mercoledì 30 aprile 2008
martedì 29 aprile 2008
Il sindaco di tutti
A parte il “chi non salta comunista è!” canticchiato gioiosamente nel quartier generale di Alemanno, mi ha colpito ieri la seguente dichiarazione del neo sindaco di Roma: “Sarò il sindaco di tutti”.Ho un’età e per molto tempo mi sono occupato, per mestiere, di elezioni. Il sindaco di tutti... il presidente di tutti... un classico nel riciclaggio dei luoghi comuni. “Sarò il sindaco di tutti” è una frase che è cartina tornasole della coscienza civica offuscata e, al tempo stesso, indicatore del livello dell’olio della fantasia.
Esiste un sindaco di alcuni? C’è una carica elettiva e istituzionale che preveda una franchigia di servizio? L’intorpidimento mentale avvolge – ed è questo il dramma – non solo chi stupidamente pronuncia ancora questa frase, ma chi la diffonde, chi la amplifica, chi ne fa resoconto, titolo. Una frase che non significa niente al pari di: “Sarò un sindaco bipede”; oppure “Sarò un sindaco che respira” (anche se questa potrebbe nascondere una notizia); o, udite udite, “Sarò un sindaco onesto” (altra notizia, azz!). Ok, basta esempi.
Comunque, sfogliate i giornali e ditemi se trovate una sola voce critica contro una simile insensatezza. Dovremmo cominciare a pensare che buon governo e buona creanza non hanno in comune solo un aggettivo.
lunedì 28 aprile 2008
Calderoli
Le cronache politiche riferiscono di una cordiale resa dei conti tra Berlusconi e Bossi per la spartizione dei posti a sedere, tra poltrone e seggiole, in vista del varo del nuovo governo.C’è un nome che torna, rimbalza e lascia un alone di unto sulle pagine dei giornali: Calderoli.
Per questo illuminato esponente politico padano la Lega avrebbe voluto il posto di vicepremier, ma l’accordo tra Be&Bo ha escluso questa possibilità.
Fermiamoci qui: il destino politico di un Paese prevede che si debba discutere del ruolo di Calderoli e che si debbano mobilitare fior di commentatori per sviscerare ragioni, retroscena, alternative.
Per capire di chi stiamo parlando e a che livello ci siamo arenati, bastano alcune dichiarazioni storiche di questo signore. Eccole.
Sui gay. “La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni... Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”.
Dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 2006. “È una vittoria dell'identità italiana, di una squadra (...) che ha battuto una squadra, la Francia, che, per ottenere dei risultati, ha sacrificato la sua identità schierando negri, musulmani e comunisti”.
Il caso Napoli. “La fogna va bonificata e visto che Napoli oggi è diventata una fogna bisogna eliminare tutti i topi, con qualsiasi strumento, e non solo fingere di farlo perché magari anche i topi votano”.
Extracomunitari /1. “Che tornino nel deserto a parlare con i cammelli o nella giungla con le scimmie, ma a casa nostra si fa come si dice a casa nostra!”.
Extracomunitari/2. “Dare il voto agli extracomunitari non mi sembra il caso, un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi, dai”.
Extracomunitari/3. “Con una salva di dietro e una davanti, le navi dei clandestini non partirebbero più!”.
Unione europea. “Andremo a Bruxelles noi padani, porteremo un po' di saggezza della croce a quel popolo di pedofili”.
venerdì 25 aprile 2008
Elogio della pralina
di VerbenaSarà stata colpa del film con la Binoche e Jonnhy Depp, e di quei fiumi di crema scura che scivolavano dappertutto.
Solo che io il cioccolato lo adoro davvero e, quel che è peggio, lo divoro.
Di più: lo sogno, lo studio, lo cucino. Anzi, lo modello.
Perché, diciamolo chiaramente, esiste forse un piacere dei sensi più forte che manipolare una materia tiepida e burrosa, mescolarla ad aromi, congiungerla ad altre identità nobili (le nocciole, i chicchi di caffè, la frutta secca, la frutta fresca) sentirne gli effluvi intensi ma mai troppo dolciastri, e poi affidarla alla saggezza dello stampo o all’improvvisazione delle dita?
Sì, esiste, so a cosa state pensando. Ma il distacco tra i due brividi è breve, molto breve. Almeno per me.
Sappiate pure che v’è una corrispondenza sottile tra la nostra vita e quella di una pralina.
Non ridete. Sto per rivelarvi un segreto.
Prendete il tartufo. E’ un cioccolatino facile ma di classe. Ha un cuore morbido che richiama una nota di rhum (fragile, mai impertinente, se fosse musica un si bemolle) su una base di cioccolato nero, il più nero che si può. I francesi la chiamano ganache. La copertura invece è decisa: fondente, croccante. Importantissimo che crocchi, altrimenti significa che il cioccolato non è stato ben temperato, ossia non lavorato alla giusta temperatura. E questo ucciderebbe il tartufo. Sarebbe come commettere un peccato grave a cui, ahimè, siamo oramai abituati: la pigrizia, l’accidiosa abitudine alle vie brevi, agli odiosi quattro salti in padella, alle discussioni via sms, al sesso veloce e sfuggente.
E’ la dedizione, il segreto: più la copertura si lavora, con la lama, sulla base di marmo, ai gradi giusti, più il guscio risulterà vigoroso, degno custode di un ripieno saporito. Solidità e tenerezza, disciplina e riposo.
Poi c’è il Boero. Pensate sia impossibile farlo in casa? Sorrido, superba. Perché si può. Basta scegliere bene liquore e amarena, con la stessa saggezza di una paziente massaia. I Boero riempiono la bocca e ti lasciano appena la voglia di un altro Boero. Ma poi di null’altro, soprattutto, di nessun’ altra pralina. E’ il senso di soddisfazione e di sazietà che la vita ancora ci sa offrire alla fine di una giornata in cui si è goduto, sofferto, gridato, sospirato e consegnato se stessi al tempo sbruffone che passa.
Infine, il classico, intramontabile quadrato. Un pezzo di tavoletta, senza tanti fronzoli.
Profumo, lucentezza, morso, crac, croc. E poi scioglievolezza, e poi saliva nera, grumo di piacere, deglutizione, sorriso. Ritorno alla materia tiepida e burrosa dell’inizio.
Perché polvere eri e polvere tornerai.
Cameriere, cioccolato per tutti. Offre Verbena.
soundtrack
giovedì 24 aprile 2008
Palermo in tasca
Ieri mi sono imbattuto in un giornaletto che si propone come “mensile gratuito di informazione annunci cultura svago e società”. E’ un prodotto editoriale della mia città: si chiama “Palermo in... tasca”. L’ho sfogliato e ho scoperto alcune cose.Primo. Il direttore editoriale, tale Giuseppe Amato, è anche responsabile del progetto grafico, “direttore fotografia” (come al cinema), nonché autore del novanta per cento degli articoli.
Secondo. Il suddetto (giornalista?) ha una particolare simpatia per le virgole, che infatti vengono utilizzate in abbondanza per ogni occasione: virgole di sospensione, virgole di riempitivo, virgole d’umore.
Terzo. I punti sono in ribasso.
Quarto. La differenza che passa tra un resoconto giornalistico e un redazionale pubblicitario è inesistente: gli strafalcioni sono democraticamente ripartiti.
Quinto. La carta inutilmente imbrattata non è solo quella dei manifesti elettorali. Questo mensile – afferma il direttore-grafico-cineasta – è stampato in ventimila copie.
