sabato 31 maggio 2008
I terroristi dei generi
Chi ha avuto abbastanza tempo da perdere per leggiucchiare i miei interventi in questa ospitale magione (nella rubrica e nei commentini, dove mi firmo con un soprannome che lascia pochissimo all’immaginazione) sa già che idea ho della televisione italiana. Per i tantissimi altri che non hanno esplorato – comprensibilmente – “l’universo cacciatorino”, riassumo qui la mia idea: la tv nostrana fa schifo al novantanove virgola nove periodico per cento. E il discorso potrebbe chiudersi qui. Però, stamattina, una riflessione piena di ottimismo ha sfiorato la mia mente caffeinomane ( il caffè a oltranza ti apre due strade possibili: il filosofare o l’esaurimento nervoso).
Ho pensato, ecco: che forma avrebbe il bello se non emergesse dal brutto? Che impatto avrebbe il guizzo di ingegno se non scattasse dallo stantio, dal volgare, dal grigio? Insomma, avremmo modo di accorgerci del differente e dell’imprevedibile se a fargli da sfondo non ci fosse l’uguale e lo squallido? Così, per dirla con Morandi – il cantante, non il pittore – sui monti di pietra può nascere un fior. Io ve ne propongo due. Uno sbocciato anni fa, mirabile dictu, dalla tv . Italiana. Sì: essa. E un altro che, nella tv italiana, ci è precipitato un mese fa, con la veemenza di un disertore rotto di palle e armato di bomba a mano. Il primo fiore denuncia la propria natura di bocciolo nato sui monti di pietra eccetera fin dall’onomastica: si chiama Fiorello. Il secondo è più un fiore del male, anche per questioni di amori letterari dichiarati, e di nome fa Morgan (al secolo, Marco Castoldi). La storia di Fiorello la conosciamo tutti: ex animatore di villaggi turistici, ex uomo karaoke, attuale one-man-show senza pari nel nostro paese (in Sicilia si tradurrebbe: dove lo tocchi suona), che oggi spopola in radio con un delizioso programma sul secondo canale Rai. La storia di Morgan è nota a chi, entrando in un negozio di dischi, non si sognerebbe mai di chiedere l’ultimo della coppia D’Alessio-Tatangelo: leader e bassista del gruppo dei Bluvertigo, solista di genio (consiglio a tutti il suo Canzoni dell’appartamento), si è travasato in tv come componente della giuria del programma musicale “X factor”. Fiorello. Morgan. Due personaggi diversissimi tra loro, ma con un punto di contatto non trascurabile. Entrambi si sono infiltrati nella fabbrica delle idee di seconda mano della Rai tv con dei ruoli che non destavano sospetti. Fiorello alla sua ultima spiaggia come conduttore dopo l’insuccesso di Non dimenticate lo spazzolino da denti. Morgan come controfigura alternativa di, che so, uno Steve La Chance di Amici. Questo sulla carta. Il resto è storia.
Fiorello, messo nella scarpiera il suo enorme successo televisivo ancora scalpitante (Stasera pago io e altro), si è dedicato alle trasmissioni via etere (questo si chiama coraggio, azzardo, freschezza) stravincendo. In poco tempo è riuscito nell’impresa titanica di ridurre la tv al ruolo che merita: una specie di serva brutta della radio. Morgan, in un programma nel quale una delle eminenze grigie in fatto di musica era Simona Ventura, si è messo a parlare di Baudelaire e Pink Floyd in prima serata, ha buttato sul palco gente che cantava Lou Reed e gli Who (sempre in prima serata) e se l’è presa col popolo bue o, più che altro, con la relativa capopolo (la Ventura).
Uno dei gruppi che Morgan aveva il compito di “allevare” per il programma, gli Aram Quartet, ha vinto l’edizione 2008 di “X factor”. Eletti dal televoto, dalla gente, mentre ancora avevano nell’ugola un pout-pourri dei Velvet Underground.
Fiorello e Morgan sono due fiori nati sui monti di pietra. Due terroristi armati solo di talento e scivolati nella stanza delle regole per sovvertirle. Quindi, signori, qualcosa si può fare.
venerdì 30 maggio 2008
Sarà capitato anche a voi.../1
La bambina ha i baffi. E’ una peluria che assomiglia a quella che nasce sul labbro superiore dei quattordicenni. Invece questa bimba, raggiante per la sua prima comunione, ha i baffi e 8 anni. Si chiama Giulia ed è la figlia della cugina di mia moglie. L’ho vista tre volte in tutta la mia vita ma sono qui, (nella buona e nella cattiva sorte) alla sua prima comunione davanti a una signora che ha un sedere che parla e con cui vorrei intavolare una discussione. Ho accanto mia moglie. Bella e semplice, profumata e deliziosa come sempre. E’ lei che mi ha costretto a venire ad Altavilla Milicia, nel giorno più caldo che maggio ricordi. Nel posto dal nome più brutto che la Sicilia ricordi.
Cosa c’è di più atroce di una prima comunione in una calda domenica di maggio? Perché le comunioni e le cresime non si fanno in inverno?
Ho appena baciato la zia Maria. Zoppica. Ha le vene varicose che stanno per esplodere. E’ vestita di nero e sta aggrappata a Giusy che ha 20 anni, un seno prosperoso, una pelle meravigliosa e, sono certo da come mi guarda, una intensa carriera di porcona alle spalle. Mi bacia e mi profuma i pensieri. E’ la figlia di un’altra cugina di mia moglie. Non siamo parenti. Sono certo: non sarebbe peccato.
Arriva mia suocera vestita di seta. Pesa 98 chili perché ha smesso di fumare. Ha 78 anni e una salute di ferro, come testimoniano i 100 dottori al mese che consulta. A casa mia l’argomento “accompagno mia madre in ospedale” è quello più in voga.
Guardo la bambina: è orribile. Non solo per i baffi. Ha anche le sopracciglia unite “a visiera”. Lo zio Paolo, invecchiatissimo, la bacia e tossisce, forse un pelo gli è andato di traverso.
Finita la cerimonia, andiamo al ristorante. In riva al mare. Perizoma a go go. Ovunque mi giri vedo perizoma. Il mondo è un perizoma teso tra la natica occidentale e quella orientale.
