giovedì 31 luglio 2008

La città bene

Ieri sera, chiacchierando con Raffaella Catalano, è venuto fuori uno spunto interessante. Che vi propongo.
Sempre più spesso il condimento di una notizia che riguarda una retata per spaccio di droga (o per sfruttamento della prostituzione) sta tutto in un avverbio in funzione di aggettivo invariabile: bene. “Blitz contro i pusher della Palermo bene”, “Fiumi di cocaina alla Palermo bene”, titolavano ieri, giornali , tg e siti web. L’operazione in questione ha coinvolto una serie di malandrini che operavano in un quartiere per giunta popolare e che rifornivano di droga chiunque avesse moneta sonante. Ci sarà stato pure qualche professionista tra i clienti, ma non è stato registrato alcun contratto di esclusiva.
E poi, chiediamocelo, qual è la parte bene di una città? Quella che produce: per esempio commercianti, artigiani, piccoli imprenditori. Quella che gode: per esempio neo mamme, buongustai, appassionati di arte, sportivi. Quella che pensa: per esempio scrittori, appassionati di yoga, qualche prete illuminato e in generale tutte le persone curiose. Come si vede, la categoria “bene” è tutt’altro rispetto al censo, come invece le notizie trattate alla maniera di cui sopra vorrebbero mandare a dire.
Diciamola tutta: questo vizietto dell’informazione è indotto. Infatti gli uffici stampa delle varie ramificazioni delle forze dell’ordine sanno che senza quel famoso avverbio (in funz. di agg. inv.) otterrebbero uno spazio minore sulla stampa. Una retata nel quartiere della Zisa perde appeal giornalistico già a Brancaccio, figuriamoci fuori città. Ampliando malignamente il ragionamento, potremmo arrivare a ipotizzare una gradualità toponomastica del reato: vendere eroina nelle strade del centro è più grave che farlo nei quartieri dormitorio.
In realtà – ma è solo la mia opinione – non esiste alcuna Palermo (Milano, Roma, Cuneo, Calatafimi, eccetera) bene, esistono cittadini che vivono bene: quindi che producono, godono, pensano. E solitamente questi non delinquono perché hanno molto di meglio da fare.

mercoledì 30 luglio 2008

Palermo non è Paperopoli

Torna l’esercito nelle nostre città. Sono stato testimone dell’operazione Vespri Siciliani, dopo le stragi del ’92. Non ho mai registrato alcun fastidio per quei militari che presidiavano Palermo, affacciati dai mezzi blindati e carichi di armi che sembravano reperti archeologici. Molti di quei giovani hanno messo radici nella mia terra, riscuotendo ammirazione, consenso e quant’altro. Quel che posso dire oggi è che, in quegli anni, ho provato, al di là delle mere statistiche, un senso di sicurezza. Ho ricominciato a frequentare il centro storico di sera, ho persino scelto di abitare per otto anni in un quartiere che prima non mi sognavo neanche di visitare. Per questo a pelle, e con un briciolo di ragione, giudico inopportune le polemiche sulla “militarizzazione” delle città. Odio le armi, e se stanno dalla parte giusta non le temo. Mi perdonerete: la mia è una delle tare mentali di chi vive in un posto che non è Paperopoli.

martedì 29 luglio 2008

La macchina che trova ogni libro

C’ è una buona notizia che scaturisce dal matrimonio tra tecnologia e passione per la lettura. Dal prossimo autunno nelle librerie inglesi della catena Blackwell un macchinario chiamato “Espresso book machine” consentirà di reperire e stampare (in sette minuti) il libro raro o esaurito che state cercando. Nel mondo cupo dei prodotti precotti, premangiati e predigeriti, l’avvento di una macchina che sforna libri dimenticati, sottovalutati o comunque introvabili mi sembra un raggio di sole. La cosca dei librai, ramificata, insofferente ai volumi di nicchia e schiava del dio bestseller, non la prenderà certo bene. Ma, come nei film di fantascienza, se arriva una creatura di chip e ingranaggi a salvare il mondo, un motivo ci sarà: gli umani sono troppo impegnati a fare altro, distruggere, accumulare, costruire roba assolutamente inutile che li aiuti a distruggere, accumulare, costruire altra roba inutile…