Sesto. L’ordine dei giornalisti non ha più motivo di esistere.
Settimo. Le nozioni elementari di grammatica e ortografia non servono per imbastire un progetto editoriale.
Non voglio accanirmi contro persone che non conosco, però ritengo che la parola stampata su un simulacro di giornale/periodico debba sempre essere difesa. L’ignoranza, specie se in presenza di un direttore-grafico-cineasta, va combattuta con tre sole parole: tornare a scuola.
Prima di Palermo in... tasca serve un' autentica licenza media in... tasca.
mercoledì 23 aprile 2008
Catene e palle
Il governo dà 300 milioni ad Alitalia, società per azioni quotata in borsa. Ho già espresso il mio parere critico nei confronti del salvagente di Stato lanciato a un’azienda mentre le altre, che pure hanno pari dignità, possono fallire serenamente. Nel mercato contano le spalle e, perdonatemi, le palle. Se mancano le une e le altre non si possono cambiare le regole del gioco. Non si può far finta di niente: partita patta, si ricomincia.Ho ancora nelle orecchie le parole di un matematico del Crn che qualche mese fa mi spiegò: “C’è una regola nella finanza. Quando un investimento va in crisi, gli stessi investitori possono decidere di investire ancora capitale. Insomma, per diminuire le perdite questi signori investono per autosostenere il sistema, pompano dentro capitale”.
Lo scienziato in questione parlava delle catene di Sant’Antonio.
Chiaro, no?
martedì 22 aprile 2008
Una ronda non fa primavera
I cittadini, insomma, scendono in campo: come il loro premier.
Una ronda non fa primavera, due, tre... fanno inverno, gelo, buio, paura.
Non si può dire che non c’era da aspettarselo.
lunedì 21 aprile 2008
Un Raskolnikov senza palle
“Ma come ebbe mosso quello straccio, improvvisamente da sotto il pellicciotto scivolò fuori un orologio d’oro. Rovesciò subito tutto quanto. Effettivamente agli stracci erano mescolati degli oggetti d’oro (…) braccialetti, catenine, orecchini, spille e simili. Alcuni erano contenuti in astucci, altri semplicemente avvolti in carta da giornale (…) in fogli doppi, legati con cordoncini. Senza perdere tempo se ne riempì le tasche dei pantaloni e del soprabito (…) a un tratto sentì che nella stanza dell’anziana qualcuno stava camminando (…) scattò in piedi, afferrò la scure e corse fuori dalla camera da letto”.
Stacco.
“Nascondeva circa 100mila euro in un vano della stufa l'anziana strangolata in casa in via della Moschea a Roma e trovata morta sabato pomeriggio. I carabinieri durante un sopralluogo hanno trovato nell'abitazione popolare di Emilia Stoppioni denaro contante (circa 10mila euro), buoni postali e libretti di risparmio. È quindi probabile che chi l'ha uccisa sapesse dell'esistenza di questi soldi”.
Il primo brano l’ho preso dal romanzo forse più noto di Fëdor Dostoevskij, Delitto e Castigo. Dell’anno 1866.
Il secondo da un articolo del Corriere della Sera online.
Di ieri.
Ho una madre anziana che vive da sola – senza stufa né contanti in casa, sia chiaro – e ogni volta che leggo una notizia così faccio un elenco mentale dei buoni motivi per conservare amore verso il prossimo, e scriverne. Non lesino sui punti interrogativi.
Notizie del genere mi ricordano che anche il più pessimista degli scrittori ha un animo generoso, così largo e ricco di doni che potrebbe pranzarci dentro tutta l’umanità. Dostoevskij aveva pietà dello studente assassino Raskolnikov. Gli attribuiva pensiero e tormento, ne metteva a nudo grovigli di contraddizioni, ne rivendicava la disperata ricerca di un perché.
Io ho un animo più asfittico.
Al vigliacco che ha ucciso la signora Emilia Stoppioni, ottantuno anni – l’ultima delle vittime facili di un’Italia che si preannuncia sempre più difficile – non attribuisco nulla, nemmeno il pregio dell’originalità. Ha ammazzato e frugato in un piccolo mondo senza difese ignorando che Raskolnikov era stato lì prima di lui, molto tempo prima. Quanto mi piacerebbe dirglielo. Me lo immagino il senza palle: Che? Raskolni-chi?
Quando si sostiene che in Italia si legge poco, e male, e se anche fosse il contrario non servirebbe a un cavolo di niente. Dopotutto.
sabato 19 aprile 2008
In barca o a nuoto?
Sono, se così si può dire, un “appuntista”. Conservo, da sempre, ritagli, fogli dattiloscritti, mail. E’ una mania molto diffusa tra chi vive (e campa) di parole. Se qualche volta non accumulo carta o simulacri di carta scritta è cattivo segno: vuol dire che è un pessimo periodo.Spesso ripesco vecchi appunti e ne traggo gioia persino quando mi raccontano storie dolorose (mie, di altri, o di nessuno cioè inventate). C’è, in questo bagno di memoria, tutto fuorché nostalgia: del resto come si potrebbe mai provare nostalgia per qualcosa che bello/buono non è?
C’è un elisir consolatorio, c’è un “nonostante tutto siamo ancora qua”, c’è un fatalismo che – a mio parere – divide gli esseri umani in due categorie: quelli che stanno sulla barca e quelli che nuotano.
I primi remano, alternando pause, e pensano all’approdo: per loro l’acqua passata è quella che si sono lasciati dietro, lungo la schiuma dell’imbarcazione.
Gli altri sono talmente dentro le loro braccia da non temere l’orizzonte: per loro l’acqua passata è la stessa che li sostiene, li tiene a galla ed è strumento inerte per la loro propulsione.
I primi saranno stanchi – certo - a un certo punto del tragitto, ma potranno riposarsi e magari fare scelte di comodo: una corrente favorevole, un pisolino per via del mare calmo. Guarderanno solo al futuro di un porto tranquillo. E magari a una trattoria nota, in cui festeggiare la fine della traversata.
Gli altri si troveranno con la fatica nei muscoli quando la terra è ancora lontana e camperanno del proprio entusiasmo perché non è il porto che sognano, ma la sopravvivenza nel senso più alto di “vivere sopra”. Nei momenti difficili rivedranno, bracciata dopo bracciata, momenti più difficili, magari asciutti, e godranno della capacità di essere lì, sopravvissuti a combattere per un’altra prova difficile.
Provate a fare questo gioco, guardandovi indietro: voi a che categoria appartenete?
venerdì 18 aprile 2008
Uccidere con grazia
La mia amica Mara, dalla Francia, mi sottopone con indignazione la seguente notizia: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che le iniezioni letali non violano la Costituzione. Il busillis - in un ambito così ignobile, come ignobile è la pena di morte - sta nella quota di sofferenza che la morte di Stato impone: deve essere quel tanto che basta per uccidere senza urla, dolore, casino insomma.E' curiosa questa cura istituzionale del dettaglio, questa attenzione tutta americana, diciamolo: la morte, seppur inflitta contronatura a uno che che non ha la minima voglia di accettarla, può essere giusta, confortevole, civile.
