martedì 30 settembre 2008

Un padre di famiglia

C’è una storia su cui vi invito a riflettere. Una storia che si è svolta nella mia città, ma che ha un’universalità tragica nel nostro paese.
Un padre di famiglia è a cena al ristorante. Lo chiama il vicino di casa, insospettito da strani rumori che provengono dalla villa accanto alla sua, quella del padre di famiglia. Lui lascia moglie e amici al ristorante e va a controllare. Arrivato davanti alla sua abitazione, trova cinque individui che saltano fuori dal cancello. Balzano su un’auto e scappano. Il padre di famiglia non ci pensa su e si lancia all’inseguimento, sulla sua macchina. Guida con una mano, con l’altra dà istruzioni al 113: posizione, descrizione dell’auto...
I malviventi (vocabolo desueto ma chiaro) gli lanciano un piede di porco dal finestrino per farlo desistere. Poi si fermano e lo prendono a sassate. Nel frattempo si materializza (finalmente) una volante della polizia che riesce a bloccare solo uno dei delinquenti, gli altri si rifugiano all’interno del campo nomadi. Gli agenti non li inseguono: hanno paura – e lo dicono – ad entrare lì.
L’arrestato è un rumeno, è stato processato per direttissima e ha riconquistato la libertà e la facoltà di ricongiungersi coi suoi complici. Il padre di famiglia ha subito più interrogatori del reo e già oggi rischia di incrociare la stessa strada sulla quale scorazzano i suoi demoni di una notte.
Ne “Il giudice e il suo boia”, capolavoro di Friedrich Durrenmatt, il vecchio e malato ispettore Barlach dà un’idea letteraria e crudele dell’ideale di giustizia: per arrivare alla meta, cioè alla punizione del colpevole, c’è fango da spalare. Nella vita di tutti i giorni, che è fulcro e punto di applicazione della letteratura, le leve della logica si inceppano in un caos di promesse e di impegni pre-elettorali, in un crollo di strutture che ricorda i modelli imperfetti del Meccano.
Ricordo una bellissima frase di uno scrittore e giornalista che ho avuto la fortuna di avere come maestro: “Statevi arrasso (lontano) da queste contrade, percorse da proiettili vaganti”.
E se la contrada è quella di casa tua?

lunedì 29 settembre 2008

Meglio viva



Mia nonna, anni fa, mi raccontava che quando mia madre era in età da primo fidanzatino – o da flirt, come si diceva allora – le raccomandava sempre: “Non ti concedere presto, aspetta il momento giusto, aspetta l’amore vero. E se, via via che vi frequenterete, lui tornerà alla carica, insisterà, tu temporeggia. Poi, quando sarai sicura e verrà il momento, sarà più bello”.
Io non ho ricevuto da mia madre raccomandazioni simili. O se non altro non così dichiarate. Ma il concetto del preservarsi, che poi venisse osservato o disatteso, una madre con figlie della mia generazione lo faceva passare comunque. Meno detto, meno raccomandato, ma ugualmente veicolato in qualche modo.
Facendo un ampio salto temporale, la cronaca recente ci ha sommersi di casi in cui l’amore – inteso come desiderio, come sentimento o come sesso – certi uomini, in un numero che cresce come un bollettino di guerra, se lo conquistano e se lo tengono non con l’amore, ma con la forza. Forza di calci, pugni, morsi, segregazione, corde, coltelli, pistole. Penso a criminali come Luca Delfino, accusato di avere ucciso la sua ultima fidanzata e forse anche una precedente. Ragazze che non lo volevano più, che cercavano di chiudere la storia come tante se ne chiudono. Ragazze che, prima di quel momento, avevano subito i suoi calci, i suoi pugni, i suoi morsi, la sua segregazione, le sue corde, materiali o immateriali. E che dopo, in questo caso, l’ultimo gesto di quell’uomo che hanno raccolto (anzi, per il momento, “avrebbero”, perché se è andata così lo diranno le sentenze, anche se in un caso Delfino è stato colto sul fatto) sono state le sue coltellate. E questo è uno solo degli episodi – ormai così numerosi da fare crudele e troppo consistente statistica – in cui l’amore che si dà o che a un certo punto non si vuole più concedere oppure che non si è mai concesso viene “trattenuto”, e per sempre, in questo modo. Con calci, pugni, coltelli, pistole.
Mi chiedo, se mia nonna e mia madre fossero oggi una madre giovane e una figlia adolescente, quale sarebbe la “traduzione” attuale di quel discorso tenero, retrò e forse un po’ ingenuo che all’epoca di quel primo flirt fecero tra loro. O se quel discorso dovesse affrontarlo una madre dei nostri tempi. Cosa direbbe? Se dovesse pensare per un attimo a quei legittimi “no” di donne che l’aberrazione di certi (molti, troppi) uomini ha affogato in (molte, troppe) pozze di sangue, forse – non sapendo quale uomo sua figlia potrebbe incontrare – si sentirebbe di consigliarle: “Concediti, amore mio, e non opporre mai resistenza”. Meglio una figlia viva che vergine un po’ più a lungo.

