lunedì 30 giugno 2008

La casetta bianca

Con questo articolo Roberto Puglisi, giornalista e infaticabile sostenitore della grandezza dei minuscoli, inaugura la sua rubrica. Molti di voi lo conoscono già e non potranno che apprezzare. Agli altri porgo l'invito per una lettura non qualunque.

di Roberto Puglisi

Immaginate un prato pieno di fiori. E, nel prato, una casetta bianca. È l’incipit di Pierino e il lupo, per come lo ricordo io. Nell’edizione che posseggo, il narratore è Eduardo De Filippo. Pronuncia la frase iniziale con una lieve inflessione napoletana. Una schiumatura di caffè, zuccherato come piace a me.
L’esordio dell’opera di Prokofiev mi è venuto in mente leggendo la storia di tre fratelli matti di Misilmeri. Una sorella è morta, gli altri due si sono asserragliati in una casa colma di rifiuti per evitare che quelli dell’ambulanza prelevassero il cadavere. Mi è tornato alla memoria Eduardo per contrappasso, per la discrepanza tra la cronaca e il sogno. Erbacce incolte (un prato pieno di fiori), una catapecchia (una casetta bianca), popolata da strani fantasmi, rischiarati dal lume della loro follia (lì dentro ci abita un ragazzo. Si chiama Pierino). È bastato rovesciare la trama delicata che precede la musica nel disco, per avere davanti esattamente quello che il Giornale di Sicilia narrava, in un bel pezzo scritto da Antonella Folgheretti. Ho sentito l’ansimare degli altri due fratelli - un maschio e una femmina - che scoprono il corpo della sorella Caterina. Poi si chiudono dentro. Arrivano quelli dell’ambulanza e vengono respinti. Arrivano i carabinieri. La catapecchia viene cinta d’assedio. Non è la prima volta. Quarant’anni fa la stessa famiglia si barricò per evitare il ricovero di un congiunto in un ospedale psichiatrico. Elettrificarono la porta e spararono - si dice - un paio di fucilate. Stavolta si sono limitati all’essenziale, perchè l’esperienza insegna qualcosa a tutti. Hanno sbarrato l’ingresso. Un fratello ha brandito una pistola, come dissuasore. Un cane da discarica abusiva ha ringhiato agli assalitori. In tre circondati dal mondo, da quel paese che li chiama "i morti", che ride, quando passano, che non ha mai guardato nei loro cuori, oltre il velo della malattia, perchè è difficile, se non impossibile, riuscirci. Perchè mai avrebbero dovuto lasciarlo entrare? Si sono difesi, fino a sera. Hanno custodito la sorella che non volevano abbandonare neanche al cimitero. Hanno lottato con la forza della pazzia, fino all’irruzione dei carabinieri. Si sono battuti per sovrumano, lercio e incomprensibile amore. Forse avevano tanto da proteggere. Forse vedevano tutto intorno un prato pieno di fiori. E, nel prato, una casetta bianca.

sabato 28 giugno 2008

L'altro nome della speranza


Per il fine settimana vi lascio un compitino abbastanza semplice. Per svolgerlo ci vogliono poco più di otto minuti. Il tempo necessario per guardare questo video di RayTrust, che - vi avverto - contiene immagini crude.
Sono tempi difficili quelli in cui viviamo. Cerchiamo di identificare alcune pietre miliari: chi ha fatto del bene, chi è nostro nemico (di tutti, al di là delle patenti politiche), cosa bisogna evitare e soprattutto qual è l'altro nome (perché ci deve essere) della speranza.
Buon fine settimana.

venerdì 27 giugno 2008

Intercettazioni

Ho ascoltato le nuove intercettazioni telefoniche di Silvio Bellico. A parte il rigurgito di cialtroneria del soggetto, non mi pare che meritassero una diffusione urbi et orbi.
Il personaggio in questione è uno che dà del tu a tutti e che riscuote un devoto “lei”. E’ già una consolazione: coi tempi che corrono, mi aspettavo che qualcuno gli desse del voi, anzi del vossia. E poi che maleducazione: fa chiamare le segretarie e lascia in attesa l’interlocutore per minuti interi. Lo scandalo vero è che nessuno, nel frattempo, abbia riattaccato.