lunedì 28 luglio 2008

Il bigliettino

Il bigliettino mi è passato tra le mani per caso. Era in un vecchio ufficio polveroso e chi lo custodiva, come una reliquia, mi ha vincolato al silenzio sul resto. Appena un cartoncino rettangolare. C´è ancora scritto: «Giovanni, sei la cosa più bella della mia vita. Francesca». Una piccola lettera d´amore inviata a Giovanni Falcone da Francesca Morvillo. L’ho rigirata tra le dita. Per un attimo, ho smesso di guardare il volto della memoria del magistrato integerrimo, tutto di un pezzo, di granito e ferro. E ho pensato che Giovanni Falcone e Francesca Morvillo erano (anche) due teneri innamorati.
La scoperta ha scavato in me un´ulteriore profondità del senso di perdita.
È atroce soffrire la strage di un simbolo grande dello Stato, degli uomini che lo proteggevano ed erano con lui per conto dello Stato, della donna che gli stava accanto e che pure dello stesso Stato faceva parte. E' insopportabile assistere allo strazio dell´amore. Riconoscere la strada spezzata dalla polvere dell´esplosione. Piangere su un sentiero interrotto dalla crudeltà. Le statue possono essere disgregate dai colpi di martello, non perderanno il vigore del marmo, per quanto dissolte. La carne che cede comunica un senso di fraterna pietà, di riconoscimento intimo.
Il suo amore. Il mio amore. L´amore di tutti. Un´unità di misura che avvicina e racconta meglio. Giovanni e Francesca, non più due monumenti lontani, circonfusi di gloria, nel cielo degli eroi della Repubblica. Non soltanto, questo. Giovanni e Francesca, i baci, le mani che si intrecciavano, gli occhi che sorridevano.
Per sempre riuniti nella resurrezione della carta.

giovedì 24 luglio 2008

Il balconcino del nevrotico



Ci sono periodi in cui sento il bisogno di staccare i fili. Mettere fuori posto il telefono che mi collega con il mondo e sedermi per un bel viaggio nella mia personale macchina del tempo. Nello specifico, la macchina si compone di un divanetto piazzato di fronte al balcone dello studio dove ho arrangiato una mini-foresta che, in materia di innesti, farebbe la gioia del dottor Frankenstein. Vi si contemplano nell’ordine: un gelsomino cinese costretto a difendersi dalle spine di tre varietà di cactus; un ficus avvolto dalle spire pellicciose di un abete nano (ho deciso di chiamarlo così: su internet non vi è traccia di qualcosa che gli somigli); una lantana che appassisce e resuscita ogni due giorni; un alberello di ulivo ipertrofico e un oleandro convalescente che, reduce da un assalto di pidocchietti verdi, ha preso slancio e, come per ripicca, minaccia di invadere l’appartamento del piano di sopra. Vedendomi armeggiare ogni due giorni con flaconi di concime liquido, sangue di bue e innaffiatoio (ho l’ansia di accelerare il rigoglio della mia piccola Amazzonia), mia moglie ha parlato di “balconcino del nevrotico”.
Non ha tutti i torti. Le piante, oltre che bellezza, mi regalano un senso di protezione. Formano una barriera non invadente tra me e la città oltre la ringhiera. Dalla mia postazione sul divanetto, mi offrono una versione della realtà ormai passata di moda. Rami invece di antenne. Cortecce e steli sugosi al posto di cavi schermati. Cupole di fogliame contro antenne paraboliche. Fruscio di boschetto in sostituzione di trilli di cellulare. Di tanto in tanto, arriva persino un pettirosso maleducato: ha deciso che la terra dei miei vasi è la più saporita del circondario e, becchettando in cerca di Dio sa che cosa, ne semina una buona metà sulle mattonelle. Lo lascio fare. In un viaggio nel tempo come si deve, un volatile in piume e ossa - non di quelli a batteria che gli ambulanti cinesi ti fanno cinguettare sotto il naso al ristorante - ci sta benissimo.
La mia crociera proustiana da fermo contempla anche il silenzio - fra le due e le tre del pomeriggio se ne trova ancora - e, più spesso, la musica. Metto su Morricone (il Morricone meno frequentato, quello à la Cage dei primi tre film di Dario Argento, e i Goblin, o qualcosa di Robert Wyatt, oppure di Emerson Lake & Palmer). A basso volume: deve essere un bisbiglio. Mia moglie, facendo capolino, mi dice che le sembra di entrare in una cinquecento degli anni ’70 con lo stereo otto a pieni giri.
Non ha tutti i torti nemmeno in questo caso. La mia macchina del tempo fa spesso sosta da quelle parti, nell’ultima zona della memoria in cui ritrovo un pallido ricordo di cose che non ci sono più. Il libero esercizio della solitudine, senza l’assillo di un telefono indispensabile anche quando non serve a nulla. La televisione che va a letto presto. Nicoletta Orsomando era in bianco e nero, la realtà a colori. Youtube? Un accessorio idraulico di marca inglese.
Oggi, sul Corriere online, leggo almeno tre notizie di denunce che hanno a che fare con la violazione della vita privata di persone più o meno famose, e più o meno dello stesso tenore. La più indigesta è quella che riguarda una potenziale miss Italia, rovinata dagli scatti di un fidanzato vendicativo che ha diffuso su internet istantanee della poverina seminuda, ignara, nell’atto di farsi la doccia. Insomma, un po’ come alzare a sorpresa la serranda e offrire pelle e vergogna di una persona in pasto a un vicinato abnorme, composto da qualche milione di dirimpettai arrapati.
Con un paio di lantane e un gelsomino cinese di mezzo, avrebbero semplicemente litigato.