sabato 27 settembre 2008

Lilli e il (Lamberto) vagabondo


Intailleurata come una di quelle attempate dive americane che dopo aver fatto tanto le tragiche svaccano nelle sophisticated comedy attratte dal profumo dei dollari (interno notte: cena d’affari nell’attico di Manhattan) è tornata Lilli la rossa. Si sente già nostalgia di Ferrara, a “Otto e mezzo”, della sua barba burbera, dei suoi ringhi, delle sue manone, del suo giornalismo wrestling. Anche Gruber vorrebbe fare la “dura” alla Giulianone ma non ce la fa: troppo stretta la giacca del tailleur, troppo rosso il rosso del rossetto, troppo atteggiata la palpebra, troppo di traverso forever. L’unica ruvidezza è che è troppo certa delle sue certezze (compresa la gaffe d’esordio – “una colf guadagna 7 euro netti al giorno” – rimediata soltanto alla fine magari perché non si pensi che in casa Gruber a passar l’aspirapolvere sia la schiava Isaura). E’ tornato anche Santoro. Il capello non lo aiuta (una spuntatina dal barbiere no?) e non lo salva nemmeno – anzi, lo affossa – il generoso slancio di braccia e avambraccia, il mulinare di mani, il frullare di dita: eccessivi, ormai, televisivamente antiquati. Senza più i toni tribunizi d’un tempo (tanto per non far saltare la mitralica ai vertici aziendali), con quella spettinatura e quell’ampio ancheggiare, sembra più Michelone ’o pazzo, malamente da sceneggiata. Dal limbo semi-invisibile di Telenorba è riapparso anche Sposini, piazzato al posto di Cucuzza nel gioco delle tre carte di viale Mazzini (“questo la mattina/questo il pomeriggio/questo la sera/questo la mattina/questo il pomeriggio/questo la sera”). Sembra un pilota Alitalia, bello e brizzolato com’è, in immacolate maniche di camicia con cravatta. Si vede che è un po’ in imbarazzo, sullo sgabello, come a dire “che ci faccio io qui a sentir strologare tale Sergio Muniz ex Isola dei famosi?”, a volte (specie quando si collega con le inviate-gattine, forse teme sbaglino e lo chiamino “Micheeeeele…”) dà l’impressione che la vita, lui, vorrebbe togliersela. In diretta. Ma bisogna pure arrangiarsi. Come dice Raffa, la situazione mondiale non è buona.
Ps. A proposito di acconciature: Iacchetti passi dal barbiere anche lui (sembra un “pappa”, con quel cascatone di riccioli); e vogliamo parlare del ministeriale taglio Carfagna di Barbara D’Urso? Roba da querela per plagio!

venerdì 26 settembre 2008

La pioggia



La pioggia mi sorprende sempre. La prima pioggia pioveva sulle grate delle finestre di una scuola elementare. Risucchiava i colori e li restituiva scandalosamente brillanti. Il verde appannato dei banchi diventava una cosa viva, tanto da inquietare noi - alunni degli anni Ottanta - abituati alla compostezza funerea delle istituzioni.
La pioggia cadeva sulle grate e mi allagava di malinconia. Io non sapevo darle un nome. E pensavo fosse tutta colpa delle gocce anonime. L’acqua feriva il cuore, tracimando in pozzanghere pesanti. I colori erano insopportabili. Stravolgevano la rassegnazione dell’autunno, la mite condanna del ritorno a sedie e compiti. Erano cicale dell’estate in un tenero campo di concentramento. Già allora mi difendevo - per quanto possibile - con i segni. Non conoscevo le parole, non le avevo incontrate e stavo, perciò, meglio. Disegnavo scarabocchi con i pastelli su un album ruvido. E mi coprivo con le sfumature contorte che ero (in) capace di evocare. Non tracciavo mai forme, o volti, o parabole sensate di una storia. Né alberi, né fogliame. Né chiari di luna e raggi sull’opacità della trama. Buttavo tinte pazze nello slargo del foglio sbrecciato. Le guardavo dileguarsi nella penombra delle incurvature. Non era un disegno. Era espansione dell’anima. Una conquista coloniale di me stesso.
La pioggia non smetteva di cadere. Picchiava fino a bagnare tutto. Annegava l’aula, il mio grembiule azzurro, le coroncine del rosario, la foto del presidente, i crocifissi, le mie mani e il mio cuore chini su un foglio che tornava bianco per infinita cancellazione dell’amore.
Ora io conosco la pioggia e so quanto male può fare, se appena le credi, se credi che il tempo sia soltanto suo. Non ho imparato a proteggermi, non posso evitare l’impatto tra goccia gelida e carne fumante, non sono nemmeno bravo a ripararmi. In fondo sono ancora un grembiule che nasconde un bambino. Ma il tempo mi ha insegnato una banalità essenziale. Dopo la pioggia c’è sempre il sole.

giovedì 25 settembre 2008

Parenti e contenti

La scoperta dell’acqua calda arriva quando il clima rinfresca. In Sicilia viene fuori una Parentopoli, cioè un sistema di appoggi e favoritismi nei confronti dei parenti, alla Regione. E si “scopre” che i figli di... godono di improvvisi privilegi, con assunzioni per chiamata diretta e stipendi mica male. Per definizione lo scandalo comporta il “turbamento della coscienza o lo sconvolgimento della sensibilità” ed è “causato da un comportamento contrario alla morale comune, al decoro, al senso di giustizia”. Quindi non siamo davanti a una novità.
La coscienza e la sensibilità pubblica sono state ampiamente rodate nel corso degli anni col risultato che i protagonisti di queste manovre, i padri non i figli, sono stati celebrati con ampio consenso elettorale. Gli orifizi della morale comune sono stati deflorati, da decenni, ad opera di energumeni travestiti da politici che hanno imposto in ruoli chiave dell’amministrazione ben più dei parenti prossimi. A Palermo c’è il caso, famoso, dell’autista di un assessore che fu incoronato assessore comunale... Roba da far morire di invidia Caligola e soprattutto il suo cavallo.
Ora volete che se uno tiene famigghia non abbia tutto l’interesse a sistemare figghi e compari? Non c’è da volgere lo sguardo alla luna se la marea sale, c’è solo da tirar su le barche. E ricordarsi di scegliere un porto più sicuro.
Voi che faticate per trovare un lavoro o per mantenerlo, che avete la forza di dire no quando vi si impone un sì ingiusto, che pagate in prima persona anche quando non uscite un euro, che vi sbattete per una miseria, che non siete figli di... ma semplicemente figli, voi prendetevi un appunto per le prossime elezioni.