giovedì 26 giugno 2008

Silvio bellico

Non c’è da dilungarsi sul significato politico delle ultime dichiarazioni di Silvio Berlusconi contro certi giudici “metastasi del Paese”. Si sa – è cronaca - che queste particelle tumorali in circolo per la nazione sono in realtà gli anticorpi che cercano di immobilizzare e disinnescare i virus che lo stesso Berlusconi ha inoculato.
Ciò che mi preoccupa di più è lo stato psichico di un premier che mostra, giorno dopo giorno, un pericolosissimo e rapido decadimento. D’accordo, non ci si aspetta da lui una posizione super partes neanche se c’è da discutere sul sesso degli angeli. Un presidente del Consiglio non è il presidente della Repubblica: è espressione di una maggioranza politica e ha un mandato complesso da portare avanti. Segue le regole della democrazia, almeno teoricamente. Perché, anche se il premier è ontologicamente di parte, deve agire nell’interesse di tutte le parti, compresa la mia e quelle degli altri che non lo hanno votato. Quando le parole, specie in un’occasione di pubblica rappresentanza, diventano cazzate immense (se non offese da denuncia penale) bisogna allarmarsi. Al capo del governo non si chiede equidistanza, ma ragionevolezza.
E Berlusconi – diciamolo chiaramente - ormai sragiona.

mercoledì 25 giugno 2008

Stava con una ballerina

Una donna parla della ex di un suo ex. Oppure della ex di un suo amico caro. Oppure della ex di un suo parente stretto. Insomma parla della vecchia fiamma di un uomo per il quale ha stima\affetto\interesse.
“Lei era una ballerina”.
“Ah”.
“Sì, ma ora lei pesa cento chili”.
“Ah”.
“E ha un fidanzato che ne pesa venti”.
Voi non conoscete il soggetto maschio in questione, ex fidanzato, amico caro o parente che sia. Ma istintivamente siete portati a stimarlo per vari motivi.
1) Stava con una ballerina, mentre voi al massimo siete stati con una che vi faceva ballare e senza musica per giunta.
2) Non vi sarà mai concesso di conoscere la famosa ballerina per il punto che segue.
3) Sul cedimento della ex avete solo una testimonianza de relato e gravemente minata nell’attendibilità.
4) La ex ingrassa sempre (o si imbruttisce comunque), nell’immaginario collettivo femminile, quando perde la titolarità.
5) L’uomo che la recupera, nonostante pesi solo venti chili, se la gode alla grande.

martedì 24 giugno 2008

Ambiente e dementi


Le notizie ecologiche sono tali solo se sono foriere di disastri incommensurabili o se hanno termini di paragone assoluti. Coi mezzi d’informazione funziona così: o c’è una sciagura imminente perché qualcuno ha turato lo scarico di una diga oppure l’estate torrida (sempre quella che si avvicina) è “la più calda del secolo”. Eppure gli scienziati ci hanno insegnato che il tempo, persino nell’universo limitato che ci ospita, va misurato in secoli, millenni. E il tempo è puntuale.
Fateci caso. C’è un’esplosione di emergenze rifiuti, dopo Napoli, in tutta Italia. Ma per riempire (e colmare) una discarica ci vogliono anni. Gli anni, dal momento che fanno squadra col tempo, sono puntuali anch’essi. Non è successo quindi nulla di incredibile alle nostre discariche, non sono impazzite in sincrono con quelle campane: semplicemente, dopo anni, si sono saturate. Tutte insieme, sì. Perché sono figlie di una comune, scellerata, politica ambientale. E peggio andrà nei prossimi anni, se non ci decidiamo a cambiare registro. Ieri sentivo, in un telegiornale, la dichiarazione di un sindaco del Trapanese che, tutto orgoglioso, comunicava alla popolazione l’identificazione di una nuova area in cui depositare i rifiuti. Diceva: “Per almeno otto anni siamo tranquilli”. “E poi?”, qualcuno avrebbe dovuto chiedergli.
C’è il rischio che quest’estate, per la prima volta dall’alba dell’homo sapiens, il Polo Nord si ritrovi a corto di ghiaccio, con conseguenze più che spaventose per la sopravvivenza sulla Terra. Qualche giornale ne darà conto oggi e, ci potete giurare, ci sarà sempre un sindaco, un presidente, un consigliere di qualcuno/qualcosa che tranquillizzerà: “Per almeno otto anni siamo tranquilli”.

lunedì 23 giugno 2008

Tutti a casa

Per fortuna.

venerdì 20 giugno 2008

Saviano, la camorra e miti inutili


La dura sentenza d’appello contro il clan camorrista dei Casalesi, letta sotto gli occhi dello scrittore Saviano, ci dice molte cose.
Primo. Lo Stato può essere forte senza necessariamente mostrare i muscoli. L’applicazione della legge e il rigore di pene certe non rientra in nessun “pacchetto emergenza”: deve essere una regola senza eccezioni.
Secondo. Il clamore di un romanzo di successo è utile per accendere qualche riflettore su fenomeni dimenticati o, peggio, ignorati. E’ una spinta a mano, ma non può costituire motore. La letteratura accende rivoluzioni, le coscienze le alimentano.
Terzo. La personalizzazione spietata operata dai mezzi di informazione nella lotta del bene contro il male ha la grave controindicazione di costruire miti falsi. Falsi perché calati in ruoli estremi e ostili alla pubblica credibilità. Saviano è uno scrittore, non un Masaniello. Il delinquente Sandokan non ha la caratura di un boss onnipotente.
Quarto. A questo punto, se un romanzo collettivo deve essere scritto, è bene dare la parola alle decine e decine di vittime dei Casalesi: figli senza padri, genitori che piangono figli, commercianti senza più negozio, giornalisti con la scorta armata. Un romanzo di denunce, accuse circostanziate, resoconti precisi che porti al gran finale: l’identificazione di tutti i complici e favoreggiatori del clan.
Quinto. L’attenzione sul fenomeno criminale non è frutto di un’elargizione dello Stato, veicolata in questo caso dalla risonanza di un’opera letteraria e cinematografica. E’ piuttosto un dovere: ci sono occhi pagati per guardare, bocche per riferire, cervelli per pensare e mani per ammanettare. Un Paese che aspetta uno scrittore per muovere le sue pedine è un Paese senza capo e con molte code.