La bambina è a capotavola. Ho la zia Carla accanto che puzza di vecchia e di eredità. Speriamo. Guardo Silvana, la sorellina porcona junior di Giusy che di anni ne ha 19. Guardo anche l’altra cugina di mia moglie, 34 anni, alta, bionda e una quarta misura. Che bella famiglia che ho!
Pranzo finito. Mia moglie, tiene per mano Giusy. “Roberto – mi dice – sai che Giusy deve prepararsi per un corso all’Università e viene a stare per una quindicina di giorni a casa nostra?”.
Giusy mi guarda. Io la guardo.
1 continua
giovedì 29 maggio 2008
mercoledì 28 maggio 2008
Caldo
Fa un caldo bestiale e ho una specie di mezza influenza bestiale. Non me la sono beccata d’inverno e ora, al primo soffio di scirocco, ho la gola che sembra l' 81° piano de “L’inferno di cristallo”.Una volta uno doveva subire l’influenza col freddo e la diarrea col caldo. C’erano i geloni e i colpi di calore, ben distribuiti nel corso dell'anno. Ora uno starnutisce, per la polvere, lo smog o per un polline, dodici mesi all’anno. Consuma aria condizionata a dicembre e termocoperte a settembre.
Ho capito, sto esagerando con le corbellerie... Abbiate pietà. Come per le stagioni, non esistono più le mezze minchiate.
martedì 27 maggio 2008
Nostalgia canaglia
Questo discorso, mia suocera avrebbe voluto pronunciarlo dal balcone di Palazzo Venezia. Gliel’ho letto negli occhi quel desiderio nostalgico. Invece domenica eravamo a un qualsiasi tavolo di ristorante. Rogna del giorno: le sue badanti. Una, di mezza età, la mattina le riordina la casa e le prepara da mangiare. Cinque giorni a settimana. Un’altra, non molto più giovane d’età ma acerba nell’abbigliamento, due pomeriggi su sette la porta in giro per una passeggiata su ruote (di macchina). La bestia nera di mia suocera è la seconda.
“Manco mi ricordo come si chiama, quella là”. Sguardo pensoso. Occhi che roteano. Poi la soluzione: “Ah, sì, Frencesca!”. E dire che si chiama Francesca/Frencesca anche lei. Mia suocera, intendo.
Frencesca, e stavolta mi riferisco alla badante, la sto proponendo per la beatificazione. Porta in giro l’arzillissima vecchietta anche tre ore oltre il dovuto, e il pagato. Spesso la fa cenare a casa sua. Le ha comprato una decina di borse, un paio d’occhiali, due o tre maglioni. A spese proprie.
“Tutte ruffianerie”, tuona mia suocera se le ricordo questo affetto gratis. “A quella la devo redimere. Per la servitù ci vogliono metodi duri”.
La servitù? Siamo a Buckingham Palace?
“Sì. Mio marito in vita mia non mi ha mai fatto mancare la serva”.
No, no. Forse parliamo di colonie libiche di mussoliniana memoria.
“Ogni giorno veniva a casa. E io la facevo ubbidire”.
Non risulta alle cronache che mia suocera abbia mai avuto una colf.
“Rigare dritto, devono. Sennò finisce come Frencesca, che mi mette i piedi in testa. Siccome lavora pure con gli anziani del Comune, a lei ci pare che io sono un’anziana del Comune… una vecchia comune… e quindi cerca di convincermi a fare quello che vuole. Invece lo deve capire chi è una vera signora e chi no”.
E siamo tornati a Buckingham Palace.
“Mi vuole portare al centro anziani, a ballare. In mezzo ai vecchi! A me? Ma la faccio ballare io, a questa qua!”.
Con la frusta? A suon di nerbate sui piedi?
“Rigore ci vuole. E, per favore, se ’sta Frencesca se ne va, non voglio assolutamente mericchini in casa (marocchini, nda). Io, nei mericchini, al massimo mi vado a comprare la bigiotteria”.
La vituperata badante Frencesca non ce la fa più. Vuole svoltare. E’ lei che, negli ultimi tempi, tenta di redimere mia suocera. Le vuole dare una svecchiata. Le ha comprato una felpa con cerniera che avvolge i suoi novanta chili per un metro e mezzo, gamba corta su piede minuscolo. Da una parte della chiusura lampo c’è scritto “base” e dall’altra “ball”. Baseball, già. Nero su bianco, letteralmente. E su polsi, collo e orlo, vistose strisce, sempre bianconere. Il tutto completato da fuseaux, calzini candidi e zoccoli neri con i buchi. La svecchiata di Frencesca parte dall’aspetto. Forse per arrivare alle idee.
“Manco mi ricordo come si chiama, quella là”. Sguardo pensoso. Occhi che roteano. Poi la soluzione: “Ah, sì, Frencesca!”. E dire che si chiama Francesca/Frencesca anche lei. Mia suocera, intendo.
Frencesca, e stavolta mi riferisco alla badante, la sto proponendo per la beatificazione. Porta in giro l’arzillissima vecchietta anche tre ore oltre il dovuto, e il pagato. Spesso la fa cenare a casa sua. Le ha comprato una decina di borse, un paio d’occhiali, due o tre maglioni. A spese proprie.
“Tutte ruffianerie”, tuona mia suocera se le ricordo questo affetto gratis. “A quella la devo redimere. Per la servitù ci vogliono metodi duri”.
La servitù? Siamo a Buckingham Palace?
“Sì. Mio marito in vita mia non mi ha mai fatto mancare la serva”.
No, no. Forse parliamo di colonie libiche di mussoliniana memoria.
“Ogni giorno veniva a casa. E io la facevo ubbidire”.
Non risulta alle cronache che mia suocera abbia mai avuto una colf.
“Rigare dritto, devono. Sennò finisce come Frencesca, che mi mette i piedi in testa. Siccome lavora pure con gli anziani del Comune, a lei ci pare che io sono un’anziana del Comune… una vecchia comune… e quindi cerca di convincermi a fare quello che vuole. Invece lo deve capire chi è una vera signora e chi no”.
E siamo tornati a Buckingham Palace.
“Mi vuole portare al centro anziani, a ballare. In mezzo ai vecchi! A me? Ma la faccio ballare io, a questa qua!”.
Con la frusta? A suon di nerbate sui piedi?
“Rigore ci vuole. E, per favore, se ’sta Frencesca se ne va, non voglio assolutamente mericchini in casa (marocchini, nda). Io, nei mericchini, al massimo mi vado a comprare la bigiotteria”.