mercoledì 24 settembre 2008

iPhone, tutto tranne che un telefono

Mi è capitato di avere tra le mani il nuovo oggetto di culto dei telefononanisti (intesi come appassionati della telefonia al limite del patologico): l’iPhone, un arnese pericolosissimo. Per quel che ne ho capito si tratta di un cellulare studiato per far tutto fuorché il cellulare. Non ha tasti! E perdonatemi l’esclamazione, ma io un telefono (portatile o no) lo vedo ancora coi tasti. Questo strumento ha un display che si trasforma a seconda dell’opzione in cui siete incappati. Il vostro ruolo attivo, quindi di schiacciatore di pulsanti, è ingabbiato in una tastiera virtuale che consente una certa agilità solo a chi ha dita come stecchini. Comporre un sms è una prova di ardimento che vi sconsiglio: se volete scrivere una “o”, al novantanove virgola nove (periodico) per cento spunterà fuori una “p”. Archiviare un qualsiasi dato è impossibile. La stessa funzione “opzioni”, che in un apparecchio normale terrorizza chiunque non abbia una laurea in ingegneria elettronica, è pressoché superflua. L’impossibilità è l’incubo di menti perverse come quelle dei matematici, figuriamoci cosa accade con persone ordinarie...
Insomma con 500 euro vi portate a casa un meraviglioso oggetto da mostrare agli amici quando la discussione langue. L’iPhone è un ottimo spunto di chiacchiera solo se non è vostro.

martedì 23 settembre 2008

Cammarata e la legalità

Dicono che a Palermo si stia svolgendo ancora l'interessante Festival della legalità di cui si parlava l'altro giorno.
Dicono che l'inaugurazione con Piero Grasso sia stata istruttiva e persino divertente (pure per Giovanni Avanti).
Dicono che, nonostante la pioggia, ci fosse un sacco di gente.
Dicono che il sindaco Diego Cammarata non ci fosse.
Dicono che Diego Cammarata si sia irritato perché nel depliant della manifestazione c'era il logo del Comune di Palermo ma non il suo nome e cognome.
Dicono che la parola legalità non sia sinonimo di vetrina.
Dicono che il sindaco Diego Cammarata stia lavorando a un nuovo dizionario.

domenica 21 settembre 2008

Giovanni (si fa) Avanti

Dicono che a Palermo si stia svolgendo un interessantissimo Festival della legalità con dibattiti, rappresentazioni teatrali, mostre.
Dicono che Giovanni Avanti si sia dato molto da fare per questa manifestazione.
Dicono che nella serata inaugurale Giovanni Avanti si sia seduto in prima fila accanto a un'avvenente signorina che non conosceva.
Dicono che Giovanni Avanti avrebbe dovuto seguire con l'attenzione imposta dal suo ruolo l'intervento del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.
Dicono che invece Giovanni Avanti si sia distratto.
Dicono che dal taschino della giacca Giovanni Avanti abbia tirato fuori un bigliettino da visita.
Dicono che Giovanni Avanti abbia porto all'avvenente signorina quel bigliettino con la mano sinistra, appesantita da una robusta fede nuziale.
Dicono che alla succitata fanciulla Giovanni Avanti abbia sussurrato: "Sei molto interessante", appropriandosi di un "tu" niente affatto istituzionale.
Dicono che Giovanni Avanti sia il presidente della Provincia regionale di Palermo.

sabato 20 settembre 2008

A proposito di informazione e omosessualità

Chiedete a Salvatore (Totò) Rizzo qualche riga autobiografica e vi sentirete rispondere con la sua voce squillante (che magari imita un attore, un presentatore, un collega...): “Ma che ti devo dire? Lo sai, faccio il giornalista da trent’ anni e solo per mestiere mi sono sempre occupato di soubrettes e ballerine”. Se insistete, scoprirete una persona fiera “d'aver trasmesso nei tre figli il virus dell'ironia”, che sogna “ormai una vita tranquilla ma non per questo ciabattante”. Altro, Totò? “Non lo so, non le so fare queste cose... Ah, potresti mettere che per puro caso non sono nato a Bolzano dove sono stato concepito. E che il mio problema non è cosa voglio fare da grande (quello lo so, il caratterista nelle fiction tv) ma che forse non mi è mai andato giù di fare il ‘grande’. Ti prego, sbrigatela tu”.