giovedì 19 giugno 2008

Il Montale ministeriale

Non voglio fare il professorino e se, per caso, cadessi nella trappola del quanto-sono-saputello vi impongo di censurarmi (sono ammesse, per una volta, le ingiurie). Il tema è veramente delicato. Perché di tema, in senso stretto, si tratta. Tema di maturità, anno 2008. Ieri.
Ripenso il tuo sorriso, Ossi di seppia, Eugenio Montale, 1925.
Il candidato deve riassumere brevemente “il contenuto informativo della lirica in questione”. Come osserva Giorgio De Rienzo, studioso dell’Ottocento e del Novecento, saggista e columnist del Corriere della Sera, la poesia “non ha il valore di una notizia”. Il contenuto informativo, in questo caso, è quindi impossibile da riassumere, spremere, estrapolare. Si può commentare, ma in punta di piedi. Inquadrare in un contesto storico, ma con riguardo centellinato.
Nel quarto componimento della terza sezione di “Ossi di seppia”, Montale (premio Nobel per la Letteratura nel 1975, mica un fesso) evoca un ricordo a lui caro. I liberi pensatori del ministero della Pubblica (inutile e deleteria) istruzione decidono, senza chiedere il permesso a nessuno, che quel pensiero deve essere ispirato “a un ruolo salvifico e consolatorio della figura femminile”. Un ruolo che il povero maturando deve individuare e, soprattutto, descrivere.
Follia pura, ignoranza viscida (dei liberi pensatori del Ministero).
Come tutti (ormai) sanno la poesia è dedicata a un vecchio amico di Montale: uomo, maschio, peloso, biforcuto. Altro che figura femminile!
Scusate se mi accanisco. Cerchiamo di focalizzare la gravità dell’errore.
Maturità. Giovani. Formazione. Cultura.
Lo Stato, nella sua basilare emanazione formativa (la scuola), impone agli studenti di misurarsi con la sua stupidità. Cioè: io, Stato, sparo una cazzata madornale; tu, studente, ci fai un tema perché io te lo impongo e se sgarri ti boccio.
Immagino che ci siano esperti pagati per studiare le tracce dei temi. Ministeriali spocchiosi e irremovibili. Gente che lavora solo per partorire un paio di paginette all’anno. Fuori di metafora, se fossi il ministro dell’Istruzione caccerei a calci in culo gli autori di un simile crimine culturale. Non tanto per Montale, che è uno, sepolto e purtroppo dimenticato. Quanto per le migliaia di “vittime” di un’ignoranza impartita tra i banchi, giovani alle prese con un esame che ancora si chiama “di Stato”, apprendisti inconsapevoli in una nazione di sciatti.
Calci in culo in eurovisione, poco prima di Italia-Spagna.

mercoledì 18 giugno 2008

Democrazia


Sapevo che non c’erano speranze, ma sono andato a votare lo stesso. È un vecchio tic quello di stare dalla parte dei perdenti. Al liceo tifavo per i troiani. Mi piaceva Ettore. Chi soccombe - ritenevo allora e non ho cambiato idea - almeno conserva un barlume di umanità. Niente a che vedere con la spocchia di Achille che vinceva tutte le sfide come la Juventus di Platini. Bella forza: erano entrambi immortali. Dunque sono andato a votare per questo centronistra comatoso che presentava una persona in gamba alle Provinciali, contro un apparato nucleare di preferenze. Mi sono incamminato per la strada verso la «gabina», lunedì mattina. Lo scenario era lo stesso di sempre, come un presepe che rassicura l’animo del suo costruttore ad ogni Natale. C’era il vigile con la camicia sbottonata. C’era il carabiniere che pareva uscito dalle illustrazioni di un Pinocchio minore. C’era l’attivista dell’opposizione, con un ventaglio di sguardi malinconici: i celebri sguardi depresso-comunisti che fanno perdere dieci-venti voti, solo incrociandoli. C’erano gli occhiuti pesci medi della maggioranza, convenuti per proteggere le pinne dei pesci grossi. Il sorriso che sfoggiavano aveva davvero un altro calibro.
Ho attraversato il corridoio di una scuola media. «Però che bella cosa la democrazia», pensavo. E canticchiavo tra me e me una vecchia strofa di Gaber sulle elezioni. Al mio seggio non c’era nessuno. Per la verità: nessuno nemmeno altrove. Noncurante e rammentando l’eroismo ben maggiore di Ettore, figlio di Priamo, sono entrato nella stanza che simboleggiava la mia potestà di cittadino nell'atto di esercitare il sacro e laico diritto di voto. C’era una donna con le lenti a contatto che somministrava segni fragili a una sghemba lavagna. C’era uno scrutatore pettinato come Mal, o forse come Furia cavallo del West. E c’era un vecchietto accoccolato su una sedia, il presidente di tutta la baracca, secondo indicazione dei presenti. E che faceva il signor presidente al cospetto di un rappresentante popolo sovrano? Russava.