La vituperata badante Frencesca non ce la fa più. Vuole svoltare. E’ lei che, negli ultimi tempi, tenta di redimere mia suocera. Le vuole dare una svecchiata. Le ha comprato una felpa con cerniera che avvolge i suoi novanta chili per un metro e mezzo, gamba corta su piede minuscolo. Da una parte della chiusura lampo c’è scritto “base” e dall’altra “ball”. Baseball, già. Nero su bianco, letteralmente. E su polsi, collo e orlo, vistose strisce, sempre bianconere. Il tutto completato da fuseaux, calzini candidi e zoccoli neri con i buchi. La svecchiata di Frencesca parte dall’aspetto. Forse per arrivare alle idee.
lunedì 26 maggio 2008
L'annuncio degli annunci
E' irritante il circo di dichiarazioni, mobilitazioni, annunci, e annunci di annunci che si sviluppa attorno ad Annamaria Franzoni. Fermo restando che i familiari hanno tutto il diritto di dannarsi e di stare vicino alla condannata come, quanto e quando possono, ciò che mi procura fastidio epidermico è la riflessione senza riflessioni che il caso di Cogne ha innescato. Se si crede in una giustizia terrena, umana quindi ontologicamente parziale, c'è un cancello dinanzi al quale ci si deve fermare. Quello del giudizio definitivo.Per la misera legge degli umani questa donna è colpevole di infanticidio. Colpevole così così, d'accordo (16 anni sono una tipica condanna italiana per omicidio), ma colpevole. Il rispetto delle vittime, in certi casi, passa per il rispetto delle sentenze.
Ancora ieri i giornali trasudavano pensieri attribuiti alla Franzoni: "Mi mancano i miei figli"; "Potrei chiedere la grazia". Come a voler insinuare nella pubblica opinione il tarlo del to be continued. No, a questo punto - con rispetto per la condannata - il gioco si ferma. Certi dolori ineluttabili si lasciano nell'alveo dal quale sono scaturiti. Certe iniziative non si annunciano, si prendono.
sabato 24 maggio 2008
Il Ponte secondo Bufalino
La società Ponte sullo Stretto fa sapere al premuroso ministro Matteoli di essere pronta a far partire i lavori per la mega struttura in ferro e acciaio che dovrebbe collegare la Sicilia all’Italia: entro un anno via ai cantieri. Non so che ne pensate del Ponte, ricordo però quasi a memoria l’articolo che Gesualdo Bufalino scrisse il 19 settembre 1985 su la Repubblica. Lo trovate qui sotto: provate a individuare le differenze tra ieri e oggi.
Il ponte sullo Stretto? Personalmente mi sta benissimo, a patto di non sovrapporre metafore e simboli indebiti ad una operazione di semplice ingegneria. Voglio dire che non sarà il guadagno tecnico di poche ore nei tempi di traghettamento a modificare o a guarire la nostra vocazione claustrofila e il vizio di fare della solitudine un trono e una tana. Caso mai sono altre le conseguenze che l' evento (se accadrà) si porterà dietro: di favorire lo smercio e la circolazione dei nostri vizi nel resto della penisola; e di aizzare le nostre virtù a degradarsi più velocemente nell' omologia generale dei contegni e dei sen
timenti. Poichè con le isole il punto è questo: sono di per sè parchi naturali e riserve dove lo "specifico" indigeno resiste più a lungo: sicchè rimane sempre da sciogliere il nodo se convenga tutelarle a costo di sequestrarne anche le più selvagge memorie, o spingerle verso una moderna ma ripetitiva e anonima identità. Insomma è la solita solfa del contenzioso tra passato e futuro, natura e cultura, lucciole del pre-industriale e chimiche del post-industriale... Il ponte ovviamente giocherà a vantaggio di questa seconda ipotesi, benchè non molto più, credo, di quanto abbiano già fatto l' Alitalia e l' Autostrada del Sole. Resta da vedere se e come esso possa contribuire a renderci più italiani. Qualcuno dubita che non lo siamo abbastanza o che desideriamo non esserlo più. Proprio su la Repubblica (31 agosto) Arbasino ci attribuiva una smania di staccarci dalla nazione e ce ne concedeva licenza. Obietto che, dai tempi di Salvatore Giuliano, fra le maschere sanguinose della mafia il fantasma del separatismo non è più ricomparso: e che oggi un eventuale referendum secessionista non raccoglierebbe in Sicilia più di mille o duemila suffragi... La verità è che fanatismo regionale e fermenti antiunitari sono da noi assai meno vigorosi e loquaci che non in tanti altri luoghi d' Italia, dall' Alto Adige alla Sardegna, dal Veneto alla Val d' Aosta. Basterebbe, per appurarlo, una gitarella a Messina... Con tutto ciò, come negare l' esistenza del tumore Sicilia e delle sue minacciose metastasi d' esportazione? E' un morbo vecchio di secoli, ma non saranno nè la segregazione nè l' aggregazione a salvarcene: nè una chirurgia che ci amputi, nè un ponte che ci concilii. Occorrono cure diverse, e io dico timidamente: libri e acqua, libri e strade, libri e case, libri e occupazione. Libri.