di Salvatore Rizzo

Carissimi amici e amiche,
 perdonate se esco fuori dal seminato con una digressione futile al limite della provocazione ma credo (sono ahimè nato cultural/spettacolista e temo che tale morirò, fra una decina d'anni, quando busserà la pensione Inpgi) che anche questo mio campanellino abbia a che fare col tema informazione e omosessualità.
 L'altra sera, Raiuno ha sancito con la nuova edizione di Carràmba il debutto della prima serata friendly della tv pubblica italiana e della sua rete generalista. Beh, più che friendly eravamo catapultati nello stereotipo spinto: a parte l'icona Raffa tappezzata dal solito Sabatelli, il ritorno dei 40 bonazzi a farle da contorno con le canzoncine alla Macao di Boncompagni (siamo bellissimi ma non feròci, faceva, sottotitolato a dovere con l'accento sulla "o", uno dei jingles); se non ho capito male, il gioco della Lotteria Italia sta proprio nell'indicare dal numerino sul torace palestrato il più bbbbono fra i 40 e votarlo; lo stesso Boncompagni en travesti in versione zia mattocchia; il duetto da serata al Muccapazza con Renatino Zero; il medley degli Abba. Spero a questo punto in una "carrambàta" a tema omo in una delle prossime puntate, tra un Tiziano Ferro e un'antologia musicale dei Village People. Adesso, secondo voi, ci sarà uno straccio di giornale che s'accorgerà di questa straordinaria "rivoluzione" di Fabrizio Del Noce & Co.?
 Non so se lo show fosse davvero figlio di un progetto "mirato" (tendente quantomeno a recuperare tra la cosiddetta comunità gay qualche briciola di share in una serata come quella, televisivamente insidiosa in termini di ascolti) però anche di questo bisognerebbe scrivere (io non posso perché ho avuto un piccolo incidente di salute e sono in malattia) sulle nostre meravigliose gazzette e non soltanto sui nostri siti web e sui nostri blog. Ma questo è cascame, mi direte, sottocultura. Sì, proprio come quella delle interviste a caldo sul disastro aereo di Madrid dove i nostri cari colleghi ficcavano il microfono sotto il naso delle cugine di Domenico Riso per sentirsi ambiguamente/allusivamente raccontare che "era un uomo che amava in bello in ogni sua forma, aveva un gusto eccezionale, stravedeva per l'opera lirica, aveva una casa stupenda a Parigi, arredata con uno stile meraviglioso" e tra me e me dicevo "speriamo che domani non piombi La vita in diretta per una visita postuma nella casa del poverino e la solita inviata scema scopra l'intergrale discografica Callas/Dalida/Mina/Patty Pravo...".
 Questo non è cascame, nè sottocultura: anche questa è la stampa, o se volete, la Comunicazione, bellezze.


venerdì 19 settembre 2008

Vicky Gitto e Bin Laden

Ho tempi di reazione lentissimi, forse per questo sono un giornalista sfigato. Però ci sono spunti che non vanno abbandonati, anche se non nuovissimi. Lo scorso fine settimana al Blogfest, una specie di orgia senza godimento fisico organizzata da superblogger, è stato ospite un pubblicitario di successo, il palermitano Vicky Gitto. Durante il suo intervento (qui trovate il video con le istruzioni per arrivare al punto cruciale), Gitto ha definito l’attentato alle Torri gemelle “un’idea della madonna”, con un “tasso di creatività altissimo”. Argomentazione: “Ho identificato un obiettivo, voglio raggiungerlo. Come faccio a raggiungerlo, riuscendo a ottenere la pressione media che questa gente è riuscita a ottenere senza spendere una lira?”. Constatazione: Bin Laden e compari “hanno cambiato la storia dell’umanità semplicemente con un’idea”.
L’argomento non è nuovo e sarebbe da stupidi inscatolarlo nel cartone anonimo della provocazione. La creatività può concedersi licenze che non implicano un giudizio sui fenomeni: è un’astronave che vola nella stratosfera e che vede gli uragani come pennellate bianche. La conta dei morti, il calcolo dei danni spettano ad altri. E’ il segreto dell’arte, che ha nella creatività un gemello eterozigote.
Però c’è altro di cui tener conto.
Se l’evento (drammatico, dirompente, atroce) è lo stimolo, la sua eco (drammatica, dirompente, atroce) ne è l’essenza, in un paradosso che solo i tempi moderni possono spiegare.
La vera “idea della madonna” non è quella di Bin Laden, ma eventualmente quella di Vicky Gitto che dal crimine di Bin Laden potrebbe trarre uno spunto creativo che distingua l’evento dalla sua eco. Gli artisti devono sconvolgerci con le loro opere, col frutto del loro lavoro. Per questo ci affascinano anche quando ci tramortiscono regalandoci emozioni storte. Bin Laden non ha cambiato la storia con un’idea, ma con un crimine. Le idee, noi che non viaggiamo su un’astronave ma al massimo in vespino, ce le aspettiamo da Vicky Gitto e dagli altri come lui. Insieme con qualche saggio ripensamento di cronaca.

giovedì 18 settembre 2008

Premi

Per celebrare la nuova edizione del "Guinness Book of Records", l'editore ha fatto incontrare l'uomo più piccolo del mondo (un cinese di 74,6 centimetri) con la donna dalle gambe più lunghe (132 centimetri, lei è russa). Non so se queste persone riscuotono un premio in denaro, però il cinese mi pare che si possa ritenere soddisfatto della foto ricordo...