Ci sbracciamo per protestare contro un altro colosso di civiltà, la Cina, che si spinge a presentare il conto delle spese dell'esecuzione ai parenti dei condannati (del resto le pallottole costano, che ci vogliamo fare...). E dimentichiamo - a mio modesto parere - che la graduatoria dell'etica e della decenza riguarda persino quegli Stati che fanno dei diritti umani carta straccia. I cinesi se ne fottono altamente e brandiscono la loro autosufficienza come un credo blindato. Gli americani pretendono di esportare il loro modello di civiltà e brandiscono la loro faccia tosta come un credo bellico. Uccidono, insomma, ma con grazia.
giovedì 17 aprile 2008
Trilogia del sesso perduto/3
di Verbena
Milko prende il sole con oculatezza. Dice che potrebbe rovinargli la pelle e per questo usa una cremina for men filtro quindici, ogni giorno. Milko veste solo camicie sagomate, stile Seventy, si depila il torace e adora indossare i braccialetti. Non è forse un maestro di stile, ma è decisamente un gran bell’uomo. Ha pure una moglie attraente e al suo passaggio le ragazzine si voltano a guardarlo. Sembra un tronista. Solo, meno abbronzato.Milko fa un lavoro serio, che richiede prestanza fisica. E per via del mio, di lavoro, mi tocca stargli accanto per molte ore al giorno. Tra noi non c’è mai stato un feeling particolare. In quattro anni che ci conosciamo mai una chiacchierata vera, solo due battute, ogni tanto.
Meno di un mese fa, riaccompagnandomi in auto al parcheggio, Milko mi ha esposto la tesi del “trombamico” invitandomi a metterla in pratica. Con lui.
Funziona così: se dovessi avere voglia di fare sesso disimpegnato, gioioso, discreto e di ottimo livello, non mi resterebbe che chiamarlo. Milko sostiene di essere stato, e di essere ancora, il rifugio di parecchie amiche, anche di amiche della moglie. Anche la moglie, a sua volta, era una sua “trombamica”, poi trasformatasi in altro, per via del destino cinico e baro.
Della teoria del “trombamico” – che circola anche sul web- secondo Milko, esistono due varianti di base: quella che prevede un’attività coordinata e continuativa, gestita tramite sms, e quella saltuaria, occasionale, ma altrettanto soddisfacente.
Parlava e parlava Milko (io stavo seduta nel sedile posteriore dell’auto), e descriveva certe sue performance consumate in camere ad ore, studiava le mie reazioni sbirciando dallo specchietto.
Io ascoltavo con piglio interessato, come quando memorizzo per bene le prescrizioni del ginecologo. Così lui ha continuato, spiegando che mi potevo anche rifiutare, lì per lì, ma che l’offerta era da considerarsi a lungo termine. “Considerala valida, anche per molto tempo se ritieni. Pure se non ci dovessimo vedere per anni. Se avrai bisogno di un trombamico, io sarò lì”.
Silenziosa pausa di riflessione, sua.
“Devi solo fare una piccola verifica, se però passa troppo tempo…”, aggiunge.
A questo punto si fa serio, un po’ imbarazzato. Sono troppo curiosa, rompo il silenzio.
“E quale sarebbe, di grazia?”, gli chiedo.
“E’ semplice”, si rianima lui, finalmente certo di essere stato seguito e compreso, nonostante il soliloquio dell’ultimo quarto d’ora.
“Basta che ti guardi allo specchio. Se tutto sarà come adesso, dalla testa in giù, allora l’offerta sarà sempre valida”.
Altra pausa. Altra frase impacciata, espressione quasi drammatica sul viso ben idratato: “Sai, la carne flaccida, non mi piace”.
Su “carne flaccida” non ho retto. E ho reagito come sempre in questi casi: con una risata crassa, dirompente, persino mascolina, che Milko deve avere interpretato a modo suo. Così ha fatto di più. A qualche metro di distanza dal parcheggio ha rallentato. “Facciamo un gioco”, mi dice, mentre mi mostra un sorriso a trentadue denti, bianchissimo. “Adesso scendi, ma poco prima di chiudere la portiera mi guardi negli occhi e mi fai un cenno con la testa: un si, o un no”.
Esco dall’auto lentamente. Giù la prima gamba, giù la seconda, sorrido, lo guardo, e faccio oscillare la mia testolina da destra verso sinistra. Poi da sinistra verso destra.
“E perché?”, mi fa lui, deluso.
“La cellulite ha già fatto il suo corso”, rispondo io, becera.
Mi volto e ancheggio con maestria. Perché so che lui sta guardando. Proprio lì.
(soundtrack)
mercoledì 16 aprile 2008
Divieto di autostop
Dopo il diluvio di post di ieri (grazie a tutti!!!) cercherò di essere breve.Accantoniamo il bipolarismo, il voto utile, il modello tedesco, le caramelle di carruba e i leghismi di destra e sinistra (sì, c’è una lega annunciata persino da Casarini). Guardiamoci intorno e stiamo alla cronaca: vediamo un Paese allo stremo che non conosce più competitività, ci sono vertenze drammatiche a ogni angolo di impresa, si respira sfiducia, esplodono conflitti sociali sempre più duri.
Ciò serve è un autista sobrio, che sappia guidare con prudenza un pullman scassato con sessanta milioni di persone dentro.
E’ chiaro che, date la difficoltà e la lunghezza del percorso, questo signore non potrà fare tutto da solo. Dovrà quindi fidarsi di altri autisti che non facciano minchiate. E soprattutto dovrà rispettare i sensi unici, le corsie d’emergenza, i semafori, eccetera.
L’idea di un viaggio del genere non mi atterrisce solo se mi costringo a non pensare alle persone che si alterneranno alla guida del pullman. Un po’ come capita quando prendo l’aereo: se il pilota ha una faccia che non mi piace faccio un viaggio di merda, quindi non guardo mai chi sta ai comandi.
Purtroppo siamo appiedati e non c’è altro mezzo per muoversi. Anche perchè è probabile che proibiscano per decreto l’autostop.
martedì 15 aprile 2008
Le voci del web
Ecco, come annunciato, il parere sulle elezioni di una pattuglia scelta di blogger. Buona lettura.Cose loro (in salsa verde)
di Fuoritempo
MAFIOPOLI. Netta affermazione elettorale per il Partito della Libertà Vigilata e per i suoi alleati da riporto. Alta la percentuale di affiliati al voto, poche le lupare bianche, praticamente assenti quelle contestate. Hanno votato regolarmente anche le famigghie residenti all’estero.
Orgogliosi i figli di primo e secondo letto del nuovo premier: “Nostro padre? Un eroe!”
La musica giusta
di Nicolò La Rocca
La Russa dice a Storace: tu pensi che la Destra possa essere solo il tuo 0,8 %? No, è al 10 % ed è tutta dentro il PDL. Ecco, l'ha detto lui. Io mi sto attrezzando. Ho cominciato a scaricare musica adeguata: Sandro Giacobbe, Gigi D'Alessio, Drupi. Per non sentirmi diverso. Una volta avrei detto Baglioni. Oggi le cose sono quelle che sono e si deve arrivare fino a Gigi D'Alessio.
La verità non è mai esistita. Adesso è scomparsa perfino la realtà: Schifani ha detto che gli italiani hanno premiato la novità.
Un commentatore, un politico di destra, ha detto che finalmente si è creato un clima di "garbo". Emilo Fede ha ricordato che la sinistra voleva eliminare la Pattuglia acrobatica. Non era garbata, come scelta.
