Ieri notte ho schiacciato con la pantofola sul muro l’ennesima zanzara di questo gennaio. Era in piena attività, tant’è che la chiazza dell’“insetticidio” è grande come una moneta da dieci centesimi. Sul mio balcone germogliano (ora!?) un mango e un avocado di cui avevo sotterrato i semi dopo una scorpacciata tropicale natalizia. E una candela che tengo vicino alla finestra si è liquefatta qualche giorno fa come se fossimo ad agosto. Era (orribilmente, lo ammetto) decorata a chiazze di leopardo. Adesso è zebrata, causa scolature.
Forse aveva ragione Stefano Benni quando nel ’93, in tempi non sospetti, o comunque molto meno sospetti di oggi, scriveva:
“Il nostro futuro è a una drammatica stretta. Ho visto un panda con la mia faccia sulla maglietta”.
E se al cataclisma ambiental-meteorologico-ecomostruoso sopravvivessero solo i politici? Loro sì che sanno come scampare sempre a tutto. Vedremo presto Mastella, Cuffaro, Prodi e Nino Strano con la faccia nostra, sulla maglietta?
(citazione da “Allarme di scienziato”, tratta da “Ballate” di Stefano Benni, Feltrinelli)
giovedì 31 gennaio 2008
mercoledì 30 gennaio 2008
Candidature
Ricevo una mail circolare da Fascioemartello per sostenere la candidatura del sindaco di Gela, Rosario Crocetta, alla presidenza della regione siciliana. Per deontologia e per ottocentomila questioni personali non ho mai sostenuto alcun politico: continuerò a viaggiare in questa direzione.Crocetta è una brava persona, è un coraggioso e mi ispira la simpatia dei folli onesti. E’, in questo senso, un simbolo positivo. Come molti altri ce ne sono in giro. Auspico altre candidature come quella sua. Di gente che magari si attacca al telefono e chiama quelli che non lo conoscono: si presenta, rischia una sonora mandata a fare in culo, e chiede un parere.
Spero in un nuovo governatore che dia più schiaffoni che baci, che frequenti i cinema e le librerie più delle sale convegni, che giri nel web a caccia di idee, che istituzionalizzi il confronto con la sua gente (due domeniche al mese in una piazza a caso di una città a caso), che prenda a calci in culo i piagnoni, che tratti i precari da precari e non da serbatoio di voti, che legga e ascolti quanto più possibile ciò che gli artisti della sua terra inventano, che faccia un resoconto (gli addetti stampa non gli mancano) puntuale a scadenze fisse di ciò che non è stato possibile fare, che festeggi quando è il caso di festeggiare e pianga quando è il caso di piangere.
Tutto qui.
martedì 29 gennaio 2008
Strano ma vero
Nino Strano, senatore di An, ha vissuto il suo momento di raffinata celebrità la scorsa settimana a Palazzo Madama quando ha urlato al traditore Cusumano il suo dissenso politico. Le argomentazioni scelte erano le seguenti: “Sei una merda”; “Sei una checca squallida”; “Cesso, sei un cesso”.
Nelle interviste del giorno dopo il senatore, tolti i minacciosi occhiali scuri e ripulitasi la bocca dal grasso di mortadella (ingoiata, ovviamente, in Senato al culmine della sua esemplare manifestazione di dissenso), si è affrettato a puntualizzare che del “checca squallida” andava valorizzato il senso dell’aggettivo e che lui adora le donne, il turpiloquio e le contraddizioni: “Con gli uomini mi fermo un attimo prima", ha dichiarato riferendosi ai suoi gusti sessuali.
La caratura del personaggio – vero titano della politica più nobile - impone almeno quattro domande.
Primo: cosa ci fa in Alleanza Nazionale un caleidoscopio vivente come il senatore Strano?
Secondo: a quanto ammonta il suo cachet artistico?
Terzo: a quale commissariato hanno sporto denuncia i titolari del circo dal quale è fuggito?
Quarto: c’è una ricompensa per chi lo restituisce?
Il breve filmato è di Clarus Bartel
lunedì 28 gennaio 2008
Io, futuro governatore della Sicilia
Caro Gery, cari tutti,
scrivo queste parole mentre fuori non c’è nessuna luce. Ogni notte il nero ha il sopravvento solo per pochi minuti, poi i fari delle auto o una stella più luminosa rompono questo colore così incolore.
Non dormo da quattro giorni perché ho riflettuto e solo stanotte la nebbia si è diradata.
Ho preso una decisione. Lo dico a voi e so di dirlo ad amici: mi candido alla Presidenza della Regione Siciliana.
E non lo faccio, credetemi, perché sono un politico, ma perché, nel momento in cui mi è stato chiesto, ho avuto la netta percezione che potevo, che posso rappresentare il volto della Sicilia.
Non è stato facile neanche pensare a cosa posso fare per questa terra. Io, provinciale peggio di una strada. Io, senza neanche una macchia nella fedina penale, nessun processo, nessun amico. Io che odio baciare se non con la lingua (e nemmeno chiunque).
Ecco, anche da questo può partire il cambiamento. Nel momento in cui ho scelto, subito si sono affollate idee per un programma di Governo che provo a sintetizzare.
Famiglia e giustizia: i temi del confronto politico che hanno assediato lo scenario italiano e siciliano. La famiglia prima di tutto. E’ inutile dire quanto conti la famiglia in questa Regione. Sì, io penso che la famiglia vada tutelata sopra ogni cosa con un’azione seria di spionaggio. Penso ad un’istituzione come i “LO DICO” . Un servizio gratuito a cui tutti si possono rivolgere per ottenere prove concrete del tradimento. Quante spie ci sono in giro disoccupate? Quanta professionalità sprecata, sottopagata che deve limitarsi a spiare senza alcuna funzione sociale? Lo spionaggio dev’essere libero e paDrocinato con fondi di un Assessorato al bene comune.
Sulla legge e ammennicoli vari ho le idee chiare: sto ragionando a una diversa collocazione del Palazzo di Giustizia di Palermo. Perché lasciarlo in centro città? L’ubicazione più ovvia mi sembra Bellolampo. Al posto di quelle colonne così brutte, così fasciste, io creerò un termovalorizzatore dove chiunque entri possa essere valorizzato. Entri spazzatura ed esci con un mestiere. Non importa quale, importa che sarà caldo caldo. Entri giudice? Esci Mastella. Cosa vogliamo di più?
Ma un Presidente vero non può limitare la sua azione al capoluogo. E’ indispensabile una politica fiscale che attui una vera redistribuzione della ricchezza dal basso. Sgravi sul riso per gli arancini, sul grano per la cuccìa, sul sesamo per i panini. E se tutti noi sappiamo quanto incidono le accise sul sesamo, ancor di più conosciamo il costo della ricotta. La liberalizzazione della ricotta è il punto da cui partire: una ricotta libera per tutti.