martedì 17 giugno 2008

Emilio F. Forever

Ieri pomeriggio, dopo una lunga giornata di lavoro, avevo voglia di distrarmi un po’. Ho acceso il televisore e mi sono ricoverato nel Tg4. Non sono rimasto deluso.
Il tg di cui – come scrisse Michele Serra – è tenutario Emilio Fede è sempre uno spettacolo di intrattenimento quasi pirotecnico.
Quando lavoravo al giornale, nei momenti in cui mi sentivo stanco, stressato o vessato c’era sempre il tasto 4 del telecomando a risollevarmi. Così è stato anche ieri.
Il tempo, per fortuna, fa un buon servizio oltre che al vino e all’arte... anche a Emilio Fede. Il direttore-intrattenitore ieri si è esibito in un numero difficilmente eguagliabile.
Per spiegare al suo pubblico il giro di vite del governo Berlusconi sulle intercettazioni telefoniche ha imbastito una serie di interviste, sagacemente studiate: per completezza di informazione.
Quattro pareri: uno pro (quello del senatore Udc Francesco Pionati), uno pro (quello del sostituto procuratore di Venezia Carlo Nordio), uno pro (quello del direttore del Mattino Mario Orfeo), e uno pro (quello del direttore de Il Tempo Giuseppe Sanzotta).
Un maestro della risata, Emilio Fede, che ovviamente si è riservato la geniale battuta finale pronunciando, a proposito della correttezza dell’informazione, la parola “deontologia”.
Se fossero ancora vivi, Franco e Ciccio profanerebbero con gioia la collaudata formula del duo. Franco e Ciccio? No, molto meglio: Franco, Emilio e Ciccio.

lunedì 16 giugno 2008

Il circo europeo

Strano mondo, quello del calcio. Mi ci immergo, con cautela, solo nelle grandi occasioni. E non finisco mai di stupirmi per questo circo di acrobati delle regole, di equilibristi delle parole, di domatori della logica.
C’è un allenatore della squadra campione del mondo che quando parla sembra un oscuro impiegato di Orwell. E' lecito pensare che la dote principale di un uomo di tale prestigio dovrebbe essere la fantasia: invece quando la mente monocellulare di un giornalista sportivo riesce a imbastire una domanda sensata (magari vagamente ironica, magari con un raro punto interrogativo) lui si trincera dietro un cancello di bisillabi che, messi insieme, non assurgono al ruolo di frase.
Ci sono opinionisti che discettano di "biscotti" e di polpacci, stilando classifiche di ogni genere: dal calci d’angolo ai colpi di testa, dal possesso di palla alla media di fili d’erba per centimetro quadrato di campo.
Ci sono giudici, leggi arbitri, che sbagliano e che, di conseguenza, condizionano l’esito di una partita. Magari ammettono l’errore con un’alzata di spalle, ma solo quando la frittata è fatta. E nulla accade.
Ci sono inni nazionali dai toni bellici. “Siam pronti alla morte” non è proprio l’ideale per una competizione sportiva, a meno che non si svolga al Colosseo, tra belve e catene.
C’è da impazzire.

venerdì 13 giugno 2008

Aria ai denti

Alcune dichiarazioni tratte dai giornali di ieri. Giudicate voi qual è la più ridicola.
Forza Italia
Elena Santarelli: 'Se l'Italia vince contro la Romania mi spoglio a Bari, in diretta su Mtv''.
Oh, Angelina
Angelina Jolie: “In casa ho una pistola, so usarla”.
Incompreso
George Bush in Italia: “Sugli Usa c’è troppa disinformazione”.
Pinguini a scoppio
British Petroleum: “Per soddisfare la sete di petrolio, bisogna trivellare in Antartide”.
Rissa a poppa
George Clooney: “Ho lasciato Sarah Larson perché voleva rifarsi il seno”