Mario Giordano dice che gli intellettuali sono lontani dalla pancia del Paese. Le donne del PDL sono tutte carine e ben vestite. E scommetto che hanno tutte il pancino sodo. Così garbate, così nuove, odorano di formalina. Il garbo delle pance fatte di formalina e la novità della Pattuglia acrobatica.
Le uniche cose sensate le ha dette Salvatore Borsellino: ci ha ricordato che non bisognava legittimare Berlusconi. È stato il più grande errore. E invece con garbo e sguazzando nella formalina gli italiani si sono convinti definitivamente che sia veramente uno statista. Del resto con Gigi D'Alessio nelle cuffie è facile pensarlo.
R.S.V.P.
di Salvo Toscano
1. Politica e tempo libero
Per Bertinotti è un trionfo, direi. Se, come pare, la Sinistra Arcobaleno resterà addirittura fuori dal Parlamento, MarcoRizzo, Pecoraio Ascanio e soci avranno un sacco di tempo in più per andare ai cortei (anche se non più contro il proprio governo, ma non si può avere tutto dalla vita).
2. Riposizionamenti
Il sottoscritto apre il tesseramento alla sezione Gianfranco Miglio di Palermo. E' gradita la camica verde.
Walter, campagna mogia
di Tony Siino
Mogia, come lo slogan ri-scaldato di Obama; così è stata la campagna di Walter Veltroni. Impossibile per lui battere Berlusconi, premier dalle tante ombre ma grande comunicatore e, tutto sommato, più propositivo e "vincente". La vittoria è netta e la notte di incubi di due anni fa si è trasformata in crudissima realtà per gli elettori di sinistra. Vedo nell'esclusione della sinistra estrema un pericolo poiché l'assenza di rappresentanza potrebbe lasciare spazio ai violenti presenti in quell'area.
In Sicilia Palermo è destinata a declinare, con un asse di potere e di investimenti che si sposta verso la Sicilia orientale. Avrei preferito un presidente più giovane e meno legato a logiche democristiane, vedremo che cosa saprà fare.
Offro ospitalità
di Lesandro
Tornata elettorale da paura, non c'è che dire. Nel senso che gli italiani tutti hanno avuto paura. Se la sono fatta sotto. Hanno avuto paura i sostenitori del non voto, a giudicare dall'affluenza registrata. Ma anche chi era per il voto ha avuto paura. Paura del 'voto inutile', nuova icona della politica italiana e di questo sistema elettorale bacato. Risultato: la sinistra italiana non esiste più. La destra sociale nemmeno. Per i prossimi cinque anni, Berlusconi e Bossi potranno fare a pezzi il paese in tutta tranquillità, benedetti dal papa, dagli italiani nonchè, ovviamente, da Veltroni. Dunque, vediamo. Io a casa mia posso ospitare altre tre persone. Quattro se ci stringiamo un po' come fanno gli extracomunitari in Italia. Chi di voi decidesse di emigrare, mi contatti pure. E non dimenticate la carte da poker, chè noi italiani siamo bravissimi a mettercelo nel culo a vicenda, è il nostro sport preferito.
Blade Silvio -Tempio di Arcore 2018
di Salvatore Mangione
Un fedele servitore fa da cicerone a dei turisti venuti da ogni parte del pianeta terra:
"Io ne ho viste cose che voi stranieri non potreste immaginarvi. Coalizioni da combattimento in fiamme al largo delle sezioni di partito. E ho visto i raggi Mediaset balenare nel buio vicino alle porte delle case degli italiani. E tutti quei... momenti andranno perduti... nel tempo... come... champagne... nella Milano da bere. È tempo di sparire... adesso consigli per gli acquisti".
(L'elaborazione grafica è sua. g.p.)
Buonanotte Italia
di Lawrence d'Arabia
Buonanotte Italia! Tra le televisioni di Berlusconi, il fascismo di Fini e della Mussolini, i conclamati legami mafiosi di Lombardo ed i fucili di Bossi, possiamo dormire sonni tranquilli.
D'altronde, com'è giusto che sia in ogni regime democratico i rappresentanti politici sono lo specchio del Paese. Nel nostro caso sono la caricatura di un paesello sempre più egoista e superficiale che tuttavia, per fortuna, ogni tanto sa offrire anche insperati spunti di brillantezza. E dunque, dall'altra parte, resta la speranza che il centrodestra, qualcosa di buono possa farla: Renato Brunetta, Franco Frattini e Gianni Letta non saranno apprezzabili, ma almeno hanno solide ed indiscutibili competenze. Tuttavia, al pensiero di La Russa ministro della difesa, Calderoli della giustizia e Maroni del nord-est, ci si accappona la pelle. Vedremo mai l'alba?
La terra dei cachi
di BitLit
Andrés Ortega è un giornalista di El Pais che ha scritto molti saggi sull'integrazione europea. E’ lui che firma l’apertura del quotidiano spagnolo on line. Titolo: “Come è possibile?”
Scrive che siamo di fronte alla “corrupción personificada en el corazón del estrado” e descrive il nuovo capo del Governo come un “personaje muy vulgar “. Il New York Times ci dipinge pessimisti, Le Monde immagina che Berlusconi possa essere costretto ad allearsi con Veltroni per rimediare un eventuale “buco” al Senato. Ma non ci crede poi così tanto. Ci vedono malati, allucinati, ignoranti.
Potrei scrivere a questi editorialisti. E raccontare che a Catania c’è un paesino di 3.300 abitanti che si chiama San Cono. E’ l’unico comune che ha votato compatto per il Pd, almeno alle nazionali. E’ la patria dei fichidindia. Un amico mi ha inviato un sms: “Chiediamo asilo politico a questo sindaco”. E io gli ho risposto: “Macché! Ti sei scordato che viviamo nella terra dei cachi?”.
Il gabbiano
di Antonio Consoli
In tre, quattro righe non è facile condensare la giornata odierna. E infatti non ci riuscirò. L’esito elettorale odierno era largamente atteso da mesi. Nessuno stupore, né a livello nazionale, né a livello siciliano. Per un Berlusconi che adesso dovrà dare il braccetto a Bossi (oltre che un ministero, indicato sarebbe quello delle riforme), resta a noi siciliani un leader del centro-sinistra, Anna Finocchiaro, che andrà a rappresentare l’Emilia al Senato. Il PD siciliano potrà così tornare nelle sue stanze, al riparo da un popolo che da tempo non capisce, mentre Raffaele Lombardo (vecchia volpe democristiana) pregusta già la pioggia di miliardi proveniente dall’Unione Europea, tenacemente aggrappato alle preziose agende (sue e dei suoi collaboratori) che da anni riempie di nomi, cognomi e indirizzi. Nomi, cognomi e indirizzi di gente che in questo fine settimana è andata disciplinatamente a votare un simbolo con un gabbiano e un progetto non meglio specificato, se non per quella storia del ponte e dei presunti benefici di un’autonomia di stampo… siciliano.
Forse domani
di Nerone
Noi, gente di sinistra, abbiamo ucciso la sinistra. Io stesso, in prima persona.
Nel giro di poche ore, sono scomparse dal Parlamento della Repubblica, le forze che più esplicitamente e senza rimorsi o pudori si riconducevano alle tradizioni progressiste che hanno fatto la Resistenza, scritto la Costituzione e portato l'Italia a quelle poche conquiste sociali e civili che hanno mantenuto in piedi il tessuto sociale democratico italiano. Oggi si è fatta la storia.