Sempre nell’ambito di vera politica economica dico con forza: “Aboliamo i bilanci delle aziende”. A che servono questi numeri incolonnati? Quale funzione ha conoscere quanto fattura un’azienda? A chi può mai interessare il costo economico di un’industria? Perché bisogna spiattellare i segreti? Meno bilanci significa non usare pesi e misure. Significa poter pagare il pizzo liberamente e non sopportare più la nascita di associazioni contro questo basilare controllo della liquidità. Le associazioni stanno facendo male alla crescita degli adolescenti siciliani. Ne parlo spesso con i genitori sempre più preoccupati: i giovani hanno ormai il seme della legalità. E stiamo attenti: quando attecchisce nessuno può estirparlo.
Pensiamoci in tempo.
Non posso dimenticarmi dei poveri. Ce ne sono troppo pochi ancora. Utilizziamoli, rendiamoli partecipi della vita dei ricchi. Creiamo un centro di stoccaggio di organi vitali. Che se ne fa un povero di due reni o di due cornee? Penso ad un ufficio dove chiunque, sulla base di una autocertificazione, possa utilizzare l’organo di una persona meno abbiente. Il tutto in case di cura multifunzionali, dotate di attrezzature all’avanguardia, da fare sorgere ovunque. Le case di cura costose sono il nostro futuro. E gli ospedali pubblici? Bella domanda. La risposta è semplice: trasformiamoli in sale bingo. Del resto che cos’è oggi un ospedale se non una lotteria? Legalizziamoli, allora. Restituiamo a queste strutture la loro essenza.
Dobbiamo colmare il gap infrastrutturale che ci ha così tanto penalizzati. Abbiamo un progetto del ponte: utilizziamolo. Pensiamo in grande: dal ponte sullo stretto, passiamo al ponte sul largo. Allunghiamolo. Facciamo in modo che da Messina arrivi a Palermo e prosegua verso Catania. A Mulinello potremo creare un sopra–ponte che favorirà lo snellimento del traffico verso Ragusa e Siracusa. Qui, lo so, lo so, è ovvio…. da Capo Passero all’Africa, che ci vuole? Con una piccola rampa arriviamo in un altro continente. Andiamo in quel Paese. Facciamo in modo che i clandestini arrivino via terra.
Sto già lavorando a un altro progetto serio che riguarda l’immagine della Sicilia. Ho scelto una delle città meno travagliate: Gela. Facciamo di questa cittadina la zona di rappresentanza della Regione. Viene un capo di Stato? Che palle portarlo a Palazzo dei Normanni! Stucchi, arte.. ma non se ne può più! Portiamolo a Gela. Facciamogli respirare un po’ di quell’aria nuova. Gela non va bene? Abbiamo anche Priolo.
A questo punto vi starete chiedendo: come diffondere queste innovazioni? Semplice, attraverso un buon ufficio stampa. Ammettiamolo: è una vergogna che abbia ventitrè giornalisti. Soltanto? Basta svoltare l’angolo – magari passando sul sovra-ponte - e arrivare in Burundi per scoprire che l’ufficio stampa del Presidente è composto da 145 giornalisti seri. Io non dico di arrivare al livello del Burundi, per noi assolutamente impensabile. Ma almeno proviamoci: portiamo il numero di professionisti della carta stampata a 100. Sarebbe un successo. Sarebbe un sogno che ci avvicinerebbe al Burundi a grandi passi.
Sto anche lavorando ad un inno: la colonna sonora di Chocolat. Mi sembra perfetta.
Ecco, vedete, piccoli gesti, nessuna grande pretesa. Questi sono i primi punti di un programma che crescerà. C’è un Presidente in ognuno di noi. Liberiamolo. Votate per Torta: ce n’è per tutti.
sabato 26 gennaio 2008
I migliori momenti peggiori
Nella meravigliosa lettera di Oscar Wilde a Lord Alfred Douglas, pubblicata postuma con titolo "De profundis", si riferisce una frase di Walter Pater che mi ha colpito molto: "L'insuccesso sta nell'acquistare abitudini". Wilde usa in modo sublime questa citazione per versare pagine e pagine di inutile veleno sul giovane amante che fu la sua rovina. Il perché della parola "inutile" non ve lo svelo per non togliervi il piacere di una lettura controversa e per questo esaltante.L'uomo che viveva nel "terrore di non essere frainteso" è un faro per molte riflessioni. Una di queste ve la consegno per il fine settimana: quante consuetudini ci hanno tolto il piacere di saper sbagliare da soli?
I legami di amore, amicizia, collaborazione attiva, vivono di dialogo (è uno dei temi del "De profundis") e il peggiore nemico del dialogo è l'abitudine. Ci ho messo 40 anni e rotti, e un paio di libri, per accorgermi che l'interesse per l'altro - che è soprattutto godimento personale e soddisfazione dell'ego - passa attraverso l'abolizione radicale delle abitudini.
Ora anche i miei momenti peggiori sono migliori.
venerdì 25 gennaio 2008
Riecco tette e culi
Culi e tette, avevo promesso qualche giorno fa. E culi e tette siano.Per culo Prodi ha resistito fino a ieri. La scommessa difficilissima di risanare i conti pubblici era la più impopolare in termini di consensi. E’ un miracolo (o culo, appunto) che lo pseudo governo del Mortadellone sia durato sin qui. La fortuna chiede sempre e comunque un dazio da pagare. E cadere per mano degli (ex) alleati è un bel prezzo d’immagine. Prossimo obiettivo, suicidarsi trattenendo il respiro.
Il “guerriero”, il “coraggioso” – così l’hanno definito – viene disarcionato mentre su Roma sventolano le bandiere nere. Altro che fegato, il culo di Prodi fondamentalmente consiste nell’essere ancora vivo, nonostante i congiurati che si è scelto come apostoli. Se c’è stata un’ultima cena, immagino tutti i segnaposti uguali, e un solo nome ripetuto: Giuda.
Il sistema bipolare potrebbe essere perfetto se solo si riuscissero a trovare i simboli giusti: antiberlusconiani contro i nemici dei rossi. Via tutti i partitini condominiali. Scegliere: o contro Silvio o contro i nipotini di Stalin, il resto che volete che sia?
Le tette dello Stato da mungere. Le formazioni politiche pigmee avevano e hanno tutto l’interesse affinché si voti subito. Se cambia il sistema elettorale non troveranno più tette da cui succhiare. Insomma si giocano tutto in pochi mesi. Il rovescio della medaglia, o comunque un altro aspetto della suzione avida dalle mammelle statali, sta nella trama intessuta da molti parlamentari che invece puntano sull’accanimento terapeutico per mantenere in vita la legislatura almeno fino al prossimo autunno, momento in cui matureranno il diritto alla pensione. Altrimenti nisba.
