalai tesi muffite in uno scantinato, affrontai l’odio di una bibliotecaria che vedeva in me un inesistente pericolo per la carriera già spianata della figlia, e da quella stessa figlia mi vidi rimpiazzare in graduatoria nella seconda selezione per il part-time. Mi misi a fare lo scrittore: tanto valeva…
Oggi, da viale delle scienze, ci passo solo per andare a comprare le arancine in un bar che le prepara benissimo. E, tra me e me, leggero e un po’ triste per chi mette piede in segreteria, canticchio: “Oooh…Stenlio! Noi siamo le colonne”.

13 commenti:

fuoritempo ha detto...

Vista la carriera, mi pare sia andata meglio così, no?

Verbena ha detto...

Cacciatore, che sorrisetto che mi hai tirato fuori stamattina. La vicenda della lode mi ricorda anche la mia laurea in Filosofia (ci fu la richiesta formale del mio Prof., ma il correlatore, che era un capo dipartimento, si oppose platealmente perchè avevamo trattato un letterato tedesco da un punto di vista filosofico. Blasfemi! Arrivai al 110 con un solo punto, praticamente)e un'amarezza del "dopo" che qualche volta mi punge ancora. Anch'io ho mancato per un pelo la seconda laurea, in Lettere, salvo poi iscrivermi nuovamente qualche anno fa, ma in Scienze Politiche. Una parte di me avrebbe voluto studiare tutta la vita, e avrebbe persino potuto farlo. L'altra non sa stare seduta dietro la scrivania per più di un'ora. Ho scelto la seconda. Qualche volta mi chiedo se ho fatto bene...

la contessa ha detto...

Caro cacciatorino, bellissima rievocazione. Mi ha fatto fare un salto indietro nel tempo. Ho ricordi bellissimi e molto sani dell'università. Ho avuto la fortuna di avere docenti motivati e stimolanti.
Tutti tranne uno.
Svogliato e assenteista (una lezione si e tre no), "rattuso" con le studentesse e odioso con i maschi... Diego Cammarata mi pare si chiamasse. Ma questa, è un'altra storia.

la contessa ha detto...

Mi unisco al club del massimo dei voti senza la lode. La mia relatrice, dopo aver presentato la tesi, è uscita dall'aula scusandosi perchè doveva andare via. Era l'ora della poppata (così ha detto!) del figlio nato qualche settimana prima. Ubi major...

la contessa ha detto...

e vabbè...MAIOR! ho capito!!

abbattiamo ha detto...

Ricordo molto più volentieri i tempi del liceo (ottimi prof, interessanti, intelligenti, creativi, aperti e preparatissimi) che quelli dell'università. E' vero che la mia facoltà è sempre stata una delle più affollate, ma anche i professori facevano di tutto per farti disamorare: svogliati, assenteisti, vecchi (non è una discriminazione per l'età - non sia mai! - ma per la mentalità) e scostanti. Eccezion fatta per i giovani assistenti marpioni-occhidolci-provoloni. Altrettanto insopportabili perché inopportuni in un ambito professionale. Senza parlare della carenza di strutture, di laboratori e quant'altro. Il problema della lode non mi riguarda, nel senso che nonostante la mia media alta e i pubblici complimenti per l'esposizione della tesi in un inglese che all'epoca era davvero impeccabile, mi liquidarono con un 108 tondo tondo. Almeno mi sono evitata il rovello lode sì-lode no.

matt ha detto...

Bravo cacciatore!

Anonimo ha detto...

I miei anni all'Università: Facoltà di Giurisprudenza. Per lungo tempo, dopo, tornata a vivere a Palermo, non riuscivo neppure a passare davanti a quel portone in via Maqueda. Già all'altezza dei Quattro Canti mi si contorceva lo stomaco...Una sorta di reazione pavloviana, violentemente fisica a tutto lo schifo che avevo visto e subito in quegli anni. Giacomo ha già ben descritto "certe" atmosfere e "attitudini" professoriali e non mi dilungo, ma le delusioni di quel tempo ormai lontano fanno ancora male.
Ornella

c. ha detto...

Bravissimo.. come sempre..

Anche io come Verbena.. 110 ....partivo da 106.
Però... chi se ne frega???

Anonimo ha detto...

Per democrazia ora ci vuole un post sulla licenza media.....

Anonimo ha detto...

Da come capisco nessuno ha frequentato facolta'scientifiche e vi assicuro che ilclima era diverso.C'erano i baroni e' vero ma erano pochi e scelti e ,in gran parte, si potevano considerare veri Maestri.Negli ultimi decenni(con la decantata autonomia degli atenei)si e' avuto un enorme ed ingiustificato aumento delle cattedre ed il nepotismo e lo spreco hanno dilagato

Anonimo ha detto...

DIMENTICAVO HO UNA GRANDE NOSTALGIA DELLE FESTE DELLA MATRICOLA.FORSE SIETE MOLTO GIOVANI E NON LE AVETE VISSUTE.SE QUALCUNO HA DEI RICORDI MI PIACEREBBE CONOSCERLI.

Giacomo Cacciatore ha detto...

Grazie a tutti per l'attenzione e per la generosità. Mi rendo conto di aver dato una visione parziale dell'esperienza universitaria, limitata a lettere. So di facoltà scientifiche che funzionano bene e di studenti soddisfatti. Concludo dicendo solo che "l'arte di arrangiarsi" (ci metto anche la follia necessaria di abbracciare una vocazione "a rischio" come la scrittura) dovrebbe essere l'ultima delle discipline che si insegnano all'università. Si potrebbe cominciare dalle aule superaffollate, dove gli studenti devono sviluppare astuzie da scugnizzi per non seguire tre ore di lezione in piedi, continuare con i bidelli superpotenti (sanno tutto di tutti...) che domano la ressa a urla e spintoni, per finire con le dispense obbligatorie per l'esame scritte e pubblicate (malissimo) dai... docenti stessi. E con un prezzo di listino degno dei Meridiani.
Ma mi fermo qui.