giovedì 12 giugno 2008

Spam

Non so voi, ma io odio visceralmente lo spam, una pratica invasiva, inutile e spesso oltraggiosa. Le ultime mutazioni genetiche consentono a certi propalatori di cazzate di aggirare i filtri delle moderne caselle di posta elettronica. Negli ultimi giorni sono vittima di un'aggressione monotematica, quella di una non meglio identificata "European Pharmacy". Sono andato sul sito in questione e ho ingiuriato i proprietari, gli impiegati, i loro parenti e persino i loro vicini di casa. Non so se vi è mai capitato di trovarvi con la e-mail ingolfata da messaggi inutili, ma vi assicuro che c'è da sudare dai denti.
Al momento l'unica difesa che vedo è questa: quelli di "European Pharmacy" sono degli emeriti stronzi, non comprate neanche un'aspirina da loro. Di certo sono dei truffatori!
P.S.
Se vi capita, insultateli (anche per mio conto).

mercoledì 11 giugno 2008

Quelli contro

Esiste una categoria di persone particolarmente fastidiosa. Sono quelli contro, a ogni costo.
Si ostinano a navigare controvento, o meglio a ostentare la loro navigazione controvento, anche quando l’aria è ferma. Li trovate a ogni angolo di discussione, ovunque ci sia la possibilità di imbucare un parere. E – fateci caso – raramente il loro è un parere richiesto. Criticano senza argomentare, minano alle fondamenta il rigore della logica, si esibiscono a orecchie tappate perché ascoltare gli altri è per loro una grave forma di inquinamento cerebrale.
Ne conosco di due tipi: gli snob e i rissosi.
Il ragionamento dei primi è semplicissimo. Criticano qualcosa che non hanno visto, che non hanno sentito, di cui non hanno neanche una prova epidermica. Sono i migliori sostenitori del Partito Preso e i peggiori promulgatori delle ragioni dello stesso.
I secondi sono un po’ più sofisticati e – diciamolo – anche un po’ più intelligenti. Generalmente, proprio per alimentare la fiamma dell’ira che li fa (così credono) personaggi, hanno studiato l’argomento di cui blaterano. Ma si sentono biologicamente costretti a ricostruirlo in modo speculare rispetto alla comune opinione. Sta in questa costrizione masochistica il segreto della loro orgogliosa vacuità. Le opinioni controcorrente sono terreno fertile per la cultura e la civiltà (e anche per un sano cazzeggio), a patto che siano libere. Le loro sono incatenate all'ombelico. Sono battute mal recitate di un copione che nessuna persona sana di mente si sognerebbe di scrivere.

martedì 10 giugno 2008

Tre a zero

Ho avuto una giornata difficile. Lavoro e casini vari. Ho fatto i capitomboli per riuscire a vedere la partita dell'Italia. Birra, divano, tv, eccetera...
Ottimi birra, divano, eccetera. Sarebbe stato meglio atterrare, dopo i capitomboli, davanti a una tv spenta.

lunedì 9 giugno 2008

In morte di un raccontatore



Dino Risi è morto. Non sto qui a fare un’esegesi dettagliata della sua filmografia: rischierei l’imprecisione, la pedanteria o, peggio ancora, la riesumazione di atti dovuti e mai concessi che non sopravviveranno al valore dell’opera nella sua totalità, come sempre accade quando ci si trova di fronte al lavoro di un artista completo e complesso. Ma cristallino nella sua semplicità: la vera la dote dei veri narratori. Risi è un regista che meriterebbe una materia a sé nei programmi scolastici dedicati alla storia degli ultimi cinquant’anni del nostro paese. Chi vuole approfondire, chi non l’ha ancora fatto, vada in una videoteca e compri tutto quello che porta il suo nome, senza fermarsi a “Il sorpasso” oppure a “Una vita difficile”, chiedendo notizie anche de “Il Gaucho”, magari, o di “Primo Amore” o, ancora, di “Straziami ma di baci saziami”. Insomma, faccia da sé, come è giusto che sia. Io mi limito a dire che con la scomparsa di Risi si assottiglia l’ormai esigua lista di personaggi dei quali un’Italia anodina anche a sinistra – incline a toccarsi l’uccello con l’orlo della camicia, più attenta alle tessere di partito e agli intellettualismi che alla sincerità di un talento puro, scintillante – ha troppo a lungo rinunciato a essere orgogliosa. Parlo dei personaggi che sapevano raccontare come se respirassero. Parlo dei personaggi che provocano fastidi e pruriti con il loro complicatissimo candore. Parlo dei personaggi che è stato e sarà bello ascoltare anche nelle interviste, per sempre, perché da raccontare avevano tanto, e lo facevano in ogni occasione, senza perdere un grammo di stile, arguzia e sincerità. Parlo di personaggi che non facevano sconti a nessuno, e soprattutto a se stessi. Ecco come mi piace ricordare, da umile spettatore, il regista, il sottovalutato, lo sminuito Dino Risi: un grande raccontatore italiano. Prova ne sia che lo si è capito solo in articulo mortis.
Dino, a me e a moltissimi piacevi anche prima.

