mercoledì 19 novembre 2008

Uguale a lui

Non introduco né commento mai i post dei coautori e degli ospiti di questo piccolo spazio: perché mi piace cedere il timone alle persone di cui mi fido. Però stavolta mi sento di fare un'eccezione, e non certo per mancanza di fiducia. Sui blog si trovano molte verità e parecchio qualunquismo. Ci sono il serio e lo scherzo, l'utile e la provocazione, l'immondizia e i piccoli gioielli. Ecco, credo che questo post sia un piccolo gioiello da trattare con attenzione. Contiene un messaggio che ci ricorda quanto è forte la fragilità. Leggetelo con calma e se vi è piaciuto, se vi siete in qualche modo riconosciuti, se siete in un momento a metà tra il sì e il no, o se semplicemente pensate che ne valga la pena, approvatelo con un commento simbolico: un trattino come questo - , che rimanda alla piccola ruga di Verbena.
Buona lettura.



C’è una piccola ruga che solca proprio l’angolo che va dalla mia palpebra inferiore allo zigomo. E’ una linea che non mi preoccupa, perché mi rende simpatica. Sbuca fuori solo quando sorrido di cuore. Un giorno sarà più marcata e so che si piegherà verso il basso, proseguendo almeno fino a metà guancia.
Quella ruga mi dimostra che sono tale e quale mio padre.
Stesse onde strette sulla testa, stesse ciglia piegate. Le labbra no, quelle provengono da una zia morta nel dopoguerra di TBC, ma il sorriso monolaterale quando ascolto le cazzate altrui, quello, è proprio uguale.
Stessa camminata robotica, nonostante il mio genere femminile ne attenui un po’ la durezza.
Ho guardato con sospetto le mani tozze e le gambe corte di mio padre per tutta la vita.
Mi rimandavano l’immagine di un campagnolo che tanto sarebbe piaciuta al caro Pasolini, ma non a me. Con un corpo che bada alla sostanza, che si nutre quando ha fame, che beve quando ha sete e che dorme fino a quando ne ha voglia sopportando poi con incredibile energia sforzi fisici e climi crudeli. Senza complicazioni ulteriori, senza il cervello di mezzo. Ne posso immaginare, con un certo fastidio, persino la sessualità: marcata, senza fronzoli, terragna.
Io no. Io ho trascorso una trentina d’anni sperando che Darwin avesse torto, salvo a ritrovarmi con i polpacci bisognosi di un tacco per essere slanciati, e le mani rotonde da bambina, anche adesso che non lo sono più.
Uguale a lui.
Non ci parliamo mai. Se ci incrociamo per le scale, nessuno dei due alza gli occhi, e tutti e due preghiamo perché l’altro saluti per prima e tolga entrambi dall’imbarazzo. L’ultimo contatto fisico risale a più di dieci anni fa, in un momento di dolore disperato, la sua testa bianca stretta tra le mie mani. Appena un minuto dopo, ancora distanza. Di un’altra volta ricordo un braccio agganciato al suo per pochi secondi, il tempo di attraversare la navata centrale di una chiesa. Ma in quel caso la vera preoccupazione era evitare lo strascico con i piedi per non ruzzolare davanti a duecento invitati.
Un giorno mio padre non sarà più. E’ questo che penso da un po’.
Credo che per recuperare non ci sia più tempo.
So già che, dopo, guardarsi allo specchio sarà terribile. Rivedrò la sua faccia, travestita da donna.
Chissà se avrò mai delle rughe solo mie.

Soundtrack

28 commenti:

mister mister ha detto...

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Carta e calamaio ha detto...

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abbattiamo ha detto...

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mara ha detto...

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ultraman ha detto...

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toga ha detto...

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la contessa ha detto...

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gatta ha detto...

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il cacciatorino ha detto...

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g.mancuso ha detto...

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jana cardinale ha detto...

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Anonimo ha detto...

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torietoreri

r.t. ha detto...

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antipatico con le a antipatiche ha detto...

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rocco siffredi ha detto...

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stef ha detto...

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c. ha detto...

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matt ha detto...

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Anonimo ha detto...

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Verbena ha detto...

:-)

antipatico con le a antipatiche ha detto...

verbena, è tutt'oggi che leggo e rileggo quello che hai scritto.

la prima volta ho messo il trattino; la seconda, la terza e le molte altre ho riflettuto...

solo adesso, quest'ultima volta che sono andato a leggere le tue parole, ho capito il disagio che ho provato tutto il giorno: non è giusto che tuo padre non le abbia lette.

ma d'altronde -ho poi pensato- credo che sia un po' così per tutti noi.

Anonimo ha detto...

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Mirella

mara ha detto...

prima ho pianto, poi mi sono arrabbiata, poi ho preso il telefono, poi l'ho posato.........è tutto il giorno che mi tormento e che ti rileggo, la tua ruga è la mia, è la nostra, forse quella di tutta una generazione. Non aspettare che sia troppo tardi, la prossima volta sulle scale abbraccialo, salutalo per prima e invitalo a prendere un caffè.

Cinema and cigarettes ha detto...

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verbena ha detto...

Terrò in grande considerazione i vostri segni e le vostre parole. Grazie

cpu ha detto...

non è mai troppo tardi! perchè anche solo un attimo può far recuparare le distanze, un attimo che se non è vissuto può trascinarsi dietro un senso di colpa che poi aumenta negli anni. te lo dico perchè, seppure in condizioni diverse, l'ho vissuto sulla mia pelle. qualche anno fa ho perduto una persona a cui debbo molto. io e lei sapevamo che se si fosse sottoposta a quell'intervento non ci saremmo più riviste. mai più! così è stato. ma prima che lei partisse io non sono andata a salutarla, era l'ultima occasione che avevo e non l'ho sfruttata. mi commuovo ancora a raccontarlo e non me ne sorprendo perchè lei, pur non avendomi biologicamente partorito, mi ha guidato in silenzio per molti giorni che sono diventati mesi e poi anni! vorrei continuare a scrivere ma non posso la ferita di quel distacco consumato senza un saluto non si è mai cicatrizzata, ogni giorno si allarga e temo che diventerà un baratro.

verbena ha detto...

Grazie CPU!

AngoloNero ha detto...

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