mercoledì 17 settembre 2008

Gabriele Paolini, un imbecille atomico

L’altra sera, guardando il Tg1, mi sono imbattuto nell’ennesima incursione di Gabriele Paolini, il famoso rompicoglioni delle dirette tv. Avevo il computer davanti e sono andato sul suo sito. Ho scoperto, senza troppa sorpresa, che quello che si fa definire “il profeta del condom”, è in realtà un imbecille.
Il suo messaggio di trasgressione, un tempo legato al simbolo del preservativo (iniziativa lodevole se solo portata avanti da uno che non è lui), si esplica ormai in gestacci e insulti. Corna, vaffanculo e, quel che è peggio, l’immagine della sua faccia ebete che ammorba il teleschermo.
La sua omosessualità (o bisessualità, o trisessualità... mi sono perso nei meandri del sito) è sguaiata e truculenta come nessun film porno riesce a esserlo. Le sue testimonianze di vita vissuta si riducono in penetrazioni a pagamento, coprofagia, esaltazioni di liquidi organici, cene a scrocco, saune orgiastiche e vendette carnali. Il tutto con l’incosciente presunzione di infondere un messaggio.
Non ho i requisiti per discutere di moralità, ma credo di aver diritto di cittadinanza nel paese della decenza. Paolini no.
Leggo sul suo sito che alcune università, o addirittura scuole, lo hanno invitato per dibattere, di cosa non si sa. Spero che sia una delle sue panzane, come il manualetto di giurisprudenza che dice di aver scritto. Nell’attesa spero che nasca un altro Frajese capace di prenderlo a calci in diretta.
Gabriele Paolini è, insomma, un’offesa vagante per chiunque, senza distinzione di sesso, età, razza, fede politica, religione, cultura, censo, colori sportivi, gusti alimentari, nazionalità. E’ un imbecille atomico che fa milioni di prigionieri.

martedì 16 settembre 2008

Un chilo di legalità


Quanto vale un chilo di legalità? Mi sono posto la domanda mentre mettevo a punto, con altri qualificati amici, un’iniziativa di cui vi dirò tra un minuto. Prima il tema. Abbiamo convertito all’accezione consumistica Che Guevara (le magliette), l’amore e la memoria. C’è qualcosa che sfugga ancora al cosiddetto libero mercato, alla misurazione e alla signoria dello scaffale?
Probabilmente, no. Tuttavia, in questo caso squisitamente “legalitario” – ecco la risposta che mi è venuta in mente – non è detto che sia un errore. Non è detto che sia sbagliato fare i conti in tasca al “bene”, per capire finalmente che il “male” non solo fa schifo, ma nemmeno ci arricchisce.
Prendete un siciliano con una coppola media – né boss, né cittadino compiuto - e piazzategli davanti le immagini di una strage di mafia, col suo coro dolente di vittime morte e di vittime sopravvissute. Reagirà, sul momento, con sdegno. L’intimo senso di commozione violenta si trasformerà in necessità pubblica di redenzione. Quel siciliano risorto, per due o tre giorni, non butterà per terra le cartacce. Infine, tornerà l’autunno dell’abitudine che sempre comprime una rottura esistenziale. Torneranno le cartacce per strada. Quel siciliano tornerà ad essere il solito siciliano.
La via emotiva alla palingenesi si è dimostrata difficile da praticare. Ha cambiato qualcuno, forse di più. Ma non moltissimi, né tutti.
Immaginiamo un percorso diverso. Una strada che parta dal portafoglio e arrivi dritta al cuore. Facciamoci, dunque, i conti in tasca. Ragioniamo, analizziamo. Quando scopriremo che essere siciliani nel senso mafiologico del termine (e ci sono svariati altri modi per fortuna) conduce soprattutto svantaggi tangibilissimi e sottosviluppo, saremo in grado di organizzare una risposta collettiva al problema. Alcuni commercianti hanno smesso di pagare il pizzo perché non era più conveniente farlo.
Non nego affatto il valore puro di una rivoluzione profondamente spirituale e identitaria, né mi sogno di affermare che è irrealizzabile o che in parte non sia già in atto. Sostengo che esistono sistemi collaterali per aiutarla a nascere e a mettere i denti da latte.
La domanda d’avvio era: quanto vale un chilo di legalità? E’ una merce che possiamo produrre ed esportare? Chi volesse ascoltare opinioni autorevoli circa la risposta, può venire a Villa Filippina, a Palermo, per il Festival della Legalità. Ci sarò (umilmente) io, dietro le quinte. Ci sarà Gery per moderare un dibattito. Ci saranno Piero Grasso, le foto di Mario Francese e di Maria Grazia Cutuli, Antonio Ingroia, i pm che conoscono la mafia da capo a piedi. Ci sarà Davide Enia con una “cantata” inedita per Paolo Borsellino. Ci sarà Giuseppe Ayala. Ci saranno molti altri. Tutto spalmato in due fine settimana per cinque giorni. Venerdì 19, sabato 20 settembre, poi giovedì 25, venerdì 26, sabato 27. A breve vi farò sapere il programma nel dettaglio, se vi interessa.
Avvertenza. Siccome si parla di mercato, questa è anche pubblicità, perchè la faccenda mi sta a cuore. Ma è pubblicità progresso. E non ci guadagno.

lunedì 15 settembre 2008

Domande sul terrorismo

Da qualche giorno su Wikipedia, alla voce Adriano Sofri, c’è un balletto di aggiunte e cancellazioni. In particolare, la discussione si è accesa sulla definizione di “ex terrorista”. La polemica, di cui anche questo blog si è più volte occupato, riguarda principalmente l’assassinio del commissario Calabresi e la memoria collettiva dell’anarchico Pinelli. In un articolo sul Foglio di qualche giorno fa, Sofri dice, in soldoni, che la morte del poliziotto non è stata terrorismo e che lo Stato si è dimenticato dei familiari di Pinelli.
Gran parte della sinistra italiana, anche quella più radicale, si è dissociata dalla ricostruzione di Sofri. Restano però alcune domande. Esistono gradazioni del fenomeno terroristico? Ci sono omicidi in qualche modo giustificabili? Siamo ancora in un’era che contempla il delitto come strumento per ottenere un risultato politico?

sabato 13 settembre 2008

Alla ricerca della "particella di Dio"

Massimo Marino, palermitano, è un fisico/computer scientist che ha lavorato nella ricerca per 17 anni, prima al CERN dal 1988 al 1997 e poi al Lawrence Berkeley National Laboratory in California. Parte del software che girerá negli esperimenti CMS ed Atlas nell'LHC di Ginevra porta la sua firma. Verso la fine del 2005 Massimo ha accettato l'incarico di Head of Science & Reseach Business Unit presso la Apple, Inc. a Londra. Dal dicembre del 2007 integra il Leadership Team del World Economic Forum come direttore del progetto WELCOM.