Insomma, un concentrato di tette culi e volgarità. Contenti adesso?
giovedì 24 gennaio 2008
Un monumento agli anni Settanta
Un po’ di fatti miei.Sto scrivendo una storia ambientata negli anni Settanta (almeno in parte). Ho raccolto foto, letto giornali e riviste dell’epoca, consultato archivi telematici, scartabellato tra i ricordi. Fine dei fatti miei.
Un po’ di fatti vostri o nostri.
Ho visto Ballarò, ieri sera, proprio perché la trasmissione era dedicata agli anni Settanta e si occupava dell’angolazione che mi interessa: quella sbagliata.
Gli anni Settanta sono stati l’epoca di una violenza legittimata, quasi giustificata. L’idea romantica di un decennio di grandi rivalse, di teste rialzate, di riscossa italica mi fa, oggi, schifo. Gli anni Settanta, nel nostro Paese, sono un libro riscritto con grafia incerta, giorno dopo giorno. Parole, pallottole, neri, rossi, carnefici, vittime, giustizia, rivoluzione: parole sovrapposte, pasticciate, senza storia.
La storia è il senso del tempo. E il tempo ha regalato la libertà a molti assassini di quegli anni: il killer di Walter Tobagi ha fatto solo due anni di carcere, lo sapevate? Ve lo hanno raccontato?
Ma il tempo può regalare molto di più. Sergio D’Elia era un terrorista di Prima Linea. E’ stato condannato per banda armata e concorso in omicidio. Su venticinque anni ne ha scontati dodici. Nel 2006 è stato eletto deputato alla Camera nelle fila della Rosa nel Pugno, è stato nominato segretario alla Presidenza della Camera e fa parte della III Commissione, Affari esteri e comunitari, e del Comitato di vigilanza sulle attività di documentazione.
Ci indigniamo per i cinque anni in primo grado a Cuffaro, nell’anno di grazia 2008. Cuffaro non ha tirato bombe, non ha ucciso nessuno, non ha tentato l’evasione dal carcere di Firenze (come D’Elia), non si è riciclato come intellettuale, non si è ripulito le mani sporche di sangue sulla camicia inamidata. Cuffaro è un discutibile politico dei giorni nostri. Ma lo è certamente meno di D’Elia. Eppure fa più notizia. Il Signore mi fulmini se voglio difendere il governatore della Sicilia (col videoclip che gli ho regalato...).
Quello che voglio dire è che siamo tutti figli dei fatti. Ma l’amnesia ha un grembo ancora più capiente.
Gli anni Settanta nel mondo hanno portato i Pink Floyd come la discomusic, i libri di Stephen King come quelli di Henri Charriere, i film di Martin Scorsese come quelli di Stanley Kubrick, la rivoluzione tecnologica (compact disc e walkman) come il nudismo. In Italia nulla o poco più di nulla.
Facciamo un monumento nel nostro Paese a quegli anni, facciamolo brutto, un monolito grezzo e oscuro. E cominciamo a studiare almeno la storia più recente.
mercoledì 23 gennaio 2008
Barca-menandosi
Raffaella Catalano è un'anima di questo blog. Un passato da giornalista giudiziaria, è oggi editor di successo. Ha scoperto o rivalutato molti scrittori, alcuni dei quali oggi vincono importanti concorsi letterari nazionali. (Perentoria eppure paziente, è riuscita a guidarmi, e soprattutto a non prendermi a schiaffi, durante la messa a punto dei miei romanzi)Oggi s'inaugura la sua rubrica. Stringata ed efficace, come lei.
Se siete certi di aver fatto bene un lavoro, ma il vostro capo vi accusa di scarsa professionalità, potete rispondergli così:
"L'Arca di Noè è stata costruita da dilettanti e il Titanic da professionisti".
E sappiamo com'è andata a finire.
(la frase virgolettata è tratta dal web)
martedì 22 gennaio 2008
lunedì 21 gennaio 2008
Cannoli, per festeggiare
Facciamo una moratoria della lamentela a basso costo e aspettiamo fino alle prossime elezioni, come semplicemente suggeriva Giacomo Cacciatore ieri.
Dato che carta e penna costano poco, però, annotiamo qualcosa.
1) Tra un presidente assolto per mafia e un presidente assolto e basta c’è differenza (citazione dall’intervista di Elisabetta Margonari per il Tg3).
2) Il festeggiare con cannoli si addice, in Sicilia, a uno sposalizio o a un annuncio di lieto evento, non a una condanna a 5 anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici.
3) La piazza, dalla Cina a Milano nel ’45, dal g8 di Genova a San Pietro in Roma, risolve poco se non altro perché le stime dei partecipanti le fa la questura e non un istituto di rilevamento scientifico.
4) La confusione del “facciamo qualcosa” cozza con l’indolenza del “chi la fa per primo?”.
5) La coscienza non è più un primo motore immobile, ma un elemento di una massima andreottiama: “...come una camicia, per mantenerla pulita basta non usarla”.
Da domani culi e tette.
domenica 20 gennaio 2008
Esserci o non esserci
Ho una fortuna. Un mio grande amico è anche mio collega di lavoro. E soprattutto è uno dei miei scrittori preferiti. Si chiama Giacomo Cacciatore e da oggi ha una rubrica, “L’attimino fuggente”, su questo blog. Buona lettura.
Il giorno dopo la sentenza di condanna al Governatore di Sicilia Salvatore Cuffaro (mi piace la parola governatore, quanto mai appropriata: mi ricorda gli scenari riarsi e gaglioffi della Monterey dei telefilm di Zorro, il tenente Garcia, il servo muto Bernardo) una zia per la quale nutro sconfinata stima mi ha invitato a partecipare alla manifestazione di protesta in piazza Politeama. Ci si doveva riunire, far numero e alzare una simbolica mano alla domanda: “chi ritiene indispensabile che il governatore si dimetta?”. Ci ho pensato su. Mi sono chiesto se fosse giusto manifestare. Lo era. Mi sono chiesto se fosse significativo. Lo era, certo. Mi sono persino domandato se la mia improvvisa titubanza fosse un sicilianissimo rigurgito di timor sacro verso il potere e la sua arroganza; un residuo enzimatico del mio essere “di qui”, un fiotto di vigliaccheria inconfessata – da ometto quale a volte mi capita di essere – e con cui, in fondo, chi vive in Sicilia deve fare i conti. Secoli di attenzione a non azzardare il passo più lungo della gamba, di voci fantasmatiche che fin dalla tenera infanzia ti invitano alla cautela – pena oscure ritorsioni, cadute in disgrazia e inevitabili sconfitte – non sono acqua fresca. L’inconscio collettivo non si smacchia facilmente. Ho preso la penna. Se devo essere ominicchio, preferisco esserlo a metà. E mentre scrivo queste righe, tiro all’improvviso un sospiro di sollievo. Sono stato severo con me stesso. L’enzima di ominicchitudine ha battuto in ritirata, chiedendo scusa per l’incomodo. Sono qui a scrivere perché ci credo di più. Sono qui a scrivere perché credo che uno slogan fuori tempo non possa cambiare la storia, né potrà mai farlo una sentenza a carico di un solo uomo, con tutta l’indignazione – o, a seconda dei casi, – l’esultanza che questa si porta dietro. Sono qui perché credo che la storia, a volte, è possibile cambiarla proprio scrivendo. Non sto parlando di romanzi, non in questo caso. Sto parlando di una “x” tracciata su una scheda che, debitamente ripiegata, pioverà dentro un’urna.