Non pensavo di poter arrivare alle lacrime. Sapevo che avrebbe vinto Berlusconi. Sapevo che il mio scettico e non-ideologico voto al Partito Democratico era quasi un gesto scaramantico.
Quello che non pensavo, che non mi sarebbe mai neppure passato per l'anticamera del cervello, è che il voto dei cittadini, ed anche il mio personale, avrebbe portato al dissolvimento di 90 anni di storia.
Dirigenti onesti della Sinistra, perdonateci. Volevamo solo sbarazzarci di Berlusconi. Non volevo uccidervi.
Potrei arrabbiarmi con il popolo italiano, che dimostra per l'ennesima volta di che pasta è fatto. E' fatto di quella pasta generalmente marrone che tutti noi quotidianamente produciamo.
Ma sono troppo amareggiato.
L'Italia è persa. Vi vedo qualcosa di irrimediabile, nella sconfitta di oggi. Mi sembra di essere ad un punto di non ritorno. Come se una stagione si fosse proprio chiusa.
Come se il tessuto sano del corpo Italia sia stato definitivamente eroso da un melanoma incurabile, al punto che non resta altro da fare che pregare, o staccare la spina.
Vorrei essere più politologico in quello che scrivo. Parlare di come sia possibile ora, superare lo shock e tornare a lavorare per un futuro migliore. Sono convinto che un modo c'è. E' questo che fa di me un ragazzo di Sinistra.
Ma in questo momento non me la sento proprio. Non riesco.
Forse domani.
La casta dei crasti
di Carmelo Di Gesaro
Si parlava di un’Italia nuova pronta a cambiare, niente più poveri, via alle coppie di fatto e un ritorno anacronistico ai falsi moralisti della legge 194. Secondo me, non cambierà nulla, la casta dei crasti continuerà ad arricchirsi, Bertinotti finalmente potrà tornare a fare opposizione essendo veramente fuori dal governo, Ferrara tornerà a mangiare senza bavaglio e la Santanché tornerà a farla ciarare a Fini e Berlusconi. Insomma, rialzati Italia, si può fare, io ci credo.
lunedì 14 aprile 2008
Proseguiamo qua
Ci siamo
Ci siamo. Dopo la chiusura dei seggi ci siederemo nel nostro salottino virtuale e, con un occhio alla tv, commenteremo l'esito di questa determinante tornata elettorale. Sono molto contento per le adesioni a questa improvvisata tribuna politica. Mi raccomando, mettetevi comodi. E magari dividiamoci i ruoli: uno segue Vespa, uno Fede, uno Mentana, uno la più sgangherata delle tv locali, uno Sex Channel, eccetera.A tarda notte infine un post con i mini editoriali di un gruppo di blogger scelti e sufficientemente arditi.
Elaborazione grafica di Salvatore Mangione
domenica 13 aprile 2008
Domani sera tv, computer e...
Avviso ai naviganti. Domani pomeriggio, a urne chiuse, questo blog aprirà una finestra sul voto con spunti, riflessioni e, ovviamente, cazzeggiamenti. Il mio consiglio è questo: armatevi di tv (o radio) e computer. Commenteremo insieme risultati, trasmissioni televisive e retroscena fino a tarda notte. Poi, a conclusione, ci saranno le opinioni di alcuni tra i blogger più originali che conosco.Insomma, non prendete impegni e soprattutto fate scorta di caffè e pazienza. Sono certo che ci faremo quattro risate, comunque vada.
sabato 12 aprile 2008
Al voto, al voto!
Siamo al voto. Questa, dopo qualche decennio, è la prima tornata elettorale che seguo con distacco professionale, ma non senza apprensione per il destino del nostro Paese. Mi permetto quindi di rendere pubblico il mio promemoria personale.- Niente voto ai pregiudicati.
- Ai miracoli si assiste, senza annunci.
- Si vota una persona, non un padrone.
- Stare lontani da chi promette l'uso di armi (da fuoco, nello specifico).
- La fede non riguarda cariche elettive.
- Gli amici sono importanti nella vita. Gli amici degli amici, no.
- Un "voto in cambio di..." per maleficio si trasforma in un voto di scambio.
- Le tasse sono una delle famose certezze della vita.
- La nonviolenza ha reso eterni i suoi profeti.
- La tolleranza è un valore anche quando non è accompagnata dalla parola "zero".
venerdì 11 aprile 2008
Professione reporter (in ufficio)
Ma addetto stampa si nasce o si diventa? E se si diventa… perché? Parliamone. Poco, ma parliamone di questo giornalista ibrido, di questo ministro senza portafoglio dell’informazione settoriale. Di questa figura a metà, bistrattata anche dai collaboratori delle più sperdute province, ma invidiata da tutti i componenti del suo ufficio perché al mattino “si legge i giornali”.
Restringiamo il campo. Parliamo della giornalista che di solito fa parte di un ufficio stampa composto da una sola persona: lei. Lei che può appartenere a due specie: con figli e senza figli.
Se la prole è composta da più unità e non può permettersi una governante, Lei si alzerà ogni mattina alle sei e farà una cosa per sé: si laverà. Esagerando si farà anche lo shampoo. Ma non tutti i giorni. Sarà il rumore del phon a svegliare il primo figlio. Quello più piccolo. E con i capelli umidi e gli occhi gonfi di sonno, l’addetta stampa–mamma, sosia della genitrice di E.T., preparerà il latte. Mentre il marito dorme, angelico, l’altro figlio, il più grande, si sveglierà. Lei, per non fargli venire i complessi di inferiorità, dovrà abbracciarlo e farlo sentire importante. Con i capelli umidi e il più piccolo in braccio preparerà la colazione. Mentre il marito dorme. Alle otto meno un quarto uscirà da casa. Con i capelli tesi e umidi. Lascerà il grande a scuola, il più piccolo dalla nonna. E poi, nei dieci minuti che le restano prima di andare al lavoro farà la seconda e ultima cosa per sé, in macchina: si truccherà. Perché Lei è la donna immagine del suo ufficio e non può presentarsi con dei crateri color amaranto sotto gli occhi.
Sorride. Entra in ufficio e sorride. Sorride quando alcuni colleghi le dicono: “Dottoressa oggi non ci siamo sui giornali, ahhhh!”. E l’addetta stampa-mamma con due figli e un marito che dorme beato, che fa? Sorride.
Se quel giorno è masochista, canticchia. Scava nel profondo del suo essere un ricordo, anche lontano, di una bella giornata passata chissà quando e chissà dove. E sorride. Poi legge i giornali: almeno sei quotidiani: locali e nazionali. Perché dev’essere sempre pronta. Per il suo datore di lavoro, che - come disse qualcuno in un film - pur di essere ogni giorno sui giornali, si farebbe chiamare oroscopo, deve sapere tutto. Sorridendo fa una delle cose che inorgoglisce il genere umano (addette stampa e non): le fotocopie. Che fin quando si tratta di fotocopiare un articolo che entra in un foglio A4 va bene. Ma fotocopiare, e riuscirci, un colonnino di destra de “la Repubblica” è un miracolo.