Lo scorso 10 settembre il CERN ha acceso l'LHC - Large Hadron Collider - con il primo fascio di protoni lanciato lungo il tunnel di 27 chilometri dell'acceleratore di Ginevra. E' un momento storico per la Fisica delle alte energie che dará materiale di studio ai fisici di tutto il mondo per almeno una ventina d'anni. Generazioni di scienziati vedranno i loro primi passi sull' LHC ed anche gli ultimi, andando in pensione, forse anche prima che le grandi scoperte attese siano provate e verificate. I run veri e propri, con le prime collisioni e prese dati, avverranno probabilmente non prima di un anno, tanto ci vorrá per mettere a punto la macchina e calibrare al contempo i quattro esperimenti maggiori, ognuno piú o meno delle dimensioni del duomo di Milano.

L'LHC dovrebbe permettere ai fisici di spiegare l'origine delle masse delle particelle, con la sperata scoperta del Bosone di Higgs (dal fisico inglese che per primo ne postuló l'esistenza) e nota in questi giorni come "la particella di Dio", proprio in quanto nella teoria sarebbe responsabile del meccanismo nel Modello Standard per la generazione della massa. Un'altra risposta che potrebbe arrivare dagli esperimenti dell'LHC riguarda l'origine della materia oscura (dark matter) che costituirebbe il 95% della massa dell'Universo: come mai la Natura preferisce di gran lunga la materia all'anti-materia?

L'acceleratore di Ginevra ricreerá le condizioni all'origine dell'universo, praticamente al momento in cui è avvenuto il Big Bang. Il potenziale è enorme per la comprensione dell'universo conosciuto e di quello che ancora è postulato: l'LHC potrebbe dare - se non le prove - almeno le chiavi per una sua corretta interpretazione.

L'enormitá dell'LHC risiede anche nella collaborazione internazionale necessaria per mettere su una tale avventura. E' un esempio mirabile di quello che la comunitá internazionale puó fare quando unisce sforzi e capacitá in un clima di trasparenza e collaborazione.

venerdì 12 settembre 2008

La scelta

Prima scena. Il giornalista Marco Travaglio, a maggio in una puntata di Che tempo che fa, tira in ballo il neo presidente del Senato Renato Schifani accusandolo di essere amico di mafiosi e giudicandolo inidoneo a ricoprire la seconda carica dello Stato.
Seconda scena. Il giornalista Giuseppe D’Avanzo, su la Repubblica, attacca il metodo Travaglio: è, nel migliore dei casi, giornalismo d’opinione travestito da giornalismo d’inchiesta. Schifani – questo è il succo – ha intrattenuto rapporti con un tale che solo anni dopo verrà inquisito e condannato per mafia.
Terza scena. Sempre D’Avanzo rivela che Travaglio, in anni recenti, si è fatto pagare una vacanza in Sicilia da Michele Ajello, recentemente condannato in primo grado per mafia.
Quarta scena. Martedì scorso Travaglio mette online le ricevute di una vacanza del 2002 all’hotel Torre Artale di Trabia, da cui si evince che il conto se l’è pagato lui.
Quinta scena. Ieri su la Repubblica D’Avanzo cala il suo asso. Parli della sua vacanza del 2003 (e non del 2002) al Golden Hill di Altavilla - scrive - Quella trascorsa insieme con Giuseppe Ciuro, poliziotto “infedele” condannato di recente a quattro anni e otto mesi al processo "Talpe" di Palermo. E chiede: chi gliel’ha pagata quella vacanza? Il sospetto è che il denaro sia venuto fuori dalle tasche di Ajello.

Questi cinque flash erano necessari per riassumere una vicenda che mi serve da trampolino per una breve storia personale. Sono cresciuto in un quartiere figlio del “sacco di Palermo” degli anni Settanta: Resuttana. I miei amici erano, per la maggior parte, figli del magma di quel quartiere. Col tempo molti di loro stringeranno orrendi sodalizi criminali e tutti ne saranno stritolati. Alcuni pagheranno il conto con la giustizia, altri saranno inghiottiti in quel nulla eterno che è la morte senza sepoltura. Uno diventerà collaboratore di giustizia (per linea ereditaria). Quest’ultimo lo incontrai per strada, quattro anni fa. “Accura, che ti rovino la reputazione”, mi disse mentre lo abbracciavo. “Non dire minchiate – risposi – Ora stiamo dalla stessa parte”.
E’ questo il punto: da che parte stare.
Non sono un elettore di Schifani e mi è capitato più volte di criticarlo: non mi piace una certa arroganza da intoccabile, degna di un partito, il suo, che chiama “complotti” le azioni giudiziarie, e “leggi” i desiderata del capo supremo.
Non sono un fan di Travaglio, pur riconoscendo il valore di molte sue inchieste. Il suo “giornalismo dei fatti” ha troppe ramificazioni nell’unica opinione che conta, la sua. Mi sembra un cronista con ambizioni da capopopolo, che diffida a sua volta degli altri capipopolo (e anche degli altri cronisti).
Da che parte stare, allora?
In Sicilia, terra di equilibrismi e compromessi, lo schierarsi per vocazione comporta molti rischi. Siamo la terra dei falsi plurali: “La polizia lo sanno, “la mafia ponno (possono, nda) tutto”. Abbiamo l’unico dialetto che prevede un diminutivo per un crimine come l’omicidio, l’ammazzatina. Celebriamo come migliore la parola che non si dice.
Credo che la scelta più prudente sia quella di stare dalla parte delle prove e delle regole. Schierarsi sì, ma non per vocazione: per esperienza personale, per ragionamento, per conseguenza di errori.
Finiamola di firmare appelli sull’onda della prima emozione corale.
Smettiamola di compiacerci dei trasversalismi che ci fanno saltare code, evitare noie.
Valutiamo, pesiamo le scelte con l’arrendevolezza necessaria per ammettere che molto probabilmente sbaglieremo.
Prove e regole, quindi.
Non può esistere un reato di amicizia per Schifani. Se è o non è idoneo al ruolo che ricopre, sarà lui stesso a dimostrarcelo.
Non può esistere un’aura di santità per Travaglio. Se dice o meno la verità, saranno i fatti, quelli veri e non quelli riferiti, a dimostrarcelo.
Insomma, stiamo allerta.