Mi arriva notizia che alla manifestazione c’era tantissima gente, il giorno dopo la sentenza di favoreggiamento (non aggravato) del governatore Salvatore Cuffaro. Ci vediamo in cabina, signori, alle prossime elezioni per il presidente della Regione. E cerchiamo di esserci davvero. È lì che si chiedono le dimissioni di qualcuno.
Il giorno dopo la sentenza di condanna al Governatore di Sicilia Salvatore Cuffaro (mi piace la parola governatore, quanto mai appropriata: mi ricorda gli scenari riarsi e gaglioffi della Monterey dei telefilm di Zorro, il tenente Garcia, il servo muto Bernardo) una zia per la quale nutro sconfinata stima mi ha invitato a partecipare alla manifestazione di protesta in piazza Politeama. Ci si doveva riunire, far numero e alzare una simbolica mano alla domanda: “chi ritiene indispensabile che il governatore si dimetta?”. Ci ho pensato su. Mi sono chiesto se fosse giusto manifestare. Lo era. Mi sono chiesto se fosse significativo. Lo era, certo. Mi sono persino domandato se la mia improvvisa titubanza fosse un sicilianissimo rigurgito di timor sacro verso il potere e la sua arroganza; un residuo enzimatico del mio essere “di qui”, un fiotto di vigliaccheria inconfessata – da ometto quale a volte mi capita di essere – e con cui, in fondo, chi vive in Sicilia deve fare i conti. Secoli di attenzione a non azzardare il passo più lungo della gamba, di voci fantasmatiche che fin dalla tenera infanzia ti invitano alla cautela – pena oscure ritorsioni, cadute in disgrazia e inevitabili sconfitte – non sono acqua fresca. L’inconscio collettivo non si smacchia facilmente. Ho preso la penna. Se devo essere ominicchio, preferisco esserlo a metà. E mentre scrivo queste righe, tiro all’improvviso un sospiro di sollievo. Sono stato severo con me stesso. L’enzima di ominicchitudine ha battuto in ritirata, chiedendo scusa per l’incomodo. Sono qui a scrivere perché ci credo di più. Sono qui a scrivere perché credo che uno slogan fuori tempo non possa cambiare la storia, né potrà mai farlo una sentenza a carico di un solo uomo, con tutta l’indignazione – o, a seconda dei casi, – l’esultanza che questa si porta dietro. Sono qui perché credo che la storia, a volte, è possibile cambiarla proprio scrivendo. Non sto parlando di romanzi, non in questo caso. Sto parlando di una “x” tracciata su una scheda che, debitamente ripiegata, pioverà dentro un’urna.
Mi arriva notizia che alla manifestazione c’era tantissima gente, il giorno dopo la sentenza di favoreggiamento (non aggravato) del governatore Salvatore Cuffaro. Ci vediamo in cabina, signori, alle prossime elezioni per il presidente della Regione. E cerchiamo di esserci davvero. È lì che si chiedono le dimissioni di qualcuno.
sabato 19 gennaio 2008
Un favoreggiamento così così
Cuffaro, condannato a 5 anni ma non per mafia, resta al suo posto e manifesta soddisfazione. Se non fosse troppo lungo – i giornali non sono lenzuoli – potrebbe essere il titolo ideale per riassumere la vicenda che ieri è sfociata nella sentenza di Palermo. In questo titolo infatti c’è la notizia, c’è la puzza della questione morale, c’è il riflesso di un rapporto catastrofico tra politica e giustizia, c’è il grottesco. E, diciamolo, c’è anche quel tanto di pirandellismo che ci ricorda chi siamo, da dove veniamo e dove, si spera, non andremo a finire.Il governatore della Sicilia, peso massimo dell’Udc, si è visto infliggere 5 anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici (pena sospesa) per aver favorito personalmente una fuga di notizie a favore di un indagato per mafia. Un favoreggiamento niente male. Appare chiaro che favorire una persona qualunque è una cosa, favorire un presunto boss è un’altra. E’ probabilmente sulla scia di questo ragionamento che i giudici, pur non riconoscendo l’“utilità” del governatore nei confronti di Cosa nostra, hanno usato la mano pesante. Resta da capire come si può argomentare giuridicamente che l’adoperarsi per un mafioso non rappresenti un atto estendibile a tutta la sua consorteria criminale.
L’unica cosa che, inequivocabilmente, la sentenza ha sancito è che c’era una rete di talpe alla procura di Palermo. Non erano talpe da poco e non si scambiavano informazioni sulla migliore pasta con le sarde della città.
Il commosso trionfalismo con cui Salvatore Cuffaro ha accolto la sentenza mi ha irritato, perché è una furbaggine di politicaccia vecchia. Equivale a dire “gol!”, quando il pallone è dentro la propria rete: gli spettatori non sono scemi, e quelli paganti possono incazzarsi.
Il fiume di reazioni soddisfatte alla sentenza ha fatto il resto. Casini, Cesa (Cesa, ve lo ricordate? Proprio lui), Berlusconi... Una politica civile avrebbe manifestato, con libertà, il proprio affetto, la propria vicinanza, la propria stima a un imputato condannato (seppur a una pena inferiore a quella richiesta dall’accusa) e si sarebbe astenuta dal peana. Proprio per l’assoluta mancanza di argomenti: il lieto evento da celebrare, il soggetto da encomiare, la vittoria da festeggiare.
Su queste basi non stupisce la fragile architettura logico-poltronistica che Cuffaro ha messo su per non dimettersi. Siccome aveva detto che se ne andava solo in caso di condanna per favoreggiamento di tipo mafioso, non se ne va. Come dire: si può rubare in tutti i supermarket, tranne che in uno.
venerdì 18 gennaio 2008
Un nuovo inizio
Con questo articolo Roberto Torta inaugura la sua rubrica settimanale (o chissà) su questo blog: Torta in faccia. Che dio me la mandi buona.