Subito dopo, ecco che arriva il datore di lavoro che le chiede un comunicato stampa su una notizia fondamentale. E lei lo sa che si tratta di comunicato che ha bisogno di una telefonata in redazione. A volte una chiamata giusta, alla persona giusta, che è in un momento giusto, è una ricompensa che rasenta la felicità. Perché Lei lo sa che c’è sempre un collega in ufficio, giornalista “nell’anima” che ha un amico, o un cugino, o un cugino dell’amico che può farlo pubblicare, quel comunicato. Mentre uno si chiede perché continua a fare l’addetto stampa ci sono almeno 50 persone che vorrebbero farlo. Così si telefona al giornale e si cerca il capo. Ma il capo non c’è. E se non c’è il capo, c’è magari un vice capo che quel giorno è particolarmente stanco. Dall’altra parte del telefono c’è sempre un giornalista che sta pensando di trasferirsi in Giamaica. Non ti ascolta e non ti sbatte il telefono in faccia per educazione e cortesia. Dapprima è un dubbio, poi diventa un’angoscia, infine una nevrosi: lo pubblicheranno il comunicato? Perché un addetto stampa lo sa: nonostante le mille assicurazioni, la telefonata, l’agenzia, la pubblicazione è certa solo quando la vedi.
E per quanto intero il comunicato uscirà, per quanto Lei sappia che è stato uno sforzo immane farlo pubblicare, ci sarà chi le farà notare che: a) Poteva andare d’apertura; b) E’ uscito su poche righe; c) Hanno cambiato il titolo; d) Hanno sbagliato un nome.
Le addette stampa senza figli poi si sposano e diventano come le prime (se fanno figli). Uguali.
Restringiamo il campo. Parliamo della giornalista che di solito fa parte di un ufficio stampa composto da una sola persona: lei. Lei che può appartenere a due specie: con figli e senza figli.
Se la prole è composta da più unità e non può permettersi una governante, Lei si alzerà ogni mattina alle sei e farà una cosa per sé: si laverà. Esagerando si farà anche lo shampoo. Ma non tutti i giorni. Sarà il rumore del phon a svegliare il primo figlio. Quello più piccolo. E con i capelli umidi e gli occhi gonfi di sonno, l’addetta stampa–mamma, sosia della genitrice di E.T., preparerà il latte. Mentre il marito dorme, angelico, l’altro figlio, il più grande, si sveglierà. Lei, per non fargli venire i complessi di inferiorità, dovrà abbracciarlo e farlo sentire importante. Con i capelli umidi e il più piccolo in braccio preparerà la colazione. Mentre il marito dorme. Alle otto meno un quarto uscirà da casa. Con i capelli tesi e umidi. Lascerà il grande a scuola, il più piccolo dalla nonna. E poi, nei dieci minuti che le restano prima di andare al lavoro farà la seconda e ultima cosa per sé, in macchina: si truccherà. Perché Lei è la donna immagine del suo ufficio e non può presentarsi con dei crateri color amaranto sotto gli occhi.
Sorride. Entra in ufficio e sorride. Sorride quando alcuni colleghi le dicono: “Dottoressa oggi non ci siamo sui giornali, ahhhh!”. E l’addetta stampa-mamma con due figli e un marito che dorme beato, che fa? Sorride.
Se quel giorno è masochista, canticchia. Scava nel profondo del suo essere un ricordo, anche lontano, di una bella giornata passata chissà quando e chissà dove. E sorride. Poi legge i giornali: almeno sei quotidiani: locali e nazionali. Perché dev’essere sempre pronta. Per il suo datore di lavoro, che - come disse qualcuno in un film - pur di essere ogni giorno sui giornali, si farebbe chiamare oroscopo, deve sapere tutto. Sorridendo fa una delle cose che inorgoglisce il genere umano (addette stampa e non): le fotocopie. Che fin quando si tratta di fotocopiare un articolo che entra in un foglio A4 va bene. Ma fotocopiare, e riuscirci, un colonnino di destra de “la Repubblica” è un miracolo.
Subito dopo, ecco che arriva il datore di lavoro che le chiede un comunicato stampa su una notizia fondamentale. E lei lo sa che si tratta di comunicato che ha bisogno di una telefonata in redazione. A volte una chiamata giusta, alla persona giusta, che è in un momento giusto, è una ricompensa che rasenta la felicità. Perché Lei lo sa che c’è sempre un collega in ufficio, giornalista “nell’anima” che ha un amico, o un cugino, o un cugino dell’amico che può farlo pubblicare, quel comunicato. Mentre uno si chiede perché continua a fare l’addetto stampa ci sono almeno 50 persone che vorrebbero farlo. Così si telefona al giornale e si cerca il capo. Ma il capo non c’è. E se non c’è il capo, c’è magari un vice capo che quel giorno è particolarmente stanco. Dall’altra parte del telefono c’è sempre un giornalista che sta pensando di trasferirsi in Giamaica. Non ti ascolta e non ti sbatte il telefono in faccia per educazione e cortesia. Dapprima è un dubbio, poi diventa un’angoscia, infine una nevrosi: lo pubblicheranno il comunicato? Perché un addetto stampa lo sa: nonostante le mille assicurazioni, la telefonata, l’agenzia, la pubblicazione è certa solo quando la vedi.
E per quanto intero il comunicato uscirà, per quanto Lei sappia che è stato uno sforzo immane farlo pubblicare, ci sarà chi le farà notare che: a) Poteva andare d’apertura; b) E’ uscito su poche righe; c) Hanno cambiato il titolo; d) Hanno sbagliato un nome.
Le addette stampa senza figli poi si sposano e diventano come le prime (se fanno figli). Uguali.
giovedì 10 aprile 2008
La perizia di Berlusconi
Berlusconi e i suoi sodali di quel partito azienda che ha lanciato un'Opa sull’Italia tornano su un vecchio tema: quello delle perizie psichiatriche per i magistrati. Vecchio tema, sì. Talmente vecchio che per trovarne le radici bisogna andare indietro fino agli anni Settanta, quando l’esigenza di una sorta di esame psicologico venne inclusa nel cosiddetto "Piano di rinascita democratica" del “gran maestro” della P2, Licio Gelli. Un precedente illustre, anzi venerabile.Il ragionamento dell’ex premier è il seguente: chi fa un mestiere in cui è chiamato ad amministrare gli altrui destini deve avere una sanità mentale certificata a più riprese. In pratica si auspica il rilascio (e il conseguente rinnovo, previa visita medica) di un apposito patentino, di un brevetto, di un tagliando di garanzia : giudice professionista, no tendenze omicide, no istinti autolesionisti, astemio, congiunto con persona di altro sesso davanti a ministro della chiesa cattolica, grande sostenitore del Pdl, ottimi precedenti penali, tifoso del Milan.
Al contempo, il senatore uscente Dell’Utri si è lanciato in un assolo in cui ha auspicato il perfezionamento dell’acquisto di un nuovo governo che riscriva la storia con la esse maiuscola, che ridimensioni il ruolo dell’antimafia (a minuscola), che abolisca i collaboratori di giustizia (minuscolo, minuscolissimo) e che renda piena giustizia “all’eroe” Vittorio Mangano (doppia maiuscola perché è nome proprio di persona).
Tutto chiaro, i conti tornano... a parte un dettaglio. Berlusconi e i suoi ostentano un florilegio di buoni propositi, ma non danno il bell’esempio: perché non sottoporsi per primi alla perizia psichiatrica di Stato?
mercoledì 9 aprile 2008
Trilogia del sesso perduto/2
di Verbena
In comune non avevamo nulla, a parte i vent’anni. Lui muscoloso e atletico, io lenta e pigra. Lui affascinato dai superuomini di destra, io dalle letture gramsciane. Lui sempre pronto alle lunghe dormite, io alle nottate sui libri, in vista di appassionanti sfide intellettuali che non arrivarono mai.