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giovedì 11 settembre 2008

Pane, mortadella e follia



Il mio salumiere è speciale. E non per quello che vende, che pure è di qualità. Ma per gli impiegati che assume. Per lavorare da lui ci vuole la patente della stupidità. Lo dico dopo quindici anni di frequentazione, quindi con statistiche alla mano. L’argomento ha un che di drammatico, in parte: gli individui molto poco svegli che trasportano sacchetti e affettano panini sono, immagino, il risultato di paga scarsa e lavoro nero. E di questo mi dispiaccio per loro. Ma proprio se paghi poco e occulti molto, ti può capitare di reclutare impiegati “di scarto”. Nel caso del mio salumiere, solo quelli. Quando telefono per una consegna a domicilio, il dialogo-tipo con lo sciroccato di turno alla cornetta – in genere si tratta di ventenne crivellato dall’acne e con ciuffo ossigenato e liscio spalmato sulla fronte a coprire gli occhi lessi – è il seguente:
Io: “Per favore, mi manda un pacco di Oro Saiwa?”.
Lui: “Col manico? E vuole pure il secchio, o solo il bastone?”.
Scambia i biscotti per un mocio Vileda.
Io: “Vorrei anche due etti di prosciutto cotto, senza conservanti”.
Lui: “Quello blu? C’è solo blu. Quello chiaro l’abbiamo terminato”.
Sarà prosciutto di maiale extraterrestre?
Io: “Vabbè, allora mi porti un detersivo per piatti e uno per lavatrice”.
Lui: “Quale? Quello del Capitan Findus?”.
Insomma, la merce che mi arriva a casa mi dà sempre un brivido, ogni volta che frugo nei sacchetti.
L’unico che funziona, in quella salumeria, è un tunisino cinquantenne. E’ il solo a non tremare davanti ai capi – due temibili fratelli che discutono esclusivamente di corse di cavalli – anzi, ai capi dà addirittura del tu. E se osano contraddirlo, sono cavoli: “Senti, Franco”, sbotta lui rivolto a uno dei due, “qua lo dico io come si fanno le consegne e come si piazza la merce, e se non stai zitto ti butto all’aria il carrello e me ne vado”. Il tunisino è temuto, ma ha anche una debolezza: ogni estate, prima di rimpatriare per vedere moglie e figli, passa da casa mia e si lamenta che Franco o Pino (l’altro capo) lo hanno accusato di aver rubato due o tre carte da cento euro. Sempre, ogni agosto, immancabilmente. E io sospetto che lui, con quelle banconote, ci si paghi il biglietto per Tunisi o porti un regalo ai bambini. Sarà per questo vizietto che è arrivato dal suo paese – forse sulla scorta della legge del taglione – con due dita mozze della mano destra?

mercoledì 10 settembre 2008

Dodici anni fa

Qualche anno fa, sarà stato il 1996, fui invitato a cena con un gruppo di amici nella villa di un noto produttore di vini, a Pantelleria. Era estate e ovviamente faceva un caldo tremendo. Arrivati a casa del nostro ospite, fummo accolti da una tavola ricca e soprattutto da una cantina meravigliosa.
Fu una serata indimenticabile.
Da un lato del tavolo noi, tre giornalisti con infradito e abbronzatura da fritto in padella, dall’altro una schiera di enologi in sahariana e con l’accento veneto (eccezion fatta per il padrone di casa, in maglietta e calzoni di tela, che respirava più dialetto siciliano che aria). La discussione – colpa della gradazione alcolica crescente – montò sino a sfondare il soffitto della politica locale. Uno dei miei amici, oggi redattore di un importante quotidiano nazionale, tirò fuori il suo numero migliore: straparlare di roba impegnativa con l’ammortizzazione del vino.
Cominciò con l’apostrofare come “bottegai” tutti coloro che commerciavano in qualcosa. I calci sotto il tavolo non lo distrassero quanto un moscato che pareva arrivare dai barriques del Padreterno. Il caldo parve sfinirlo. Poi però un altro bicchiere lo rianimò. E finì, come noi temevamo, con la tumulazione di ogni speranza per una città come Palermo: con lui che urlava “ma lo capite che è un luogo che putresce?”, davanti a un gelo di mellone sublime.
Sindaco allora era Leoluca Orlando, e il mio amico, da buon orlandiano sconclusionato, pretendeva di costruire demolendo. Come fede politica gli imponeva, insomma. Noi, che pure eravamo orlandiani, ci ridevamo su, coscienti che il vino, in fondo, dà e toglie come la saggia politica.
La serata si concluse in un crescendo di brindisi e di risate degne dell’affabilità e dell’intelligenza delle persone che ci stavano di fronte. E se Francesco Miceli, colui il quale ci accolse con affetto a casa sua pur non conoscendoci di persona, fosse vivo oggi ne sghignazzerebbe con me, ne sono sicuro.
“Palermo putresce”, gridava il mio amico dodici anni fa. E, badate bene, erano gli anni della rinascita, della rivoluzione silenziosa, degli arresti dei superlatitanti, del centro storico liberato. Non lo sento da un bel po’, questo amico. Chissà cosa ha da dire sulla Palermo di oggi. Quasi quasi lo chiamo e lo invito per un aperitivo…