Il ponte sullo Stretto? Personalmente mi sta benissimo, a patto di non sovrapporre metafore e simboli indebiti ad una operazione di semplice ingegneria. Voglio dire che non sarà il guadagno tecnico di poche ore nei tempi di traghettamento a modificare o a guarire la nostra vocazione claustrofila e il vizio di fare della solitudine un trono e una tana. Caso mai sono altre le conseguenze che l' evento (se accadrà) si porterà dietro: di favorire lo smercio e la circolazione dei nostri vizi nel resto della penisola; e di aizzare le nostre virtù a degradarsi più velocemente nell' omologia generale dei contegni e dei sen
timenti. Poichè con le isole il punto è questo: sono di per sè parchi naturali e riserve dove lo "specifico" indigeno resiste più a lungo: sicchè rimane sempre da sciogliere il nodo se convenga tutelarle a costo di sequestrarne anche le più selvagge memorie, o spingerle verso una moderna ma ripetitiva e anonima identità. Insomma è la solita solfa del contenzioso tra passato e futuro, natura e cultura, lucciole del pre-industriale e chimiche del post-industriale... Il ponte ovviamente giocherà a vantaggio di questa seconda ipotesi, benchè non molto più, credo, di quanto abbiano già fatto l' Alitalia e l' Autostrada del Sole. Resta da vedere se e come esso possa contribuire a renderci più italiani. Qualcuno dubita che non lo siamo abbastanza o che desideriamo non esserlo più. Proprio su la Repubblica (31 agosto) Arbasino ci attribuiva una smania di staccarci dalla nazione e ce ne concedeva licenza. Obietto che, dai tempi di Salvatore Giuliano, fra le maschere sanguinose della mafia il fantasma del separatismo non è più ricomparso: e che oggi un eventuale referendum secessionista non raccoglierebbe in Sicilia più di mille o duemila suffragi... La verità è che fanatismo regionale e fermenti antiunitari sono da noi assai meno vigorosi e loquaci che non in tanti altri luoghi d' Italia, dall' Alto Adige alla Sardegna, dal Veneto alla Val d' Aosta. Basterebbe, per appurarlo, una gitarella a Messina... Con tutto ciò, come negare l' esistenza del tumore Sicilia e delle sue minacciose metastasi d' esportazione? E' un morbo vecchio di secoli, ma non saranno nè la segregazione nè l' aggregazione a salvarcene: nè una chirurgia che ci amputi, nè un ponte che ci concilii. Occorrono cure diverse, e io dico timidamente: libri e acqua, libri e strade, libri e case, libri e occupazione. Libri.Gesualdo Bufalino
venerdì 23 maggio 2008
Sino alla fine
Qualche giorno fa, guardando un servizio del Tg1, sono rimasto colpito dalla brutta cera di un cronista. Era la prima volta che mi accadeva di essere incuriosito, quasi subliminalmente, dal fatto che il volto noto di un giornalista mi sembrava meno noto per via di un appesantimento dei lineamenti, di un colorito pallido. Ho accantonato quasi istantaneamente quel pensiero, con un pizzico di vergogna e di autocritica. “Ti stai rincoglionendo – potrei essermi detto, ma non lo ricordo – che cavolo te n’è fregato mai dell’aspetto dei giornalisti, maschi per giunta!”.Ieri ho appreso che quel cronista è morto dopo una lunga malattia e che sino alla fine non ha voluto mollare quell’ultimo ormeggio con la vita che era il suo lavoro.
Lo conoscevo soltanto da spettatore, però posso affermare che Paolo Giuntella, quirinalista del Tg1, solo per il suo caparbio attaccamento alla missione di esserci per raccontare, è stato un bell’esempio. Se tutti, come scatole di pomodori pelati, abbiamo una scadenza, non c’è motivo di buttarci giù dallo scaffale della dispensa prima del tempo. E se anche il tempo non è quello che ci aspettavamo, c’è sempre qualcuno a cui quel tempo può essere dedicato nella maniera migliore. Facendo quello che abbiamo sempre fatto sino alla fine.
giovedì 22 maggio 2008
Disperazioni
mercoledì 21 maggio 2008
Ancora sul Gay Pride
Alcuni commenti al post di ieri, in particolare quello di una lettrice anonima e quello di Rainer Muller, mi spingono a tornare sull’argomento del Gay Pride.Credo che gli omosessuali non cerchino l’omologazione con la parte becera della società, quella che li bolla come “froci”, li emargina, li sbeffeggia o addirittura li considera malati. Da quella pozzanghera di subcultura tutti, etero e omo, cerchiamo di rimanere distanti.
Proviamo a essere razionali – il che significa essere anche cattivelli – e a dire come stanno le cose. Per certi ignoranti e razzisti non c’è speranza di recupero. Meritano soltanto (soltanto?) di essere isolati.
Perché allora offrire agli occhi poveri di menti spente uno spettacolo che dà ai proprietari di tali occhi e tali menti l’unica occasione per blaterare qualcosa di tristemente vero? L’effetto appariscente del Gay Pride non sono le famiglie e le testimonianze di umanità che marciano compostamente alla fine del corteo, ma è il circo delle provocazioni che – lo ripeto – mi appare assolutamente fuori contesto (storico, civile, culturale).
Non è confrontandosi con la parte peggiore del Paese che si trovano giustificazioni che, a ben pensarci, non servono. La scarsa qualità dei ministri, il tifo violento degli ultras, la povertà intellettuale di certe giovani leve non sono un alibi, né possono essere un termine di paragone.
Molti anni fa, nel giornale in cui lavoravo, mi venne chiesto un corsivo per la prima pagina a proposito di una manifestazione estiva che si chiamava “Una checca per l’estate”. Capite bene che già il nome scelto dagli organizzatori della serata (era prevista l’elezione di una miss/mister) innescava più di una battuta facile. Cominciai a scrivere e, a poco a poco, mi ritrovai a considerare la diversità dei sorrisi, dentro e fuori di me. Mi venne in mente Pirandello e la sua amarezza nel raccontare della lumaca gettata nel fuoco “che sfrigola, pare rida, e invece muore”. Il pezzo finiva così: “Una checca per l’estate” è una cosa seria. Come serio può essere un concorso di bellezza.
Non sono contrario al Gay Pride, sono contrario all’evanescente sacralità di cui lo si vuole ammantare. Il Gay Pride è insomma una cosa seria, come seria può essere un parata di provocatori in maschera.
La tutela delle diversità, come elemento fondante di una grande civiltà moderna, è ben altra cosa, per fortuna. E si fonda sul contrario delle maschere, i volti scoperti, sul contrario dell’esibizionismo, la ponderatezza. Servono lingue veloci, per parlare e non per leccarsi in pubblico, e genialità prorompenti, che agitino le idee e non i culi.