mercoledì 23 luglio 2008

Agenti alla fame

C’è un dato, nelle notizie di ieri, che mi ha fatto pensare. E’ un numero: 1.200, gli euro dello stipendio medio di un appartenente alle forze dell’ordine. Nel paese dei ricchi fatui, delle carriere misteriosamente fulminee, delle caste (inteso come sostantivo), delle liquidazioni paperonesche e degli sprechi da sultanato, c’è una truppa di fessi che rischia la vita ogni giorno per una manciata di lenticchie. Ho amici tra le forze dell’ordine e, nel corso degli anni, mi è capitato di raccogliere più di uno sfogo. Ma qui, più delle loro parole, contano la loro mortificazione personale, il loro corredo di rassegnazione, le loro tasche semivuote.
Il principio di incorruttibilità passa attraverso la cruna di un ago che non vogliamo guardare, per ignoranza o per egoismo. Chi svolge un mestiere complesso deve essere ben retribuito non solo per la sua professionalità, la sua preparazione, la sua rappresentatività o il rischio che corre. E’ un principio ben noto ai padri costituenti che, proprio per questo motivo, decisero di dare ai parlamentari uno stipendio molto alto: più hai, meno tentazioni insane ti vengono. La storia (e la cronaca) ci hanno insegnato che spesso non è così. Ma l’idea di un poliziotto che rischia di farsi ammazzare per meno di quaranta euro al giorno, mi lascia attonito. Se c’è il rischio di apparire populista a gridare “vergogna” contro uno Stato che affama i suoi servitori più umili, allora credo che questo rischio debba diventare una missione di tutti i cittadini pensanti e, soprattutto, onesti.

martedì 22 luglio 2008

Il paziente padano

Non voglio pensare male. Quindi immagino che quando l’hanno fatto ministro, Bossi era – com’è adesso – nel pieno della sua incapacità di intendere e di volere. Però se qualcuno tra i medici, gli infermieri e i parenti in visita postprandiale, gli potesse spiegare che non può dileggiare i simboli che è (inopinatamente) chiamato a difendere, farebbe una cortesia a me e a qualche decina di milioni di italiani.
Sentitamente ringrazio.