sabato 7 giugno 2008

Sarà capitato anche a voi.../2


San Carlo. San Luca. San Francesco. Guardando il culo di Giusy mi sento in paradiso, mi vengono in mente i santi. Li metto in ordine alfabetico per non zomparle addosso. E’ qui accanto a me.
Giusy, non insistere, Giusy, basta... Giusy non voglio che tocchi il mio pc. Giusyyyy finiscila! Gioca, la ragazza. La ragazza è una profumiera come poche. Le profumiere si dividono in due categorie: quelle che poi la danno e quelle che te la danno prima di poi. Nel suo caso ha seriamente inciso l’educazione familiare.
Suo padre è il direttore di un ufficio postale con due soli dipendenti, ma a sentirlo parlare gestisce un ministero e se ti becca ti fa due palle così con le differenze tra il Banco posta e le altre banche. E’ una di quelle persone che ha una soluzione per tutto. Non c’è niente che non abbia capito. Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che quando si rompe la tavolozza del bagno la buttano e quelli che sanno sostituirla. Lui è capace di sostituire anche le piastrelle.
La madre di Giusy è una Porcona senior. Al microscopio i suoi neuroni sono in costume da bagno che prendono il sole. In palestra la chiamano la bona del tapis roulant. Non fa mai lo shampoo a casa perché “questo crespo non si leva”. Vive dal parrucchiere.
Lavora in ospedale, settore amministrativo. Ha avuto un amante per anni. Del resto un amante o è “per anni” o è una trombata. La signora in questione è una di quelle belle quarantacinquenni sempre in ordine, truccate, ben vestite, con i tacchi, sempre profumatissime anche il 10 agosto.
Sto uscendo. E’ domenica. Mando un sms a Giulio, il mio amico. Gli amici si dividono in due categorie: quelli a cui bisogna spiegare tutto e quelli con cui non c’è bisogno di parlare. Giulio appartiene alla seconda categoria.
Mi arriva un sms, ma non è di Giulio.
“Mi sono messa il tuo profumo. Adesso anche i miei pensieri hanno il tuo odore. G.”
Penso: siamo a posto. Questa ragazza sta diventando pericolosa.
Immagino una scena. Lei corre nuda per casa mentre io, leggiadro come solo con la fantasia posso essere, la inseguo per poi prenderla e profanare reiteratamente la sua giovinezza. Sul più bello arriva mia moglie che in un sol colpo mi agguanta, mi riempie di botte, mi caccia da casa, mi fa causa e riscuote l’assegno mensile.
Io Giusy non me la farò mai. Ne sono certo. E questo si chiama amore. Per se stessi.
Giulio mi aspetta al bar. Siamo vestiti allo stesso modo: Lacoste azzurra e maglioncino di cotone Lacoste sulle spalle. Ho i miei pantaloni di lino, le Hogan d’ordinanza e lo sguardo perso da uomo malinconico. E’ l’effetto del chiodo fisso piantato nel mio cervello: il culo di Giusy.
Giulio non è solo. E’ con una bruna che non finisce mai, capelli lunghi e zigomi alti. Ha un paio di jeans che le disegnano due gambe ben tornite. La prima cosa che noto è l’accento. Milanese.
Ti presento Andrea, mi dice Giulio. E mentre le stringo la mano sento qualcosa che mi prende all’altezza l’ombelico e fa roteare ogni mio organo interno. Riesco solo a dire “piacere” e le vedo: Giusy e mia moglie sono arrivate a tradimento. Pure loro in questo bar. In questa domenica di giugno.
Andrea, Giusy e mia moglie. Cerco di dare un ordine ai pensieri. Un ordine alfabetico. A, come Andarsene.
2. continua

venerdì 6 giugno 2008

Dubbi nucleari

L’incidente, o presunto tale, nella centrale nucleare slovena di Krsko ripropone, afferrandolo per la collottola, un tema di discussione spinoso. Come risolvere il problema energetico del nostro Paese?
Quando, 20 anni fa, decidemmo di abbandonare il nucleare non ci interrogammo troppo su chi e come avrebbe continuato a produrre elettricità per illuminare le nostre case e ci lasciammo cullare dal sogno di un mondo più pulito, sicuro. Su molti di noi pesò l’effetto Chernobyl: la grande paura per l’assassino invisibile proveniente da un mondo invisibile (la Russia era ed è ancora un territorio di cui si hanno più sensazioni che testimonianze) ci spinse a ripudiare quel metodo di spremere energia da un metallo trattato.
Sull’argomento trovate, nel web, testimonianze prestigiose e molto più esaustive della mia quindi vado al punto. Mettere in discussione il nucleare quando si verifica un inconveniente (quello di Krsko non viene catalogato neanche come incidente, ma fa comunque un certo effetto) è come discettare del vitigno dopo essersi scolati tre bottiglie di vino: manca la lucidità.
Il concetto di sicurezza assoluta non può essere l’unico parametro da esaminare. Non risulta che nel nostro Paese le dighe siano state messe in discussione, eppure qualche disastro l’hanno causato. Non risulta che le centrali elettriche siano fuori legge, eppure qualche tonnellata di materiale inquinante la riversano ogni giorno nell’ambiente.
Uranio impoverito, uranio arricchito: già solo a scriverle queste parole mi fanno paura. Perché penso a chi dovrà maneggiare questo materiale, a quali sistemi di sicurezza garantiranno (lo garantiranno?) il trattamento e lo stoccaggio.
Ecco, di questo vorrei che si parlasse. Degli uomini che vigilano su questa risorsa, della modernità dei macchinari, della loro manutenzione, dei sistemi di allarme. Di civiltà trasparenti, insomma.