Lucia ha 38 anni, è insegnante, non è mai stata sposata. Ieri sera, a cena, parlava di una nuova sua fiamma: Giovanni, assicuratore. Diceva quanto è bello e quanto le fa bene avere un nuovo inizio. “Perché - spiegava - iniziare una storia, uno sport, un’attività, è una vera e propria ginnastica per il cervello”.
Scoprire un nuovo odore, un nuovo timbro di voce, nuove inflessioni dialettali, nuovi modi di baciare, di guardare le cose, occhi a cui non siamo abituati: tutto questo stimola la nostra fantasia.
La discussione è stata ampia e articolata. Mia moglie, intelligente ma gelosa come un Otello, diceva che iniziare sempre significa non avere un punto fermo e credo che Lucia non verrà più a casa mia.
Mio cognato aveva la bava alla bocca solo al pensiero di poter stare lontano da sua moglie.
Altri amici, noti e assertori della teoria “basta che respirano”, con accanto le loro compagne si esibivano in salti mortali di dichiarazioni su quanto sia importante avere una relazione stabile. Io li guardavo allibiti e notavo gli occhi scintillanti di queste compagne, proprietarie di così tante corna che solo Dio sa (oltre me e almeno un centinaio di persone).
Lucia insisteva e passando dal personale al generale diceva: “Quando conosci una persona nuova, ti viene voglia di farti la ceretta anche all’inguine, vai dal parrucchiere più spesso, cerchi di essere originale e di condividere i suoi interessi. Diventi gradevole fuori ma anche dentro. Poi, certo, la delusione può essere dietro l’angolo, ma in quel caso si può rimanere semplicemente amici o non frequentarsi più. La vita dev’essere una serie continua di inizi”.
Tutti aspettavano il mio parere e, lo confesso, ho detto una cosa di cui mi vergogno spudoratamente: “Io inizio ad amare mia moglie ogni mattina”.
Ma l’ho fatto solo perché non mi va di iniziare le pratiche per il divorzio.
P.S. E' inutile che mi chiedete il numero di Lucia, tanto non ve lo darò mai.
di Roberto Torta
Lucia ha 38 anni, è insegnante, non è mai stata sposata. Ieri sera, a cena, parlava di una nuova sua fiamma: Giovanni, assicuratore. Diceva quanto è bello e quanto le fa bene avere un nuovo inizio. “Perché - spiegava - iniziare una storia, uno sport, un’attività, è una vera e propria ginnastica per il cervello”.La discussione è stata ampia e articolata. Mia moglie, intelligente ma gelosa come un Otello, diceva che iniziare sempre significa non avere un punto fermo e credo che Lucia non verrà più a casa mia.
Mio cognato aveva la bava alla bocca solo al pensiero di poter stare lontano da sua moglie.
Altri amici, noti e assertori della teoria “basta che respirano”, con accanto le loro compagne si esibivano in salti mortali di dichiarazioni su quanto sia importante avere una relazione stabile. Io li guardavo allibiti e notavo gli occhi scintillanti di queste compagne, proprietarie di così tante corna che solo Dio sa (oltre me e almeno un centinaio di persone).
Lucia insisteva e passando dal personale al generale diceva: “Quando conosci una persona nuova, ti viene voglia di farti la ceretta anche all’inguine, vai dal parrucchiere più spesso, cerchi di essere originale e di condividere i suoi interessi. Diventi gradevole fuori ma anche dentro. Poi, certo, la delusione può essere dietro l’angolo, ma in quel caso si può rimanere semplicemente amici o non frequentarsi più. La vita dev’essere una serie continua di inizi”.
Tutti aspettavano il mio parere e, lo confesso, ho detto una cosa di cui mi vergogno spudoratamente: “Io inizio ad amare mia moglie ogni mattina”.
Ma l’ho fatto solo perché non mi va di iniziare le pratiche per il divorzio.
P.S. E' inutile che mi chiedete il numero di Lucia, tanto non ve lo darò mai.
giovedì 17 gennaio 2008
Mastella e oltre
Sul caso Mastella ci sono almeno due chiavi di lettura.Primo, la procura ha ragione. In tal caso la politica sta facendo irruzione (ancora una volta pesantemente) in un ambito che non le compete e sta interferendo con un potere che deve restare indipendente.
Secondo, la procura non ha ragione. Il sistema politico sta reagendo alla scossa destabilizzatrice che proviene da una ristretta componente di un apparato dello Stato.
Dovremo aspettare per capire quale delle ipotesi è quella fondata. Personalmente, spero che l’inchiesta dei magistrati di Torre del Greco sia solida a tal punto da giustificare un simile terremoto.
C’è però una terza via, che non esclude le precedenti, ma che potrebbe essere corollario, e al tempo stesso spiegazione, di ciò che accade da anni nel nostro Paese.
Il sistema (termine scongelato dal vocabolario degli anni Settanta) è sbagliato. Tutto.
Che sistema è, infatti, quello in cui:
I politici vogliono giudicare al posto dei giudici.
I giudici vogliono governare al posto dei politici.
Un papa si tira indietro davanti alle prime protestucole di quattro professori e di un manipolo di universitari.
La pubblica opinione è nelle mani di un comico che fa ancora ridere.
Il timone dell’Italia è nelle mani di una banda di comici che non sanno di essere comici.
Il disfattismo è il partito politico di maggioranza.
YouTube è l’unico misuratore attendibile di consenso.
Il telefono cellulare serve a tutto fuorché a comunicare.
I referendum sono strumenti il cui unico vantaggio è regalare qualche giorno di vacanza in più agli studenti.
Ridateci Antelope Kobbler.
mercoledì 16 gennaio 2008
Ancora su Sofri
Vi chiedo scusa, ma almeno per un giorno devo tornare sul caso Sofri. Alcune e-mail e post ricevuti mi impongono una precisazione.Partiamo da un principio. Messi di fronte, Luigi Calabresi e Adriano Sofri non hanno lo stesso peso, non possono averlo: perché il primo è terra, il secondo è carne.
Per quanto riguarda Sofri, il mio amico Davide Camarrone mi rimprovera di piegare il mio giudizio alla “formalità di una condanna” molto controversa. Ho già detto che la vicenda è complicatissima, e ne ho piena contezza. Però credo che banalmente ci si debba piegare, a un certo punto, a una verità giudiziaria: altrimenti si va incontro alla destabilizzazione dei ruoli.
E’ un mio problema. E mi spiego: se io non riconoscessi la colpevolezza di Sofri – che è scritta in una sentenza che può apparire a molti detestabile – negherei l’esistenza di un giudizio terreno. E ciò si ripercuoterebbe in ogni ambito in cui sono chiamato a rispettare una regola. Perché non riconoscerei più una fine, un punto di arrivo. Sofri per la legge italiana è colpevole, pur essendo un intellettuale, pur professando la sua innocenza, pur affrontando la pena con dignità. Se lo Stato, l’istituzione somma, deciderà di alleggerire il suo fardello mi inchinerò alla decisione.