martedì 20 maggio 2008
I nemici dei gay
Il governo, per bocca (e rossetto) del nuovo ministro Carfagna, nega il patrocinio all’ennesimo Gay Pride. Gli omosessuali esplodono in mille proteste: "La destra è omofoba".Credo che la tolleranza e la civiltà non passino attraverso sponsorizzazioni e bolli a secco. Se i gay, ai quali vanno riconosciuti tutti i diritti degli eterosessuali, inseguono una certificazione non è con le sfilate che la otterranno. I vari gay pride, come mi è già capitato di sottolineare, sembrano piccole fiere della diversità ostentata. Quando in realtà un movimento serio, che è anche di opinione, di arte, di costume, dovrebbe muoversi in diversa direzione. Se, com’è giusto, gli omosessuali sono persone che mai e poi mai possono ritrovarsi ad essere discriminate, è vero che l’arma migliore contro la discriminazione è la normalità. Tutti gli esseri viventi, per biologia, tendono ad adattarsi pur mantenendo le peculiarità che li rendono preziosi ingranaggi della macchina del Creato (scusate la visione catto-evoluzionista da depliant di D-mail). Si evolvono, si mimetizzano a volte, si incazzano spesso, si difendono e attaccano, si piegano e si rialzano. Ma raramente – e accade solo nella specie umana – ostentano senza logica la loro debolezza. Ecco, credo che le manifestazioni come il Gay Pride – cariche di orgoglio di svolta, di eccessi di finzione – siano deleterie per la causa degli omosessuali. Perché danno un’idea falsa delle persone e delle istanze che ci sono alla base. I gay sono persone normali che hanno un gusto sessuale differente rispetto ad altre persone normali. Che minchia c’entrano i cortei, le borchie, le lingue sguainate, i corpi nudi, gli slogan d’attacco?
La sessualità è gioia, in qualunque direzione vada. Quelle sfilate ispirano (almeno a me) solo una tristezza infinita.
lunedì 19 maggio 2008
La buona tv
Un utile servizio all'intelligenza pubblica sarebbe stato mettere in onda tre ore di intervista ad Andrea Camilleri. Scommetto tutto quello che ho sull'audience.
sabato 17 maggio 2008
"Ora che ho ucciso, posso andare?"
Dalle analisi medico-scientifiche sul cadavere della ragazzina di Niscemi, massacrata da tre giovanissimi sciagurati, emergono i soliti particolari raccapriccianti, utili per i magistrati, assolutamente superflui per il resto del mondo. Li tralascio, testimoniando a beneficio di chi non avesse letto i resoconti dei quotidiani che la povera Lorena è stata vittima di una violenza inaudita.Ciò che mi ha colpito ancor di più – se una graduatoria dell’orrore può esistere in un contesto così disumano – è però un passaggio dell’interrogatorio di uno degli assassini. Al magistrato l'aguzzino avrebbe detto: “Ora che ho confessato, posso andare a casa?”.
Questo ragazzo è il prototipo della nuova delinquenza minorile: un misto di incoscienza (ingrediente base in chi delinque) e di protervia (ingrediente aggiunto per ignoranza). In quella frase - mi pare - c’è tutto il peggio del modello televisivo contemporaneo: la totale mancanza di rapporto causa-effetto, il lavaggio rapido delle coscienze, il buco nero dei rapporti umani, la forza muscolare come unico strumento di vittoria, la prevaricazione indecente.
La vita, in certe vite, è un reality. Se sbagli vieni eliminato. Paghi il pegno di una confessione e sei fuori. Devi solo sopportare la fatica di cercarti un altro palco.
venerdì 16 maggio 2008
La politica di Castelli
Ieri sera, ad Anno Zero, ho sentito l'ex ministro Roberto Castelli affermare un principio di questo tipo: ci hanno votato quindi ora facciamo come diciamo noi.Castelli è un leghista dalla faccia levigata, uno dei peggiori ministri della giustizia italiani dal Big Bang ai giorni nostri (celebre una battuta di Ficarra e Picone: "Io sono fiero di essere siciliano perché almeno Castelli è nato altrove"), uno dei più strenui sostenitori della legge anti immigrazione, peggio nota come "Bossi-Fini" (se la chiamavano "fottuti negri" sarebbe sembrata più democratica).
Al signor Castelli, come lo chiamava un intervistato presumibilmente nordafricano, manca solo una esternazione sulla nostalgia per la razza ariana, le docce al gas e le fosse comuni. E' insomma quasi pronto per entrare nella macchina del tempo: destinazione 1940.
Il signor Castelli, a mio modesto parere, incarna l'essenza della politica più bassa. La sua idea del colpaccio, dello stare al governo per una scommessa vinta/per ragioni di matematica/per premiata presunzione, è vicina al concetto di democrazia quanto Totò Riina lo è al processo di beatificazione.
Stare al potere in una repubblica moderna significa conciliare i propri intendimenti con quelli degli altri. Il vero amministratore pubblico illuminato è quello che rispetta innanzitutto quelli che non la pensano come lui, quelli che, pur non avendolo votato, sono costretti a pagargli lo stipendio.
Qualcuno dovrebbe spiegarlo al signor Castelli.
giovedì 15 maggio 2008
Pensieri da runner
Corro da sempre. Nonostante qualche vizio e uno stile di vita quantomeno irregolare, sono uno di quei matti che vedete sgambettare la mattina nei parchi, sul lungomare, sulle strade asfaltate. Non c’è condizione climatica che ci fermi: in maglietta, scarpette e pantaloncini sfidiamo il freddo e sopportiamo il caldo.Siamo drogati di endorfine, schiavi della fatica, onanisti dei tempi cronometrati. Bastano cinque secondi in meno al chilometro per farci sentire su quel podio che mai ci toccherà. Basta un minuto in più sul totale di quindici chilometri per farci andare la giornata sottosopra.
Sono un runner modesto, tutto sommato. Mi bastano circa quaranta chilometri alla settimana per non sentirmi inutile. Mio fratello Gabriele, tipo saggio e incoscientemente determinato, ne brucerà almeno novanta.
Perché vi racconto questo?
Perché ieri mattina, verso l’undicesimo di diciassette chilometri, sono stato trafitto da un pensiero adrenalinico (ero in salita, eh!): “Minchia, Berlusconi sta dicendo cose insospettabilmente democratiche...”.
Che dite? Passo alle bocce e al tressette?
mercoledì 14 maggio 2008
Se l'hai scritto, va stampato?
Per qualche anno ho fatto l’editor. Tradotto per chi non mastica gli inglesismi: ho valutato, rifiutato, accettato e sgrossato romanzi altrui, oltre che scervellarmi con la miriade di piccole e grandi cure che questo lavoro comporta. È un’attività che svolgo ancora, da libero professionista, anche oggi che ho abbandonato la casa editrice con la quale collaboravo.