lunedì 21 luglio 2008

Camera numero 11


I buddisti dicono che la sfortuna viene dalla bocca e ci rovina, mentre la fortuna viene dal cuore e ci rende degni di rispetto.
Non saprei cosa possa mai aver detto di tanto malvagio il mio amico Lele. Non mi ricordo che una sola cattiveria sia uscita dalle sue labbra, almeno da quando lo conosco. Il rispetto, quello, se l’è guadagnato sul campo: è intelligente, carismatico, gran lavoratore, sempre pieno di belle idee.
La mia amica Simona qualche giorno fa ha aggiunto che era pure “beddu comu ‘u suli”.
Già, era. Qualche giorno fa sono stato a trovare Lele al reparto malati terminali e di bello restano solo gli occhi verdi.
L’ospedale sembra un albergo a quattro stelle. C’è pure una tisaneria. Si chiama proprio così: è una stanza con lo spazio lettura, una mini biblioteca e un tavolo dove i pazienti, se lo vogliono, possono accogliere amici e parenti senza per forza riceverli in stanza. Certo, non si può ordinare un Martini con l’oliva, ma un infuso di tiglio sì.
Lele mi ha accolto con un bel sorriso e abbiamo parlato delle solite cose: politica, letture, cucina, cazzate. Era disteso, alle sue spalle un armamentario tecnologico.
Altre volte sono andata a trovarlo. Altri ospedali, altri reparti, ma la musica, dopo la visita, è sempre quella e suona in filodiffusione nel mio cervello.
Come una colonna sonora ripetitiva, ma non sgradevole.
Pensate che sia il Requiem di Mozart?
Sbagliato.
Somiglia invece all’Estate di Vivaldi, o giù di lì.
E’ sempre la stessa storia. Appena lascio Lele dismetto il sorriso forzato. Poi soffoco una lacrima, sento il rossore che mi sale in faccia, e il tutto dura circa un minuto. Quando il sole, o il vento, o qualunque altra traccia atmosferica mi sfiora il viso, attacca il mio Vivaldi cerebrale.
Io sono viva, mi dico. Sono viva.
Infine mi sento un verme. Ma anche quello dura poco.
Una prece. Per me.

venerdì 18 luglio 2008

Quell'eccentrico di Pino Maniaci


Dicono che Pino Maniaci è un tipo eccentrico. Dicono che per vedere riconosciuta la sua professione di giornalista ha dovuto attendere una sorta di titolo ad honorem. Dicono che l’altra sera gli hanno bruciato l’auto a Partinico, il paese in cui vive. Dicono che dalla piccola emittente che dirige, Telejato, bombarda quotidianamente Cosa nostra. Dicono che è uno che fa nomi e cognomi. Dicono che un cognome ricorrente è quello dei Vitale, famiglia di mafiosi. Dicono che un Vitale a piede libero, tempo fa, lo ha pestato per strada. Dicono che, con tutte le sue stramberie, è un ottimo cronista.

giovedì 17 luglio 2008

Del Turco, il ladro e l'occasione

Nel 1996 Ottaviano Del Turco, appena eletto presidente della Commissione antimafia, venne in Sicilia. L’occasione era non so quale visita ufficiale/commemorazione. La sera prima dell’evento pubblico la sua addetta stampa mi telefonò per comunicarmi che il presidente aveva il piacere di cenare con me e con altri due cronisti siciliani. Ai tempi ero, giornalisticamente parlando, un appassionato, un cane da caccia: ovviamente mi presentai, con la giacca meno stazzonata che trovai nel fondo di un armadio.
Attorno a un tavolo di Villa Igiea, io e gli altri colleghi ci trovammo davanti una persona seria, preparata e soprattutto con la voglia di fare bene e presto. Ci fece domande su tutto: sulla politica, sulla magistratura e, fondamentalmente, su Cosa Nostra. Ascoltò le nostre testimonianze e prese appunti, tra un piatto di pasta con le melanzane e un bicchiere di vino bianco. Poi ci salutò, ringraziandoci per aver accettato l’insolito interrogatorio.
A quella sera ho pensato molto in questi giorni, leggendo della tremenda disavventura giudiziaria nella quale è incappato Del Turco. Le accuse contro di lui sono pesanti e ben supportate da testimonianze e indizi. Una persona che oggi non c’è più, alla quale ero molto affezionato, una volta mi disse che non è vero che “l’occasione fa l’uomo ladro”: al massimo lo fa furbo o rincitrullito, l’onestà è un valore che non dipende dall’ambito, ma dalla sostanza.
Pensare che Del Turco possa essere vittima di una gigantesca macchinazione è francamente difficile. E se c’è una possibilità su un milione che le accuse nei suoi confronti non siano “pure”, non ho dubbi che sarà valutata con attenzione. Nel frattempo resta in me lo sconforto per aver scambiato un uomo con il suo ologramma.
Brutti tempi questi: nel fiorire degli eventi, c’è puzza di delusione e di rassegnazione.