Eppure io e Luca all’Università eravamo inseparabili, infallibili, bravi direi. Laddove si affacciava un eccesso dell’uno era l’altro a temperarlo. I colleghi di corso ci chiamavano la “fantastica coppia”.
Io e Luca eravamo molto attratti l’una dall’altra, ma questo era un tasto tabù.
Colpa mia.
Ero io quella fidanzatissima, ed ero io ad avere costruito un muro tra noi due così alto e spesso, che sarebbe stato impossibile demolirlo per entrambi.
Ci fu un pomeriggio nella sua cameretta da studente fuorisede. In due anni fu quella l’unica volta che ci misi piede. Facevo sempre in modo che i nostri tete a tete di studio avvenissero in luoghi rigorosamente neutri, e i suoi maldestri tentativi di organizzare un appuntamento tra quattro mura fallivano sempre. Mi costava, naturalmente. I suoi occhi verdi e il suo sorriso solare erano un attentato quotidiano.
I miei vent’anni erano votati alla disciplina. Non lo sapevo a quei tempi, ma ero il perfetto prototipo di Verbena fascista, nonostante mi piccassi di stare dalla parte opposta: fedeltà al puro ideale civico, fedeltà al fidanzato decennale, fedeltà al dovere e allo studio. Sesso sì e volentieri, ma disciplinato dall’ascesi della coppia perfetta.
Cosa successe in quella cameretta stretta stretta e zeppa di adesivi del Fuan?
Successe che lui ci provò. E che io mi scansai recitando fastidio.
Lui tentò di farfugliare qualcosa di sincero, ed io lo interruppi con una risatina isterica.
Avevo il cuore in gola e una pericolosa voglia di lasciarmi andare. Ne uscii indenne. L’onore era salvo, ancora una volta.
Un giorno, però, ci portò in aula una ragazza. Ingoiai amaro e non feci una piega. Luca divenne un altro Luca. Niente risate infinite, niente giochi, niente cineclub. Solo studio, libretto, voti, medie…
Ci laureammo. Ci furono le feste e ci furono gli arrivederci, che in verità erano degli addii.
Rividi Luca al funerale militare di una persona a me cara. Faceva parte del picchetto d’onore. Mi vide piangere ma non mi salutò. Gli telefonai. Fu cordiale, ma nulla di più. Tentai un recupero tenero ma mi gelò con una frase di circostanza che voleva dire molte cose.
Ci rimasi male. E persino in quel caso pensai che l’onore e la fedeltà, avevano avuto la meglio.
Passarono gli anni. Finii per mollare il mio ingessatissimo fidanzato ad un passo dalle nozze.
Ogni tanto, quando ripasso da quell’Università, penso alla Verbena che ero.
E a quei meravigliosi occhi verdi che quel pomeriggio ho allontanato dai miei.
Fanculo l’onore. Fanculo i vent’anni.
martedì 8 aprile 2008
La fiamma spenta
La fiamma che si spegne è una figura che ci dice molto, per metafora e retorica: si spegne quando si estingue un amore, si spegne quando la giovinezza se ne va, si spegne quando la fede non è più alimentata.C’è una fiamma che è simbolo sempiterno (perdonate la parolona) di fratellanza, senza i vapori di un credo religioso, semplice e netta come una corsa sulla spiaggia, vince chi arriva primo, poi festa tutti insieme e da domani nemici come prima.
Quella fiaccola è stata spenta ieri a Parigi, ha dovuto viaggiare in pullman anziché sulle gambe che da tempo immemore la portavano in giro per il mondo, è stata scortata da poliziotti paonazzi, si è trovata ad essere inseguita da mani che la volevano strappare come si strappano i simboli quando il loro antico significato viene tradito. Mi è sembrato di leggere, ascoltare una frase: non cresce frumento nei campi irrigati a odio.
La tardiva, e insulsa, presa di posizione del presidente del Comitato olimpico internazionale e, nel nostro minuscolo, quella del Coni non salveranno la Cina e i suoi vuoti Giochi olimpici dal giudizio della Storia. Un Paese che gestisce la sua politica interna con ferocia e i suoi affari esteri (economia in primis) con blindata presunzione non è degno di ospitare la più solenne manifestazione sportiva che l’uomo si è inventato da quando ha scoperto che le sue braccia, le sue gambe, il suo cervello potevano essergli utili per combattere in modo incruento e moralmente fecondo. Il silenzio dei Paesi occidentali (Francia esclusa) è un puntello all’edificio della vergogna. Le parate in mondovisione sono solo una frettolosa mano di vernice su un muro crepato. Bastano le unghie di un disperato, vittima del suo stesso dissenso o semplicemente della sua voglia di parlare, per far venire giù una costruzione che, in un mondo libero, non potrebbe nemmeno essere stata immaginata.
L'elaborazione dell'immagine è di Salvatore Mangione
lunedì 7 aprile 2008
"Cumenda" e cadaveri: la tv dei morti viventi
In America è uscito un film che si intitola Diary of the dead, diretto da un regista che amo moltissimo, George Romero. Ho visto il film in anteprima attraverso uno dei mille rivoli del desiderio che internet ti offre, perché tarda ad arrivare in Italia, e forse mai ci arriverà.
Il "diario dei morti viventi" è un'opera strana, troppo intelligente per essere un horror per ragazzini, troppo violenta per non esserlo, troppo cupa per piacere a chi al cinema "ama rilassarsi", con troppa poca storia per coinvolgere il grande pubblico, con troppi spunti di riflessione per liquidarla in modo spensierato. E sono limiti voluti. Masochisticamente e coraggiosamente predeterminati. Romero è uno dei pochi registi del cinema "indipendente" americano degli anni ‘60-‘70 a essere rimasto fedele alla propria indole: mettere su pellicola una visione spietata della società, al passo con i tempi, sacrificando la spettacolarità e persino le regole auree hollywoodiane dell'intrattenimento di successo. È il peggiore nemico di se stesso sul piano commerciale e il migliore amico di chi, come me, da un film si aspetta una zampata che mi risvegli e mi ricordi che anno è. Dice: che c'entra con il "cumenda" del Grande Fratello? C'entra. E c'entra anche con Meredith. E con Cogne. E con Erba.
Romero, l'inventore dei morti viventi cannibali, mostra nel suo nuovo film l’epidemia degli zombi – larve umane affamate, prive di coscienza, dal morso che contamina – solo attraverso la telecamera traballante di un giovane aspirante regista. E attraverso i tg, youtube, videocellulari, montaggi con il final cut pro. Schermi, schermi, schermi. Il reportage scivola da una telecamera all’altra, la telecamera da un personaggio all’altro, in una stratificazione di stimoli che liofilizza la realtà in delirio, ed è questo il vero contagio. Vedere, conservare l’orrore, nutrirsene, mostrarlo, inocularlo al prossimo, ma non sentirlo. A un certo punto la voce narrante del film, la giovane Debra, dice pressappoco: “Compulsione. Siamo spinti a vedere, a trasmettere. Che cosa succede nella nostra testa quando ci fermiamo per osservare qualcosa di orribile, un incidente in autostrada? Qualcosa ci costringe a frenare. Ma non lo facciamo per aiutare. Lo facciamo per guardare”.
Meredith. Erba. Cogne. Il "cumenda" del Grande Fratello: la sua faccia.