Mi piace. L’editing ti riconcilia con la parte meno fumosa del processo letterario. Da scrittori, si filosofeggia e ci si tuffa nella sala d’attesa di uno psicoterapeuta. Da editor, si diventa massaie del foglio scritto, ci si butta nell’economia domestica delle parole e si taglia via il superfluo. Ci si sporca d’olio e di grasso.
Vi suona prosaico? Fa parte della professione. E non finisce qui.
Immaginate che il romanzo sia un’auto d’occasione o – nel migliore dei casi – da collezione. Sperate di venderla. L’editor è l’omino armato di cacciavite cerca-fase che verifica lo stato della carburazione e i falsi contatti. Vi dà o vi nega il tagliando per entrare in casa editrice e uscirne pronti per lo scaffale della libreria. Davanti a freni difettosi o carrozzeria malconcia ma a fronte di un buon motore, l’editor si rimbocca le maniche, prende la cassetta dei ferri e s’impegna a fargli passare la revisione. Ha dovere e diritto di giudizio, poco tempo per le carezze, ancora meno per gli impacchi all’ego ferito dell’aspirante autore e, in questa veste di missionario crudele, può essere la figura più amata o più odiata del mondo letterario. Per un motivo principale: rappresenta l’unità di misura delle mille difficoltà che un romanziere deve affrontare prima di definirsi tale e che un romanzo deve superare prima di meritarsi un codice isbn. Storie ingolfate, dialoghi ingenui, situazioni “telefonate”. Sempre più prosaico? Devo esserlo.
Decidere di scrivere un libro è nobile. Riuscire a metterlo nero su bianco è ammirevole. Farlo bene è quasi sovrumano. Rendersi conto che, nel novanta per cento dei casi, non funziona comunque e che bisogna riscriverlo, è divino. Il peggio che possa capitare a un editor nell’onesto svolgimento delle sue funzioni è un autore che non accetta l’idea della revisione, che si sente violentato nella sua integrità artistica da quella preziosa, fondamentale pratica di alto artigianato che è l’intervento di editing. Una persona così vive fuori dal mondo. Non sa che cosa è una casa editrice – gente che produce libri per venderli – non si rende conto che nessuno è disposto a comprare e consigliare un cavallo zoppo solo in virtù di un presunto blasone artistico, e commette il peccato mortale degli scrittori: la rinuncia a imparare dall’esperienza e, soprattutto, dagli errori. Da stamattina, sulla homepage di Repubblica si pubblicizza una novità vecchissima. Lo slogan dell’iniziativa è: “Se l’hai scritto va stampato”. Le case editrici a pagamento esistono da sempre, ma di questo si tace, anche se il meccanismo è lo stesso: sborsi una somma, invii la tua opera, e dopo qualche giorno ti torna a casa in volume. Non si fa cenno, nella pubblicità, né a editor che revisionino il testo in questione né alle possibilità – nulle, in questo caso – di distribuzione del libro. Ecco scavalcati, in nome del “fai da te” e dell’inflazione dell’io velleitario, due passaggi cruciali dell’editoria degna di tale nome, quella che gli scrittori li pettina, li paga e li fa circolare. Proponetelo agli editori veri, il vostro libro. Se c’è del buono, qualcosa prima o poi accadrà, ve lo giuro. E in caso contrario, loro saranno i primi a dirvi una verità inconfutabile: se l’hai scritto, non è per niente detto che meriti di essere stampato.
martedì 13 maggio 2008
La mafia ha rotto i coglioni
La mia amica Giada Li Calzi, uno dei motori del Progetto Legalità in memoria di Paolo Borsellino, mi segnala una nuova iniziativa: una serie di spot televisivi contro il racket. Guardateli, non c'è nulla di stucchevole e sono piccoli capolavori di sintesi e significato. L'unica banalità che viene fuori è quella di una criminalità fuori dal tempo. Una criminalità che di organizzato ha solo il proprio disordine mentale.
Un'occasione in più per ribadire che la mafia ha rotto i coglioni.
lunedì 12 maggio 2008
Gli intoccabili
Tira una brutta aria per i giornalisti. L’ultimo episodio, la bagarre politica nata dopo le accuse di Travaglio a Schifani in tv, è un raro esempio di follia liberticida. Vediamo perché.Travaglio cita il neo presidente del Senato, pezzo da novanta del centrodestra, per stigmatizzare alcune sue amicizie con personaggi in odor di mafia. Si rifà anche alla ricostruzione fatta da Lirio Abbate e Peter Gomez nel libro “I complici”. Dà cioè uno spaccato di cronaca: accanto a Schifani, in alcuni atti societari, ci sono delle persone condannate per associazione mafiosa. E’ vero, manca la controparte, regola essenziale di un buon giornalismo. E questo è l’unico punto debole della posizione di Travaglio (e di Fazio che ha organizzato l’evento televisivo). Però non facciamo gli struzzi. La regola della controparte serve innanzitutto a garantire i deboli (mediaticamente parlando), cioè i cittadini che non hanno mezzi d’immagine, economici, di consenso per avere una visibilità pari a quella del loro accusatore. Schifani può essere considerato un debole, in quest’ottica? In realtà chi lo difende, più che debole lo considera intoccabile. Senza censure o mannaie è giusto che gli sia data la possibilità di replicare, nel medesimo spazio e col medesimo tempo a disposizione. Stop.
Il rischio è che, a questo punto l’unghia del potere laceri le carni dei cronisti, imponendo la seguente regola (peraltro già in vigore presso alcuni quotidiani, ne so qualcosa...): se non c’è la controparte la notizia non si dà.