mercoledì 16 luglio 2008

Il sindaco che non c'è

Gentile sindaco della città di Palermo,
le scrivo a distanza di un anno e passa certo che non troverà né modo né tempo né voglia di leggermi. Però le scrivo lo stesso perché, per stirpe, per domicilio e per residenza sono palermitano: insomma, se mi consente, sono uno dei suoi datori di lavoro. E' questo il punto. Troppo spesso gli amministratori pubblici, su qualunque poltrona, strapuntino, gradino siano seduti, si dimenticano di "essere al servizio" e di avere obblighi inderogabili nei confronti di chi paga loro lo stipendio.
Partiamo dalla fine. Nell'ultima festa per la patrona (o matrona come incautamente la definì in tv un noto direttore di giornale) della città lei ha stravolto - e non per la prima volta - un rito secolare. Quello secondo il quale il tenutario del civico consesso (mi perdoni l'ironia) deve scalare il grande carro dei festeggiamenti e gridare: "Viva Palermo e Santa Rosalia!".
Non l'ha fatto, secondo quanto leggo, per evitare polemiche in un giorno particolare. Gentile sindaco della città di Palermo, le chiedo: se io, per evitare polemiche in un giorno particolare del mio ufficio, non vado al lavoro oppure non svolgo il compito che mi è stato assegnato avrò qualche possibilità di non essere sanzionato?
Lei non mi legge quindi rispondo io.
No.
Come la legge non ammette ignoranza, la difficoltà nello svolgere un compito, specie quando questo è di alta responsabilità, non ammette furberie. O si è in grado, o non si è in grado: con quel che ne consegue.
Gentile sindaco della città di Palermo, non voglio dilungarmi nel ricordare la serie di lavori rabberciati che lei e la sua giunta avete spacciato per opere o, peggio, operazioni. Il pasticcio della Ztl (la riscossione di una tassa per circolare con l'auto in città giudicata illegittima dal Tar ma ormai effettuata, nota per i lettori di altre città) da solo basta per incrinare la credibilità di una giunta in un comune qualunque. Invece lei è sempre lì, ben saldo nella sua invisibilità.
Non ho nulla di personale contro di lei, gentile sindaco della città di Palermo. Abito di fronte a casa sua, godo della manutenzione che operai del comune hanno effettuato di recente nel marciapiede di fronte a casa sua, e assisto allo sfacelo di una città che si spegne (anche) di fronte a casa sua.
Lei non c'è, gentile sindaco della città di Palermo. Non c'è nelle strade di gente qualunque, nella mera rappresentatività, nell'alito di un presente, nell'impronta di un passato, nella presunzione di un futuro. Lei non c'è nei dibattiti che non siano pettegolezzi, nella veemenza di uno sfogo, nella sacrale tutela dei vecchi simboli e nella sacrale demolizione dei simboli vecchi.
Come sindaco, lei non vive, vivacchia. E, senza offese, a me non piace che i miei dipendenti lavoricchino. O sono in grado, o non sono in grado: con quel che ne consegue.
Cordialità.

Ai lettori: il sindaco di Palermo si chiama Diego Cammarata ed è quello nella foto.

martedì 15 luglio 2008

Corpi


Questi due corpi mi sono venuti addosso a tradimento. Il sorriso della ragazza sfolgorava ancora vivo dal giornale, nonostante le mille interazioni tipografiche che sempre tradiscono il nucleo di un sorriso o di un ultimo sguardo. Eluana si chiama. Nome intinto nell’acqua. Scioglimento del groppo. Suono di mano che accarezzi la schiena, fino alla redenzione dei peccati di ogni spina dorsale. Eluana, dolcezza di luna. Si chiama o si chiamava? E qui il mio trasalimento si è congelato nella ghiacciaia di un enigma. Eluana, lo spirito che abitava un corpo e che lo ha momentaneamente abbandonato (forse) almeno nelle sue evidenze, da quando la carne è attaccata al respiratore artificiale e il fiato è un lumino rosso, nella notte del coma. Sapete tutti come è la cronaca e cosa ha detto il giudice. Sapete tutti come la pensa il padre di Eluana e come la pensa il padre dei cattolici. Scontro di padri in cui non voglio entrare, perché risulta immane per le povere forze di questa mia mattina d’estate. E perché, nel mio piccolo, mi occupo abbastanza di cronaca, per mestiere. Dunque, quando il mio sorriso e il mio corpo si liberano dalla veste tipografica che li definisce e li circoscrive, posso tentare di vendicarmi delle parole di superficie, scrivendo a caccia del senso. Per ora il senso non c’è, non lo trovo. Lo annuso in quel sorriso. Mi sfiora come il racconto della luce per un cieco. Lo perdo, nell’attimo stesso in cui spero di averlo reso docile alle mia dita e alla mia comprensione.
C’è un altro corpo qui. Qualcuno ha passato nel sistema del pc del giornale la foto di una donna vista dall’alto. Le spalle poggiate su una terra che, dalla visuale, somiglia a un cielo polveroso di contorno. Gli occhi chiusi e imbrattati da quella stessa polvere. Una scarpa sfilata, smarrita in una lontananza non riconducibile alla via di casa. La foto di un suicidio. Il senso comincia ad apparirmi un doppio controsenso. Eluana che se n’è andata e ha lasciato il suo vero sorriso in pegno, per raccontarci che il corpo che altri tengono a forza di braccia qui non è suo. Quando si dissolve il crocevia misterioso che tiene uniti i nostri irriducibili lineamenti, il corpo non c’è più, la vita non c’è più. Anche se c’è il respiro. Dall’altra parte, il disfacimento. Tutta la retorica eroica del suicidio riassunta in due occhi ammaccati e pesti, in una scarpa sfilata, in un cielo di polvere. Il sorriso di Eluana, la scarpa di una Cenerentola senza nome. Falene che danzano in questa mia estate, intorno alla luce accecante e invisibile del senso. Condannate a bruciarsi, sfrigolando, se si avvicinano troppo.