Il commissario Luigi Calabresi è stato scagionato post mortem da ogni responsabilità per la tragica fine dell’anarchico Pinelli: si è accertato che lui non era neanche in quella sua stanza quando quel povero ragazzo volò dalla finestra. Si continua - anche sui muri delle città, nei cortei, nelle discussioni da sedicenti post-sessantottini – a sommare i cognomi: Calabresi + Pinelli= giustificata vendetta.
Certi editoriali di Lotta Continua sono stati, come metafora di una violenza senza nessuna ragione storica, una vergogna di questo paese. Il revisionismo degli anni Settanta - e mi scuso per il linguaggio - è un grappolo di emorroidi in un deretano sfondato di menzogne travestite da rivoluzioni.
E’ possibile che Sofri sia una vittima innocente di un sonno della giustizia che partorisce mostri.
E’ certo che il commissario Calabresi e gli altri che hanno fatto la sua stessa fine (professori universitari, giornalisti, operai, sindacalisti, carabinieri, poliziotti...) sono vittime innocenti del sonno di una ragione malata.
martedì 15 gennaio 2008
Serendipità
L'altro giorno, leggendo l'e-mail di un'amica, mi sono imbattuto in una parola di cui mi ero dimenticato: serendipità.Come qualsiasi dizionario ed enciclopedia vi ricorderanno, questo neologismo, originato dal più noto serendipity (anglosassone), indica lo scoprire qualcosa mentre se ne cerca un'altra. Ma, si badi bene, il concetto è ben diverso da quello di culo (inteso come fortuna). La serendipità è una strada con infinite traverse e solo la capacità e il valore di chi la percorre potranno rendere giusta la traversa "sbagliata". E' anche, secondo una celebre metafora, "cercare un ago nel pagliaio e trovarci la figlia del contadino". E' l'idea che arriva alle spalle. E' l'America scoperta al posto delle Indie. Con quel che ne consegue.
Nonostante la mia diffidenza paranoica, credo molto nella serendipità anche per conoscere meglio chi mi circonda. Si sa spesso di più quando meno si cerca con accanimento. Il fatalismo impigrisce, la serendipità arricchisce tutti.
P.S.
Vi giuro che ieri sera ho mangiato leggero e ho bevuto praticamente nulla.
lunedì 14 gennaio 2008
Dietrofront su Sofri
Due giorni fa ho scritto in favore di Adriano Sofri.Poi ho visto Sofri in tv.
E, nel contempo, ho letto “Spingendo la notte più in là” di Mario Calabresi: tutto in un pomeriggio, grazie a un prezioso suggerimento.
Mi sono preso un giorno per pensare, per digerire certe frasi, per commuovermi - lo confesso – e per cambiare radicalmente idea.
Il libro di Calabresi è un’altra visione del mondo, il lato buio della luna. E’ una rassegna di immagini senza intervallo. E’ una visione parziale, ma dolorosamente attendibile, di un sistema di privazioni vitali inaudito. La concatenazione dei fatti supera ogni barriera ideologica, si fa misura di quell’inganno chiamato uguaglianza, umanità, solidarietà. Se è giusto credere nelle sentenze di una giustizia terrena che amministra le nostre sorti, è giusto farlo per il commissario Calabresi come per Sofri. Uno assolto, l’altro condannato. Punto.
Andatevi a leggere le storie e le sentenze, ne parliamo quando volete.
L’intervista di Sofri è stata un conglomerato di umanità non confessate e tremendamente paludate. Sofri ha parlato di: vita, morte, futuro, generazioni, periferia della spazzatura, ombre, trionfo del buio sulla luce. Ha corretto il Papa e persino Fabio Fazio che lo ospitava. Ha sibillinamente attestato che “noi umani combiniamo guai quando abbiamo buonissime intenzioni e pretendiamo di tradurle in pratica”. Che - sempre noi umani - “quando compiamo un’azione non sappiamo dove va a finire”. Ha fatto un elogio dei galeotti, come se fossero la migliore parte del Paese. Ha più volte parlato di Gesù, lui che sembra illuminato. Ha detto, rimbalzando da una provocazione (autogestita) all’altra, che “diventare direttori di giornali non è una cosa straordinaria”.
Ordinare un omicidio?
Trovarsi a convivere su un pianeta con vittime di un’ideologia assassina di cui si è stati artefici?
Scrivere nero su bianco che - è testo di “Lotta continua”- Calabresi “dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito... Il proletariato ha emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e dovrà pagarla cara...”?
Sono scelte tutelate dall’articolo 21 della Costituzione?
C’è una moratoria culturale che fugge alle leggi degli umani ordinari?
Ci sono sentimenti che lauree e specializzazioni aboliscono ontologicamente?
Nessuno ha chiesto a Sofri, né lui si è guardato bene di spendere una parola a proposito, del crimine di cui è accusato e per cui è condannato in sede definitiva, seppur dopo un iter giudiziario travagliato.
Ritenevo Adriano Sofri un intellettuale puro, me lo sono ritrovato davanti come un furbetto che impartisce lezioni sulla vita e sul senso che ne avanza, scremate convenienze e consigli per gli acquisti (il libro per Sellerio).
Scusate, ma la morale, odiosa per quanto sia, mi viene facile adesso: se devo scegliere un maestro, non me lo prendo pregiudicato per omicidio.
domenica 13 gennaio 2008
Il blog che fanno pensare
Do la mia lista.
Parole corsare. Perchè è diverso da me, ma tollerante,
Il terzo lato della medaglia. Perchè è diverso da me, ma tollerante.
Così è se vi pare. Perché è diverso da me, ma intollerante.
Lesandro's. Perchè è diverso da me, ma intollerante.
Duel. Perchè è nato due giorni fa.
sabato 12 gennaio 2008
La parola di Sofri
Stasera su Raitre, a scanso di sorprese, Adriano Sofri, condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario Calabresi, sarà ospite di Fabio Fazio. Come saprete, c’è una lunga scia di polemiche. Non è la prima volta che Sofri viene intervistato, ma stavolta ha ottenuto il permesso del giudice per lasciare i domiciliari e andare nello studio televisivo, e per la prima volta parlerà in diretta.Sofri è accusato di un reato gravissimo, ma è anche al centro di una controversa ricostruzione giudiziaria. Alcuni di voi conoscono il mio morboso attaccamento alle regole, al rispetto delle norme. Il discorso potrebbe chiudersi qui. Però, in questo caso, credo che ci sia da fare qualche considerazione.
Adriano Sofri è, al di là della sua fedina penale, un intellettuale che si è guadagnato la fiducia letteraria del Paese. Ha scritto, da detenuto, pagine di grande valore. E la vita ci insegna che, nella storia, il valore sta nei concetti non nelle mani che li plasmano.