giovedì 5 giugno 2008

Le cosacce non vogliono pensieri



Proprio bello non è, sarebbe una forzatura definirlo così. Il fascino, poi, non sa neppure cosa sia.
Belloccio forse sì, diciamo uno che poteva piacere alle nostre mamme. Uno con il sedere alto e sodo, un bel sorriso, lineamenti regolari, spalle larghe, capelli ondulati anni Cinquanta, labbra carnose. Uno che “fa sangue”.
Solo che Matteo dovrebbe tenere sempre la bocca chiusa perché ignora molte, troppe regole. Quelle della lingua italiana, prima di tutto, ma anche quelle del bon ton, del vestire, dello stare a tavola (una volta al ristorante ha fatto la scarpetta nel mio piatto), del trattare con le signore. Meglio non fargli mai domande di storia, perché Matteo è convinto che la guerra fredda sia finita con la sconfitta di Waterloo, in mezzo alla neve, dove poi morì Napoleone.
Matteo è un inguaribile tamarro che ripete la parola “sesso” come fosse un mantra, come fosse la soluzione a tutti i mali. Non è di cervello fino, è ingenuo, forse un po’ bambino. E’un brav’uomo però, e certe volte con lui riesci a farti quattro risate. Fa sempre la spesa all’Auchan e vista la sua insana passione per le donne, sua moglie dev’essere una santa.
Giovanna, no. Giovanna è un’altra cosa.
E’decisamente una bella donna. Decisamente colta, decisamente ricca, decisamente griffata, decisamente intelligente, bon ton e forse un pochino antipatica. Ossuta ma leggiadra, ironica ma anche acida, se serve. La spesa gliela fa la domestica, mauriziana. Suo marito è un professionista, di grido. Giovanna non direbbe mai “sesso”, tutt’al più “cosacce”. Nient’altro da aggiungere.
Matteo e Giovanna lavorano nello stesso ufficio, seppure con mansioni diverse. Sono come l’alfa e l’omega, il Viagra e la tisana Pompadour. Certo, hanno qualcosa in comune. Entrambi sono sposati. Entrambi non si sognerebbero neppure di andare ad una festicciola aziendale senza il coniuge, perché “non sta bene”. Entrambi si punzecchiano di continuo, si odiano cordialmente da anni, e non è raro sentire lui sparlare delle ossessive manie di lei, e lei ridacchiare dei congiuntivi mancati di lui.
Ebbene, signori, da poco ho scoperto che i due si muovono in sintonia.
Come si dice dalle vostre parti? Fiancheggiano, furoreggiano. Insomma, scopano.
Non so da quanto tempo, ma è così. Ne ho le prove.
Per me, che conosco bene entrambi, è come avere scoperto che esistono gli extraterrestri, che gli asini volano o che Babbo Natale è in realtà un pedofilo incallito.
E’ lei che mi stupisce di più. Mentre Matteo non ha mai nascosto di apprezzare oltremodo il gentil sesso in tutte le sue pregevoli varianti, Giovanna è una snob senza pari, una che nega il saluto a chiunque non abbia almeno una laurea e una degustazione di vini alla settimana. E di Matteo continua a parlare malissimo davanti la macchinetta del caffè.
Ho riflettuto e credo che la soluzione al dilemma sia semplice semplice.
Eh no, non siate romantici, non dite che “al cuore non si comanda”, per favore.
Credo che il meccanismo oscuro sia molto, molto più banale.
La soluzione sta in un detto napoletano che dice ‘O cazzo, non vuole pensieri.
E questo Giovanna lo avrà letto in uno dei suoi bei libri in primissima edizione. Letto, sottoscritto e approvato.
Alla faccia del radical chic, delle buone maniere e dei congiuntivi. O no?