lunedì 14 luglio 2008

Il traghetto

Il traghetto che mi riporta a casa è un pentolone in cui ribollono brandelli di famiglie, turisti malinconici e forzati della comitiva domenicale.
Tra le famiglie, in liquefazione, ci sono quelle senza figli: lui alterna la Gazzetta dello sport al cellulare orfano di linea, lei è compressa in un prendisole chiazzato di sudore ed è sfregiata dalla salsedine. E quelle coi figli: bambini che frignano per tutte le tre ore e passa del tragitto nel più colpevole menefreghismo dei genitori troppo impegnati a smarrirsi nel vuoto di pensieri infelici.
I turisti malinconici sono concentrati a poppa. Guardano indietro, oltre la scia del traghetto e non mollano l'isola che si allontana neanche quando sparisce, diluita nelle miglia lattiginose di una rovente domenica pomeriggio.
I forzati della comitiva domenicale cantano e scandiscono slogan di gruppo. E' la loro maniera, la più rumorosa e molesta, di prolungare la fine del fine settimana. Ridono, si slogano l'ugola per le frasi più insulse, a patto che siano urlate.
Gli appunti che avevo preso si fermano qui. Una belva feroce, dall'apparente età di quattro anni, ha deciso di rovesciare la sua Coca Cola (3, 20 euro una bottiglietta) sul mio block-notes. Accanto, la madre boccheggia nella calma piatta del suo elettroencefalogramma.

domenica 6 luglio 2008

Pausa

Una settimana per rinfrescarmi le idee. Ci rivediamo lunedì 14.

sabato 5 luglio 2008

Il quale

Copio e incollo, senza fare alcuna modifica ad eccezione dei dati personali, una e-mail giunta a un'importante casa editrice italiana. Potrebbe sembrare una di quelle bufale che girano nel web. Invece è, seppur in modo grottesco, vera.

Salve, sono un autore V. M.
Sono un ideatore di un libro Magie d'arte con oltre 120 tecniche d'abilità per i disegni per tutti gli appassionati, professionisti e anche per gli alunni delle scuole medie e d'arte.
Disegneranno con 2,3 biro tra le dita: con precisione,velocità e semplicità su molti disegni. Il quale per i disegni tecnici geometrici oltre 1500.000 di alunni usano il compasso, la riga, la squadra ecc. Il testo offre la tecnologia superiore a questi strumenti perchè, esempio: il cerchio si fa con una biro oppure con 2 biro disegnando il cerchio con qualsiasi sfera e colore ed è più divertente del compasso. Inoltre ci sono 35 pagine per le forme geometriche e 50 pagine per gli altri disegni utili, stimolanti e divertenti per gli alunni. Il quale comunque possono acquistare il testo per avere una tecnologia in più da utilizzare, ma forse il testo va distribuito in volta in volta. E' un testo di circa 115 pagine facile da leggere e capire (1,2 giorni), ricco di tecniche stimolanti anche per scrivere e cancellare utili sia per oggi sia per il futuro. Molti diventeranno dei maghi: da una biro si passa subito a 2 biro e poi a 3 biro in un secondo cambiando la direzione delle biro ecc. possono usare anche i pennarelli, le matite, i pastelli o i pennelli. Sono tecniche nuove che con quelle attuali messe assieme arricchisce l'arte d'oggi.
E' molto adatto soprattutto per le cartolibrerie perchè dopo venderanno più biro ecc, comunque e da vedere e valutare il quale è meglio guardare il testo il quale non costa nulla come tempo, cioè inviandovi una una copia è in più vi darò ulteriori informazioni per poi decidere se pubblicarlo. E in attesa di una vostra risposta vi invio i miei distinti saluti.