Il diario dei morti viventi.
sabato 5 aprile 2008
Il Grande Fardello
Ho visto di rimbalzo in tv alcune schegge del "Grande Fratello". "Striscia la notizia" e "Le iene" mi hanno rivelato l'esistenza di un tale - di cui, per senso di autoconservazione, non ricordo il nome - soprannominato "il cumenda" (nella foto). Questo signore, che onora con inconsapevole rispetto la teoria lombrosiana, è passato alla minima storia della minima televisione italica per essersi fatto fare una sega in diretta tv e per aver giurato amore, in simultanea, alla sua fidanzata (che ovviamente non era l'artefice della manovra sessuale in questione).Ho attraversato con tumultuosa serenità tutte le fasi dell'adolescenza, mi ritengo sessualmente umano, ho letto e apprezzato molta letteratura di consumo, ho ramazzato molta spazzatura televisiva, sono stato rockettaro, vegetariano, jazzista, postmoderno, psichedelico, tradizionalista e contestatore in ordine sparso, ma mi ostino a non (voler) capire perché mai si debbano portare in televisione persone grette, presuntuose e umanamente ignobili per farne personaggi.
Fin dai tempi di Plauto, il cattivo aveva un ruolo importante nella messinscena: era il contraltare, il mezzo di contrasto, la chiave di volta, e talvolta era talmente cattivo da attirare qualche simpatia tra il pubblico. Nel "Grande Fratello" c'è un trionfo di stupidità che danneggia persino gli istinti più bassi. Ci si accoppia, si litiga, ci si insulta e ci si amalgama come nemmeno nelle esistenze più luciferine accade.
Fossi il diavolo in persona querelerei.
venerdì 4 aprile 2008
Forrest Gump de' noantri
Iko ha una visione singolare del mondo. Scrive con una prospettiva diversa rispetto alla nostra. Provate a mettervi nei suoi panni e cercate - se volete - di capire... di Iko
1h e 5’ a Villa Ada, ma andando piano, avremo fatto poco più di 10 chilometri, perché abbiamo tenuto il passo di Mario.
Io l’avevo visto al primo giro del lago, lei non se n’era accorta e quando l’abbiamo incrociato l’ha salutato. Si è accodato. Con noi era già venuto un’altra volta, lo incontriamo quasi sempre, al solito posto, vicino al cancello, dove si fa stretching, in perfetta tenuta da runner: la mia compagna all’inizio credeva fosse un personal trainer, io no. E’ semplicemente uno fuori di testa.
Nella vita corre. Non fa nient’altro. Avrà 45 anni anni più o meno, sostiene che la sua fortuna sia la pensione di invalidità per il glaucoma e per i problemi psichiatrici. Non fa male a nessuno, però, al parco lo conoscono tutti e corre con tutti. E’ regolarmente iscritto ad una società sportiva, partecipa all’organizzazione delle manifestazioni e fa tutte le corse, ovviamente. Anche per questo è sempre vestito perfetto, indossa quello che gli regalano alle gare. Oggi aveva la maglietta di quella di Budapest. Ha raccontato del Danubio, millanta record del suo passato e narra storie romane incredibili, che spaziano da Lotta Continua agli ultrà, dalla mappa dei discount per la spesa alle battaglie con la Asl per l’indennità d’accompagno della madre, invalida pure lei. Descrive episodi di ogni genere, stamattina ha ricordato di quando si è perso durante una mezza maratona notturna. Dice di conoscere attori e campioni, di far parte della Protezione Civile, di dare del tu a molti amministratori. E parla, sempre. Per questo ci costringe a rallentare. In realtà a me non si rivolge mai, anzi, si tiene sull’altro lato e mi controlla con la coda dell’occhio, credo mi tema.
Lei invece si leva un auricolare dell’ipod e ascolta le storie di Mario. Che siano vere o false non importa. Preferisce correre sola con me, non c’è dubbio, ma si è giustificata spiegando che una volta ogni tanto si può fare, che è uno sguardo allucinato sul mondo che ha un suo perché. Io preferirei fare i tuffi nel ruscello con gli altri cani.
giovedì 3 aprile 2008
L'Alitalia e il sindacato arrugginito
Alitalia è sull’orlo del fallimento. Le trattative tra l’unico gruppo disposto ad aprire (seppur di poco) la borsa per l’acquisto e i sindacati si sono frantumate. Ora si spera in un miracolo della politica per salvare un’azienda amministrata male che rischia di finire come ogni azienda amministrata male meriterebbe. Appare surreale la posizione della Uil che è orgogliosa di non aver partecipato al summit: il suo leader Angeletti rivendica il ruolo di chi aveva visto giusto. Visto cosa? Lo scenario dello sfacelo? La banda Bassotti con la cassaforte? O l’unica offerta che tempo e tasche imponevano di considerare?Ci sono in questo sindacalese del “noi l’avevamo previsto” (previsto cosa?) tutta la ruggine di un sindacato stantio, l’incrostazione che blocca gli ingranaggi della logica, l’arroccarsi su posizioni costruite a tavolino (un tavolino molto antico e traballante) che rischiano di mandare a picco l’azienda Italia. Perché - diciamocelo chiaramente - non è solo Berlusconi il nemico di un’economia moderna, coerente e patriotticamente equa.
mercoledì 2 aprile 2008
Va ora in onda
Una pattumiera dotata di antenna e ripetitori che si fa chiamare TeleNorba ha mandato in onda il filmato della polizia scientifica in cui si vede il cadavere della povera Meredith, la ragazza inglese uccisa qualche mese fa a Perugia. Il capo netturbino (con rispetto per i netturbini veri) si è giustificato aggrappandosi a qualcosa che non conosce: il diritto di cronaca. Il diritto di cronaca, quello vero, presuppone la necessità di informare su eventi di pubblico interesse senza censure nel nome della libera espressione, sotto l’egida dell’articolo 21 della Costituzione.E’ inutile chiedere a questo signore cosa ci sia di pubblicamente importante nel mostrare le nudità di una ragazza uccisa, la sua gola squarciata, il suo sangue perduto.
C’è solo da chiudere per sempre il coperchio di questa pattumiera trasmittente e sperare che un magistrato di buona volontà scovi e comunichi al mondo intero chi – tra le forze dell’ordine – ha diffuso e presumibilmente venduto il filmato.
martedì 1 aprile 2008
L'Expo, la gioia, i dubbi
Milano vince l’Expo del 2015. L’Italia finge di gioire per una festa annunciata. La politica si contende il boccone buono, quello dei meriti.L’Esposizione Universale è una manifestazione di enorme prestigio che muove una macchina di miliardi e promette decine di migliaia di posti di lavoro. Un sogno che s’avvera, insomma. C’è un solo difetto: questa stella brillerà solo tra sette anni.
In sette anni Milano-Italia dovrà presentarsi puntuale, ben vestita, preparata e, soprattutto, ancora in vita. La città-Paese dovrà tradurre promesse in gesti di governo. Si dovrà riuscire nell’impresa di evitare che gli appalti finiscano in un’aula di giustizia. Ci vorranno più braccia che tasche. Si dovranno celebrare intelligenze e genialità più che amicizie e consociativismi.
La metropoli-nazione ridisegnata potrà godere della Luce Universale se i suoi cittadini-compatrioti si riconosceranno ancora in essa. E se verrà confutata quell’italica e becera teoria secondo la quale tutte le buone occasioni sono state inventate per essere sprecate.
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