Morale: se volete bloccare una notizia che vi riguarda, non fatevi trovare.
sabato 10 maggio 2008
Tony Gentile, il mago del tempo
C’è una foto simbolo di Falcone e Borsellino che ci racconta la rabbia, la sconfitta, la rivincita e la primavera della speranza. Quella foto l’avete vista sui giornali, sui muri, sui lenzuoli, su internet. L’autore è un grande fotografo al quale mi legano affetto, stima ed esperienze comuni: Tony Gentile, oggi staff-photografer dell’agenzia Reuters di Roma.Vi do un suggerimento con ampio anticipo. Il 20 maggio si inaugura a Roma, al centro Luigi Di Sarro, la sua prima mostra personale. Se volete fare un salutare bagno di memoria o se, più semplicemente, il bello vi appassiona ancora, fateci un salto. Vi troverete davanti un lucido narratore di immagini, pacato e sorridente, che ha saputo fissare in uno scatto vite troppo brevi e drammi troppo lunghi. Un mago del tempo, uno scrupoloso artigiano, un vero artista.
venerdì 9 maggio 2008
Un post al sole
Palermo 2038
Il primo ad arrivare è il Cacciatorino. Non sono neanche le sette e trenta del mattino e si è già incazzato otto volte: inveisce contro Bush IV e la regolamentazione dell’antropofagia nelle regioni a statuto speciale. Ha settant’anni, vive con la moglie e una madre di 176 anni che beve Coca Cola, compra occhiali da sole come se fosse adolescente ed ha un blog con milioni di contatti al giorno. Il Cacciatorino passa le sue giornate seduto qui, nel bar “By Geryyy” , un ex giornalista, ex scrittore, ex maratoneta, ex fumatore, ex cuoco, ex enciclopedico dell'insulto gratuito che ha messo questo nome al locale per battere il record mondiale di ipsilon. Di lui si racconta che a 45 anni si dimise dal giornale dove lavorava e guadagnava bene per vivere di stenti, chinotto e fantasia (più chinotto, a dire il vero). Nessuno ci crede, ma quando si siede ai tavoli e racconta con dovizia di particolari della sua lettera di dimissioni, i giovani sghignazzano. Lui, che è quasi cieco, crede che siano risate d'approvazione ed è felice.
Alle otto giunge, “Abbatt”. E’ una donna senza un’identità precisa. Un giorno si fa chiamare "abbattiamo i termosifoni", un giorno "abbattiamo i mesi caldi", un altro "abbattiamo il muro". Di certo ce l’ha col caldo. Si siede accanto al Cacciatorino e insieme ordinano il quindicesimo caffè della giornata. Gli altri arrivano alla spicciolata.
Sta arrivando.. il passo è lento, la protesi al ginocchio lo costringe a fermarsi ogni cinque passi. Doveva essere un bell’uomo questo Roberto Torta, detto “il Presidente”. Ogni giorno la solita solfa: “Sono io il Presidente della Regione”. Anni fa, eludendo la sorveglianza irruppe nella sala gialla di Palazzo dei Normanni e iniziò a urlare: “Sicilianiii!! Sono io il vostro Presidente. Sono io!”. Lo internarono per cinque anni. Fa sempre la corte a Jana, la splendida signora che con fare felino, la voce sensuale e tacchi vertiginosi si unisce alla compagnia. Ha anche lei la sua età, ma le cosce marmoree non la tradiscono mai. Ogni giorno viene in questo bar e ricorda a Gery la sua affinità elettiva. Ma Gery da quest’orecchio - e anche dall'altro, vista l’età - non ci sente.
Ecco Rocco Siffredi. Ancora bello come il sole. Ha aperto una scuola professionale dove insegna come fare una lunga, lunghissima carriera. E’ miliardario, continua ad andare su e giù, giù e su: Roma - Palermo, Palermo - Roma. E non dimentica gli amici, anzi viene sempre più spesso...
Preceduta da un profumo, che manco Padre Pio, arriva Verbena che nel frattempo ha aperto un supermercato di cioccolato, nel senso che tutto, dai carrelli alle casse è fatto del dolce commestibile. Lei adesso è una donna appagata. Ha ritrovato tutti i protagonisti – fino alla settima generazione - della trilogia del sesso perduto: zucchine, colleghi normodotati e trombamici.
Piano piano il bar si sta riempendo. Ecco Iko, Lesandro, la Contessa, Matt, Ste, Ro, Ultraman, Cinema and cigarettes (che ha osato taroccare l’immagine del Beato Schifani e poi si è reso conto che l’originale è molto meglio). Si siedono tutti.
Arriva Gery, fresco di pannolone nuovo, prende la sua sedia a dondolo e raggiunge gli amici. Lui, illuminato e riscaldato dal sole, ha un “post” a parte. “Allora… ci siete? Oggi parliamo di come friggere l’aria senz’olio”. Jana sospira: “Dio mio, quanto è bravo ‘sto Gery!”
giovedì 8 maggio 2008
Cinque istantanee per un governo
Cinque istantanee per una panoramica sul nuovo governo Berlusconi.Sandro Bondi, ministro ai Beni culturali. Uno di cui persino Sgarbi ha dovuto dire: "E' un misto tra Don Abbondio e Massimo Boldi, un misto di ipocrisia e comicità".
Mara Carfagna, ministro per le Pari opportunità. Una che ha un curriculum di questo tipo: "Nel 1997 ha partecipato al concorso di Miss Italia piazzandosi al sesto posto. Dal 2000 al 2006 ha partecipato al programma La domenica del villaggio condotto da Davide Mengacci, in qualità di valletta. Nel 2006 ha condotto il programma Piazza grande. Nel 2007 ha partecipato con un cameo alla serie tv Boris, impersonando il ruolo della cuoca Matilde, lavoro da lei realmente svolto in passato".
Roberto Calderoli, ministro alla Semplificazione (di che? Del pensiero breve? Dello sputo dei semi di zucca?). Uno che ha detto, tanto per fare un minuscolo esempio: "La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni".
Elio Vito, ministro ai Rapporti col Parlamento. Uno che a 25 anni era nel consiglio federale dei Radicali con Rutelli, poi diventato suo acerrimo nemico, e a 32 era deputato di Forza Italia in quello che sarebbe passato alla storia come il Parlamento degli inquisiti. Non potevano farlo ministro all'Equilibrismo?
Umberto Bossi, ministro alle Riforme (mi vergogno a usare la maiuscola). Uno che la scorsa settimana ha detto: "Abbiamo pronti 300 mila uomini. I fucili sono sempre caldi".
P.S.
La Carfagna pero è bona e si merita la foto nel post.
mercoledì 7 maggio 2008
Calci in faccia
Quale attenuante giudiziaria, quale ipotesi di omicidio preterintenzionale, quale dibattito politico possono recintare la violenza che spinge un branco di ventenni ad agire in modo così selvaggio e insensato?