Prendetevi un appunto, troverete presto questo manuale in libreria.

venerdì 4 luglio 2008

Quiz

Raccolta di titoli rigorosamente originali dai giornali di ieri e dai siti internet.

Traffico sconfitto, al lavoro col surf.
Un 31enne londinese tutti i giorni percorre il Tamigi con la sua tavola e poi va in ufficio.
Vede la segretaria nuda su Bild e le paga il seno.

Il datore di lavoro ha esaudito il suo desiderio regalandole l'intervento di chirurgia estetica.
La musica giusta per l'ultimo addio? Sinatra o AC/DC.
“My Way” è la canzone più gettonata nei funerali australiani. Ma piacciono molto anche i gruppi rock.
“Mi sono dato il voto e non risulta: che fine ha fatto?”
A Messina risultati ufficiali dopo 17 giorni: verbali in bianco e calcoli sbagliati.
L'uomo incinto ha partorito una bambina.
Thomas Beatie, transgender di 34 anni, ha dato alla luce domenica una bambina, riferisce ABC news. Il parto, a Bend nell'Oregon (Usa), è stato naturale.
Berlusconi non va a Matrix. “Il governo lavora benissimo”.
Il premier: "Il gossip ammorba la politica. Inopportuno intervenire al programma tv. Il governo ha lavorato tanto e benissimo in questi primi due mesi di attività".

Vi prego, siate sinceri: qual è la notizia più inverosimile secondo voi?

giovedì 3 luglio 2008

L’erotica di Onfray? In alto, a sinistra


Del ciuffo volitivo di Michel Onfray si è accorto anche Pierluigi Panza, che sull’ultimo Style del Corriere della Sera intervista la star del pensiero individualista libertario.
Onfray si aggiudica una bellissima copertina (foto di profilo, sguardo al più o meno infinito, come si conviene ad un vero filosofo) e risponde con fascino e saggia pacatezza alle domande. Si definisce un “libertino” ma nel senso etimologico del termine, ossia un “liberato”, e dunque non un donnaiolo. Definisce gli uomini di potere dei bambini patetici, smonta i filosofi accademici, e vede le relazioni amorose in “luce post cristiana libera dagli obblighi di associare sessualità, fedeltà, matrimonio, procreazione e coabitazione”.
La sua massima di vita? , gli chiede Panza. “Crearsi libertà”, risponde lui, citando Nietzsche.
Davvero non male, dico a me stessa.
Poi mi ricordo che fine ha fatto “Teoria del corpo amoroso” nella mia libreria. E’ nel reparto “cestinati di rispetto”. Sta in alto a sinistra, insieme ad altri saggi che ho comprato con un entusiasmo quantomeno pari alla delusione provata a fine lettura.
Mi spiego. Onfray può interessare per la sua erotica decolpevolizzata. Non è poco nella nostra era dove si pensa di essere splendidamente laici sol perché si guarda con interesse ai rapporti flessibili, per poi scadere ogni giorno nella trappola del buonismo di coppia.
Solo che a forza di ricondurre il desiderio a pura fisiologia, come vorrebbe Democrito, la passione a “pure energie misurabili”, a forza di ridurre il desiderio dell’altro a pura brama eiaculatoria, Onfray finisce per compromettersi.
Nella sua “Teoria” il filosofo costruisce una rete di paragoni zoologici. Dalla sogliola, pesce alla perenne ricerca della sua metà- che brutta cosa, ci dice Onfray, roba da platonici precristiani- al porco epicureo che invece copula senza colpa, passando per lo sfortunato elefante monogamo e dalla jena, quella si, bestia attivissima, e approdando all’istrice celibe e all’elogio della sterilità.
Sappiamo che non sempre il desiderio si placa dentro la coppia, e forse è vero che spesso il ritorno ad un sano individualismo aiuta a rivalutare l’altro. Ma a forza di desacralizzare, Onfray dimentica che esiste una bella differenza tra l’onanista e l’innamorato. Onfray critica i feroci dualismi imposti dal cristianesimo (o angeli o peccatori), ma cade anche lui nella stessa trappola imboccando una strada parallela e speculare che non offre via d’uscita se non nella solitudine.
Stupisce anche che si professi un anti misogino. Uno che sostituisce l’Afrodite alata con la Venere fallica, delle signore ha capito ben poco.
In quanto alle sogliole dalle mie parti costano un tanto al chilo. Fritte sono buonissime. Altro che pesci da buttare via.