Va da Fazio a presentare il suo ultimo libro e non sarà tappandogli la bocca che si restituirà giustizia alla famiglia Calabresi. Anche perché Sofri, in questi anni, si è distinto come artefice di una cultura pacata e senza rabberciamenti. Non è Vallanzasca. Le sue opere possono piacere o non piacere. Ha il diritto di parlarne fin quando non approfitta del mezzo che gli viene concesso. La sua pena non è sospesa per i minuti della trasmissione. Anzi – credo – che gli peserà ancor di più.
Non c’è verso che valga la libertà se non nasce libero.
venerdì 11 gennaio 2008
Vecchiaia
Leggo un bel libro che mi ha regalato un amico, “Intervista sul cinema a Federico Fellini”, e mi soffermo su un passo, proprio all’inizio, che prende spunto da una citazione di Simone de Beauvoir: “La vecchiaia ti afferra all’improvviso”.Dice Fellini: “E’ verissimo. Fino all’altro ieri ero sempre il più giovane del gruppo, in qualunque comitiva, in qualunque tavolata. Come diavolo è potuto accadere che nel giro di poche ore, un giorno, diciamo anche una settimana, io sia diventato improvvisamente il più vecchio?”
Non sono vecchio, ma ricordo benissimo quando mi sono sentito invecchiato. E’ accaduto in una mattina d’inverno di tre anni fa. Mi sono svegliato, ho fatto le solite cose e mi sono reso conto che non ero più giovane. Non mi chiedete dettagli, non saprei darveli. Non c’entrano le rughe, gli acciacchi, i capelli che se ne vanno. E’ un respiro interiore, lo senti. Percepisci gli eventi in modo diverso, hai reazioni nuove, sei più cauto quando dovresti osare e più scatenato quando ci vorrebbe maggiore cautela. Usi la rassegnazione come oppiaceo e ti droghi di cose da fare. E gioisci quando il panettiere, che ha la metà dei tuoi anni, ti dà del tu.
giovedì 10 gennaio 2008
Inferno e paradiso
mercoledì 9 gennaio 2008
Cinque sportelli di felicità
In un raro momento di catalessi televisiva, per la precisione tra le 20,30 e le 20,45 di ieri, mi sono fatto artigliare dalla pubblicità. Uno spot su due (statistica casalinga) è di case automobilistiche. Ho scoperto che se ho un problema di psiche, di relazione, di sentimento, di contabilità, di famiglia, di lavoro, di salute, di vacanze, di umore, non devo far altro che acquistare una nuova auto. Bastano 450 comode rate, a tasso da esecuzione capitale, per una protesi sociale a cinque sportelli, sicura e rapida come un'arma avveniristica, solida come l'appendice sessuale di Rocco Siffredi (postumi della discussione di ieri, scusate), rassicurante come l'illusione della felicità.Ho un'auto di cui pagherò le rate fino al 2011. Forse dovevo osare di più.
martedì 8 gennaio 2008
Elogio del sonno solitario

Roberto Torta, per quel che so, è un ingegnere originario dell’Ennese che lavora a Palermo per una multinazionale. So pochissimo di lui, in generale. Però mi fido perché ha opinioni controcorrente, non sempre condivisibili, ma comunque divertenti. Roberto Torta è una specie di illusione vivente, eppure mantiene un contatto con la realtà, la sua, che lo rende corpo, materia, più di molte altre persone che ostentano onestà, lungimiranza, candore, coerenza. Per me potrebbe essere Kaiser Soze (o Soza, o Sosa, o Sose, esistono varie versioni) e per questo, dal momento che “I soliti sospetti” è uno dei miei film preferiti, ha lo stesso fascino del diavolo che in un soffio svanisce.
Ora leggete e incazzatevi pure, se volete. Ma con lui, eh!
di Roberto Torta
Ci pensavo stamattina, mentre guardavo i giornali online. Avevo il pc sulle gambe e alla mia destra una pila di giornali, riviste e libri. E anche le calze. Ma quanto è bello dormire solo?
Ora… lo so che non è bello dirlo. E neanche gentile. Ma superata la soglia dei 40 anni, quando pensavo che tutte le certezze si fossero frantumate, ecco che ne sorge una nuova. Pulita.
Amo dormire da solo.
E non c’entra niente l’amore. Per carità. Quando abbraccio la mia donna, quando, dopo aver fatto l’amore, mi riempio del suo profumo, continuo a godere di momenti, che, devo dirlo, finiscono. Finiscono quando, magari, hai mangiato pesante e vorresti, con la pesantezza che solo l’uomo riesce ad esprimere, emanare quell’aria non troppo pulita che è lì dentro di invece vorrebbe librarsi tranquillamente. Di notte succede. E se all’inizio di te una donna ama anche quel rumore notturno, col passare degli anni nessuno ti sopporta. Poi c’è il risveglio. E’ inutile negarlo. Siamo dei mostri atterrati da un altro pianeta dove c’hanno riempito di pugni. Gonfi e con un alito che... sì insomma, sappiamo bene come siamo al mattino. Tutti, uomini e donne.
Ma….dormire solo. Godere dello spazio, del silenzio, sapere che nessuno al tuo fianco si muoverà. Svegliarsi e aprire il giornale. Svegliarsi e pensare senza nessuno che ti dice: “Che hai? Stai male? Vuoi che ti faccio un canarino? A cosa stai pensando?”
Quante discussioni nate di notte anche solo perché lei t’aveva toccato involontariamente...
Dormire abbracciati al cuscino senza suscitare gelosie. Alzarsi, fare la pipì anche tre volte di seguito senza alcuna vergogna. Dormire e svegliarsi da soli. Accendere il pc o leggere un libro senza alcun commento. Senza alcuna parola. In un letto grande. A due piazze (ma chi l’ha inventato il letto a due piazze? ). Sapere di russare e non per questo sentirsi un assassino. Avere un bell’incubo o un sogno dolce e non doverlo comunicare. Il sogno è solitudine.
Attenzione. Non vorrei essere scambiato per cinico o per cattivo. O se volete, fate pure. Ho dormito con tante donne e da molti anni ormai ho un'amabile convivente. Eppure questa certezza, questa beatitudine del dormire da solo credo sia un privilegio. Un regalo alla propria convivenza, perché tanto quando dormi non ci sei. Dormi e basta. E poi non sapere che qualcuno ti guarda mentre dormi che magari hai la bocca aperta, l’otturazione in bella mostra, la lingua impastata, parli e sa dio quel che dici.