Soundtrack

mercoledì 4 giugno 2008

Il Divo (un po' privo)

Ho visto “il Divo” di Paolo Sorrentino, il film ispirato alle opere e ai misfatti di Giulio Andreotti. Forse drogato dallo spottone propinato la scorsa settimana da “Anno Zero” mi aspettavo di più. Invece è un film che supera la sufficienza, questo sì, ma che traveste da furbizie certe ingenuità, e viceversa.
Il lenzuolo del grottesco, che avvolge l’opera, è infatti un buon alibi per chiedere allo spettatore di perdonare il continuo ricorso a luoghi comuni che strappano un sorriso solo agli alieni, a quelli cioè che da almeno trent’anni non sfogliano un giornale. Il circo Barnum dei personaggi - di buon effetto nel primo tempo, meno nel secondo – non va oltre, salvo rare eccezioni, l’originalità della didascalia che accompagna ogni nuova apparizione. Mi è sembrato efficace, tra loro, Carlo Buccirosso-Paolo Cirino Pomicino.
Toni Servillo-Giulio Andreotti è, secondo me, bravissimo. Interpreta in modo surreale il principe delle tenebre e lascia trasparire attraverso le rughe (e il cerone) l’impenetrabilità di un personaggio che deve traghettare l’intera storia tra le sponde della farsa e della tragedia. E’ una caricatura che deve recitare il ruolo di caricatura. E lo fa molto bene.
Il vero difetto del film è nel voler raccontare tutto senza aver la reale volontà di farlo. In un turbine di omicidi, riunioni, patti trasversali, accuse, tradimenti, testimonianze, interviste, votazioni, sequestri, insabbiamenti, sguardi, urla e domande, la sceneggiatura sembra risolversi in un bignamino dell’andreottese. Un buon videoclip senza pretese di approfondimento che finisce quando le pagine da leggere sono ancora tante. Troppe.

martedì 3 giugno 2008

Falcone, la memoria buona e quella cattiva

Quando Roberto Puglisi mi ha inviato questo articolo, gli ho chiesto tre righe di dati biografici. E non perché non lo conoscessi – abbiamo lavorato insieme per anni – quanto perché non volevo fare un torto alla sua strampalata, e quindi affascinante, capacità di sintesi. Ecco come si presenta a quanti tra voi non lo conoscono ancora.
Roberto Puglisi, 37 anni, giornalista precario
Difetti: collerico, mangione, romanista
Pregi: (vedi alla voce difetti).
Tre righe ho chiesto, tre me ne ha mandate.
Buona lettura.

di Roberto Puglisi

C’è un’immagine che mi è rimasta nella retina per ore, dopo l’esplosione di sentimenti, retorica e buoni propositi, inesorabilmente spalmata lungo il sedicesimo anno della ”Falconeide” (nome in gergo con cui i giornalisti, tra di loro e senza farsi sentire, indicano il rito del ricordo dell’eccidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani). L’ho messa a fuoco soltanto ieri, dopo giorni di ombre e presentimenti. Eccola: la macchina del papavero americano invitato per il convegno del 23 maggio all’Ucciardone entra sgommando nell’atrio del carcere. Un agente di scorta sgombra lo spazio e quasi strattona un distinto signore con gli occhiali che si trova in mezzo alla baraonda. Quel signore si chiama Giuseppe Di Lello (nella foto), componente del pool antimafia, collega di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E’ una metafora che offre perfino troppa grazia di argomenti, nella sua evidenza. E’ il quadro esatto della situazione. La nuova memoria scaccia via la vecchia e non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per un particolare: è la vecchia memoria che rammenda la stoffa degli eventi, semplicemente perchè appartiene a chi c’era. La nuova è un codice stabilito per comodità, per non dare troppo fastidio. Finisce ossessivamente e non casualmente per dimenticare le parole dette contro Giovanni Falcone, quando era in vita. Dimentica i complotti e i veleni contro Paolo Borsellino. Dimentica l’articolo del noto giornalista Lino Jannuzzi che si preoccupava moltissimo di Falcone e De Gennaro. Infatti lo scrisse: con quei due a Roma - si parlava, se non erro, di Superprocura - sarà meglio tenere a portata di mano il passaporto. Dimentica i pezzi del ”Giornale di Sicilia” sull’inopportunità del maxiprocesso. Dimentica che pure l’ottimo Sandro Viola di ”Repubblica” accusò Falcone di protagonismo. Questo, in sintesi, per tralasciare Il Corvo, la nomina di Meli e tutta la marcia tappezzeria che ben conosciamo. Sì, quel gesto screanzato, quel ”Ragazzo, fatti più in là” ai danni di uno che c’era, con la sua umile uniforme di uomo onesto, è la quintessenza della melassa che affoga il rigore del tributo sincero.
Vai via Di Lello, largo ai giovani e agli smemorati.

lunedì 2 giugno 2008

I migliori anni


In questo periodo, per mestiere ma non solo, metto a dura prova la mia capacità di ricordare. Ho trovato un impensabile piacere nell'ascoltare questa canzone. Io, che mi sono sempre tenuto alla larga da Renato Zero...