video

mercoledì 2 luglio 2008

Ridateci il fondoschiena

Le evoluzioni del linguaggio non camminano di pari passo con quelle dei costumi. E la stagione calda è il periodo ideale per misurare certe temperature.
Fateci caso, non si dice più “culo” o “fondoschiena” o “sedere”, ma si dice “lato b” (o “b side” se si vuole ostentare una certa cultura). Eppure il culo non passa mai di moda. Al momento, ogni tipo di rivista, persino la più compassata, espone questa mercanzia in copertina. Il bombardamento di immagini che riguardano questo meraviglioso oggetto del desiderio è tale da far perdere appeal al meraviglioso oggetto stesso? Forse. Il sito del Corriere della sera è una vetrina di natiche di ogni colore e forma. Il sito de la Repubblica, accanto all’ennesima fotogallery mozzafiato, pubblica con involontario masochismo un articolo sulla crisi della libido in epoca YouTube. Tesi: c’è tanto di quel sesso online che ci scoccia farlo davvero. Probabilmente il fenomeno c'è ed è diffuso, ma azzardo un’altra ipotesi che col web c’entra poco e nulla. La voglia di sesso e/o amore (astenersi da ramanzine sulla differenza, siamo tutti vaccinati qui) risente anche dei luoghi comuni che col linguaggio hanno a che fare. Dire “cara, questo vestito ti fa un culo magnifico” è la stessa cosa che dire, in termini di sana libido “Cara, questo vestito valorizza il tuo lato b”? Secondo me, no.

martedì 1 luglio 2008

Sarà capitato anche a voi.../3

Molti di voi si sono chiesti, e mi hanno chiesto, che fine hanno fatto Roberto Torta e la sua saga familiare. Fino a ieri ne sapevo quanto voi. Poi mi è arrivata un’e-mail da una gentile signora, di cui ometto le generalità, ma la cui qualifica è più che esplicita. Ricevo e pubblico, con tanto di colpo di scena.

E’ successo tutto in un attimo. Perché, in fondo, tutto succede in un attimo. Roberto era andato in bagno. Il pc portatile era acceso, collegato alla adsl. Sullo schermo ho visto una foto sulla destra, “Gery Palazzotto”, la scritta “Torta in faccia” in centro. Ho iniziato a leggere e adesso tocca a me. Sono la moglie di Roberto Torta. Sono quella sorta di donna fantasma che ha portato Giusy in casa. Sono quella donna che guarda gli occhi di suo marito attaccati alle alte e giovani natiche di Giusy. Sono quella donna che ha dormito con lui mentre lui voleva dormire da solo. Sono quella donna che non conosceva questo blog in cui mio marito non manca mai di commentare con un’ironia che non manifesta mai a casa. Sono quella donna che lava e stira le mutande a questo grande uomo che corteggia la signorina Jana e ogni altra donna, qui. Qui, in un blog. Figuriamoci cosa combina nella vita...
Questo uomo non trova di meglio da fare che dare in pasto agli altri i fatti suoi. Questo uomo vorrebbe tanti inizi e invece si ritrova una moglie con cui non ha niente da iniziare, se non un film in dvd o il sudoku. Ecco, scusatemi, ma ho una cosa da comunicare a mio marito.
Amore, tesoro, qualche domenica fa al bar con Giusy, ci sono venuta per il tuo amico Giulio, non per te. Il tuo amico Giulio, da cinque anni, colma tutte le falle che tu hai provocato. E non aggiungo altro.
P.S Già che ci sono, la piccola Giulia non ha più i baffi. Le hanno fatto la ceretta.
P.P.S. Stronzo.

3. fine