Ebbene sì. Sono per la separazione dei sonni.
lunedì 7 gennaio 2008
Il menù di Pippo
Ho troppa stima per Pippo Baudo per tacere su alcuni nomi da lui inclusi nell’elenco dei big di Sanremo. Per la dodicesima volta ci sarà Toto Cutugno, per la decima Little Tony e Michele Zarrillo, per l'ottava volta Mietta. Passi per Little Tony, che quest’anno festeggia i cinquant’anni di onorata carriera e – aggiungo – di vita ibernata, ma davvero Cutugno, Zarrillo e Mietta sono big della musica italiana contemporanea? Non giudico la professionalità degli artisti in questione, credo però che vada rispettata anche la “professionalità” degli ascoltatori, che hanno gusti, orientamenti, orecchie e cervello che contano. E che dovrebbero pesare nella scelta del menù. Altrimenti il Festival sarà sempre la solita minestra preparata per palati che non conosciamo, per gente che non mangia ma che stranamente paga il conto. E paga, paga.
sabato 5 gennaio 2008
Perdono benefico
Leggo la summa di diversi studi scientifici secondo i quali il perdono fa bene alla salute. Addirittura arrivare ad augurarsi il bene di chi ci ha fatto soffrire avrebbe effetti miracolosi su pressione, depressione e sarebbe un vero toccasana per tutto l’organismo. Soprattutto per chi se l’è fatta franca scampando a una meritata vendetta.
venerdì 4 gennaio 2008
Storie
Entusiasmo.
Vertigine.
Comunicatività.
Ritrosia.
Leggerezza.
Timore.
(sindrome di) Abbandono, bruttanatroccolite.
Depressione.
Ossessività compulsiva.
Ilarità.
Debolezza verso i vizi.
Attaccamento allo sport.
Senso di onnipotenza.
Debolezza.
Felicità.
Basta per farvi comprendere la potenza delle storie? Eppure il raccontare è un’emozione inferiore rispetto al leggere. Allora perché di storie non ce ne narriamo più? In una favola, in un racconto, in un’avventura impaginata c’è un tumulto di sentimenti e sensazioni unico, in alcuni casi indimenticabile.
Sarò scontato, ma vi chiedo una cosa.
Stasera togliete il televisore dalla vostra stanza da letto. Troverete il tempo per leggere di paesi lontani ed eroi vicini, per apprendere di vite dimenticate e per indossare eroici panni altrui. Riderete o vi commuoverete in complicità col vostro cuscino. Amerete il vostro partner con uno spunto in più, oppure finalmente lo odierete come merita. Troverete luccichii che non vi immaginavate e, una volta tanto, per sognare non vi toccherà necessariamente dormire.
C’è un mondo meraviglioso da sfogliare, senza la De Filippi o (dio mi perdoni) Michele Santoro.
Un mondo di vera finzione. Il più vero.
giovedì 3 gennaio 2008
Palermo, la mia città
Sono palermitano, nato e cresciuto a Palermo (con una lontanissima parentesi padovana) da genitori palermitani. Ho un legame forte con la mia città, non l’ho lasciata e non la lascio nonostante al nord abbia più di un interesse (lavorativo, culturale, persino sportivo...). Sono palermitano, ma non considero Palermo il fulcro del mio mondo né un crogiuolo di debolezze da esaltare. Va bene la salvaguardia dell’identità, ma farne una bandiera – specie se i colori non sono altro che chiazze di unto e spruzzi di ignoranza –, quello no.C’è, da qualche anno, una tendenza all’esaltazione del palermitanismo, del palermitanesimo, della palermitanitudine, intesi come sublimazione dei luoghi comuni, che non mi piace affatto. Parliamoci chiaro: l’elogio della panella (tipico cibo palermitano), la glorificazione del vicolo come specchio della realtà, l’amalgama di rutti e peti, l’uso del dialetto come slang di moda, mi hanno rotto le scatole. Eppure io mangio le panelle, adoro certi vicoli, parlo in dialetto e... tralascio il resto.
Palermo, come qualunque altra città con una fortissima identità storica, culturale e sociale, non può essere solo il suo passato (peraltro non troppo glorioso). E’ anche altro: cambiamento, multirazzialità, innovazione, trasversalità, contaminazione. Eppure sfoglio libri (che si vendono!) pieni di cumpà, comu si’?, chiddici?, bbuoano, e si affrettano verso una conclusione più che scontata. Leggo blog con opinionisti che fanno del pani ca mieusa un tema da sviluppare a puntate. Assisto a trasmissioni televisive che, pur di fare l’elogio di un provincialismo retrò e popolare, schierano ospiti che non conoscono i congiuntivi, ma che si professano sacerdoti della saggezza antica, quella del vicolo naturalmente.
A Palermo, la mia città, non c’è discorso più impopolare di questo. Puoi schierarti con la destra o con la sinistra, puoi pagare il pizzo o no, puoi rimpiangere la vecchia antimafia o celebrare il nuovo corso. Se tocchi la panella, i suoi profeti, il cumpà comu si’ o l’elogio del rutto, sei bell’e ammazzato. Con proiettili di crocché.
mercoledì 2 gennaio 2008
Questo blog
Rapido bilancio di un anno. Sorvolo sulle mie questioni personali, parliamo di voi. Il 2007 coincide con il primo anno di vita di questo blog, che non fa grandi numeri, ma nel suo piccolo...Ci siamo ritrovati su queste pagine in quasi diecimila utenti unici, per un totale di 28.000 visite. Ogni giorno avete dedicato in media tre minuti del vostro tempo a leggere i miei deliri (e quelli di altri complici). In 4.300 avete visitato il blog più di 200 volte. La maggior parte di voi si collega da Milano, segue Roma, Palermo è terza. Quelli che rimangono più a lungo sono di Catanzaro (con oltre cinque minuti di permanenza media), i più rapidi quelli di Catania (poco meno di un minuto e mezzo). Gli amici di Svizzera, Francia, Gran Bretagna e Spagna hanno prodotto 3.000 visite e hanno mostrato una sorprendente fedeltà. I post più letti, per uno scherzetto di google di cui abbiamo parlato, sono i culi dei vip e le mutande dei vip. Segue il mestiere di giornalista che ha ispirato una piccola campagna (la mafia ha rotto i coglioni) per la quale ringrazio i blogger citati nello spazio qui a destra.
Vi risparmio altri numeri perché già mi fuma il cervello. Però alcune righe vorrei aggiungerle.
Sono un chiacchierone, ma anche un timido: questo mezzo mi ha insegnato a condividere esperienze e opinioni, mooolto personali e se volete bizzarre, senza il vincolo terrorizzante del giudizio. Se anche mi avete scritto contestandomi o attaccando il mio punto di vista, sappiate che mi avete regalato un’emozione positiva. Quella che deriva dal confronto puro delle idee, dal quale, per indecifrabili addizioni (o sottrazioni) del destino, mi ero un po' estraniato.
Che sia un saluto, una filippica, una proposta, un gioco o una battuta, il vostro post è sempre, dico sempre, un trillo di vita. Reale anche se virtuale.
Grazie.
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