Ho immaginato più volte questa scena in questi giorni e ogni volta ho interrotto il pensiero al contatto tra i piedi scarponati dei carnefici e la faccia incredula della vittima. C’è in questa scarica orribilmente muscolare un che di medioevale. Questi ragazzi vedevano pur essendo ciechi, succhiavano l’esistenza altrui prosciugando la propria. Se fosse un romanzo horror chiederei un feroce ed eterno contrappasso per loro: in catene a raccogliere coi piedi ciò che coi piedi hanno tolto - cibo, respiro, vita - in una contorsione di corpi prigionieri che sia specchio della loro insulsa mente.
martedì 6 maggio 2008
La classifica di Fini
Non voglio pensare che sulla trovata di Fini abbia pesato l’ideologia (ultrasinistra in campo nei fatti di Torino, destra nazista nelle vene degli sciagurati assassini di Verona), ma ciò che mi turba è che tutto il centrodestra abbia fatto quadrato attorno al leader di Alleanza nazionale, nel segno di una volgare blindatura di coalizione. Le scemenze non hanno partito e dovrebbero essere arginate prima di tutto dagli stessi compagni (o camerati) d’avventura del propalatore. Sarebbe un gesto non bello, ma umano, e contribuirebbe a dare alla politica italiana la dimensione che le manca: quella della realtà. Se io sparo una cazzata in pubblico, spero che siano i miei amici a correggermi ancor prima che lo faccia qualcuno del pubblico. E io non ho uno stipendio da parlamentare, non rappresento niente e nessuno neanche nel mio condominio e non sturo il mio esofago blaterando a Porta a Porta.
Fini invece stila la sua classifica. Ovviamente dando i numeri.
sabato 3 maggio 2008
Una volta si chiamavano ebrei
È apparsa da qualche anno sui vocabolari una brutta parola: “tempistica”. I manager la usano in senso positivo: chi rispetta una tempistica prestabilita vince l’eterna lotta fra produttività e lancette dell’orologio. I poliziotti, invece, ne fanno largo uso per descrivere la concatenazione di atti criminosi in un arco temporale delimitato, che si conclude con il reato “principe”. In entrambi i casi, l’analisi della tempistica che regola o ha regolato un determinato evento permette anche di formarsi un giudizio sullo stato d’animo, l’intelligenza, l’efficienza, la chiarezza di idee e la competenza dei soggetti che lo hanno posto in essere. La tempistica esula persino dal tempo, volendo: è anche successione di luoghi, di scenari, elementi costitutivi del corso dell’azione e del pensiero che la sorregge. È logica.
Provo anch’io – malissimo, ne sono cosciente – il mio calcolo della tempistica, prendendo spunto da una notizia apparsa ieri sull’edizione online del Corriere della Sera. Siamo a Torino. C’è il festeggiamento per il primo maggio 2008 a piazza San Carlo. Tra qualche giorno si aprirà la Fiera del libro, sempre edizione 2008. Quest’anno la fiera ha scelto – non ora, mesi fa – Israele come paese ospite (o meglio: ha scelto di ospitare gli scrittori israeliani). Al corteo del primo maggio ci sono alcuni giovani dei centri sociali e – riporta il Corriere – dell’associazione Free Palestine. I ragazzi bruciano due bandiere: una americana, l’altra israeliana. Le ragioni sono quelle di cui abbiamo già discusso qui in casa Palazzotto. Siccome i militari israeliani bombardano la Palestina, ne consegue che Torino non deve ospitare gli scrittori d’Israele. Ne consegue? Un attimo: ma la tempistica dell’evento? Ripetiamo: primo maggio, festa dei lavoratori. Diritti, rispetto dei. Corteo. Fiera del libro tra poco. Torino. Israele. Bombardamenti in Palestina. Aguzzini israeliani. Scrittori israeliani. Libri. Bombe. Proiettili. Parole. Bandiere bruciate. Diritti dei lavoratori. Oh, cavolo...
Un minuto. Ripetiamo. Dunque: logica, tempistica. Primo maggio. Diritti dei lavoratori. Libertà. Romanzi. Parole. Scrittori. Libertà, ancora. Espressione. No. Militari scrittori. No. Scrittori militari. No, scrittori aguzzini. No, scrittori sono i palestinesi. Gli israeliani sono militari. No, ci sono scrittori israeliani. Militari romanzieri. Bombardamento sulla Palestina. Di libri. No, di bombe. Vabbè, fa lo stesso. Centri sociali torinesi. Bruciamo le bandiere. Fiera del libro di Torino arsenale dei libri – ooops – delle bombe degli scrittori israeliani. Militari. Aguzzini. Israeliani. Ma non erano anche ebrei? No, ormai sono israeliani. Sì, ma sempre ebrei. Boh, che ne so, fa lo stesso. Anzi no. Gli israeliani sono cattivi, gli ebrei erano buoni. Cioè, praticamente è così. Che facciamo? Abbasso Bertinotti. Anche. Bruciamo ‘ste due bandiere, va’. Prima quella americana o quella ebr… israeliana? Boh, che ne so. È uguale. No alle morti sul lavoro! Abbasso Israele. Abbasso la Palestina! Cretino, la Palestina sono i buoni! Vero-vero-vero… Scusa, compa’.
Prendi lo zippo, cioè. Che giorno è? Il primo maggio. La festa dei lavoratori? No, l’ante ante vigilia della fiera del libro. E pure la festa dei lavoratori. Abbasso gli Stati Uniti!
Inutile. Non ci riesco. Non capisco. E quasi mi importa poco di capire. La tempistica va a farsi fottere. La logica peggio.
Non mi resta che leggere un libro di qualche israeliano, che una volta era da tutti conosciuto come ebreo.
giovedì 1 maggio 2008
Rime utili
Ma che c’avete da nascondere? Forse non lo sappiamo quanto guadagnate? Voi che ululate contro la pubblicazione dei redditi online siete i più ricchi: credete che sia una vergogna? Lei, Beppe Grillo, che ha sempre lodato il mezzo internettiano, come mai alza la cresta contro un atto puramente telematico solo perché si rende pubblico quanto guadagna (senza colpe, immagino)? E lei, garante della privacy, che ha bloccato tutto in nome della tutela della riservatezza, crede che siccome segreto fa rima con divieto il suo provvedimento sia consono, indiscutibile? Le do io qualche suggerimento per rime utili: milioni-marpioni, Agenzia delle entrate-finanze malate, libertà-disparità, evasione-pubblicazione, dipendenti-perdenti, politicanti-troppo distanti, Grillo-brillo.
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