martedì 9 settembre 2008

I "superbosi"

Quasi un miracolo. Da molti mesi, diciamo da ben più di un anno, il destino mi salva da un tipo di persone irritanti e pericolose. I superbosi (superbi e presuntuosi e/o pericolosi).
Brevi cenni sugli appartenenti alla categoria in questione: tutto sanno e a nulla credono (fuori dal loro recinto); iniziano sempre una frase con “no” oppure “non è possibile”; hanno orecchie tarate per ascoltare solo ciò che può dare il La a una loro esternazione; se credono in un dio, quel dio alloggia in camere di loro disponibilità.
Per convergenze astrali e anche per un certo impegno personale, mi sono (temporaneamente?) liberato da questo genere di compagnie. Godo di ogni minuto trascorso, anche incazzandomi, faticando, annoiandomi, preoccupandomi, senza qualcuno che mi debba dare una lezioncina presa dal Reader’s Digest del saper vivere.
I superbosi, se ci pensate bene, sono una minaccia al vero bene comune: il pensiero. A dar corda a questi individui si finisce male. Che sia un ospedale, la galera o uno studio legale sarà il caso a deciderlo. Nel mio piccolo, ne ho incontrati parecchi e quando li rivedo oggi, privi della loro cartucciera di “no” e “non è possibile”, li saluto sempre con grandi sorrisi. E’ sempre piacevole rivedere chi non ci manca affatto, con la certezza che un istante dopo sparirà in un buio che è solo suo.

lunedì 8 settembre 2008

Bestiario

Qualche giorno fa, il mio amico Tony Gaudesi mi spronava a raccontare qualcosa di divertente del mio passato giornalistico. Premesso che non tutto ciò che è divertente è anche interessante, ho ripescato dal caos della mia memoria due episodi, o meglio due esempi che riguardano la parte più delicata di un articolo, cioé l'attacco.
Incidente mortale nel Trapanese: due auto si scontrano in modo frontale. La dinamica accertata è drammatica e semplice. I due conducenti, ognuno nel proprio senso di marcia, hanno effettuato in contemporanea un sorpasso azzardato, senza riuscire a rientrare in tempo nella propria corsia. Il pezzo iniziava così: "Morti perché la pensavano alla stessa maniera".
Altro incidente stradale, stavolta nell'Agrigentino. Una strage. Quattro giovani muoiono carbonizzati. Il corrispondente inizia il suo articolo così:" Quando si dice gioventù bruciata...".

PS. Il giornale per cui lavoravo partorì titoli del tipo: "Si è spento l'uomo che si era dato fuoco", e "Ventimila invalidi in corsa per un lavoro".

sabato 6 settembre 2008

Pronto, casa La Terza?



Ma ve li ricordate gli scherzi telefonici? Occorrevano: naturalmente un telefono (fisso, esisteva solo quello), un pomeriggio o una serata con le mani in mano (di queste ce ne sono state e sempre ce ne saranno), una vittima designata o colta a caso (entrambe destinate a chiamate regolari, perché uno scherzo senza tormentone è come una farfalla senza ali) e una buona dose di innocente vigliaccheria (non c’erano identificatori del chiamante). Si componeva il numero già ridendo, si teneva a bada l’esuberanza dei complici (senza, lo scherzo era come una farfalla, etc. etc.) con dei sttt! convulsi. Si aspettava con il cuore in gola che la voce dall’altro capo mettesse fine a interminabili tuuuut! densi di suspense.
Il resto era creatività pura, commedia dell’arte. Si andava dalla rielaborazione di canovacci supersfruttati (“Pronto, signora? Qui è la Sip. C’è un guasto. Soffi nel telefono… basta! mi ha gonfiato i coglioni!" "Pronto, qui l’acquedotto… acqua calda da lei ne arriva?... E fredda? Sì? Allora si lavi il culo!") al plot estemporaneo con sottofondo noir (“Pronto? Come chi parla a quest’ora? Sono il vendicatore della notte…”) o legato alla quotidianità (“Signora, le sto mandando i 25 chili di filetto che ha ordinato”); dallo spunto basato sull’onomastica ("Pronto, casa Mussolini? Mi passi suo nonno Benito…" "Buonasera, il signor Fedele Mastronzo? Beato lei!" "Pronto, casa La Terza? Metti la quarta e vattene affanc…") alla tenzone in rime baciate (“Pronto? Suca!”, “A me e al duca” “il duca non c’è più e me la suchi sempre tu!”).
Per quello che rammento io, il gioco raramente sconfinava nella molestia. Perché proprio di gioco si trattava, fondato su un soave principio infantile: stuzzicare, ridere, mettere giù, svanire, ritentare una sortita, sperando persino nella complicità dell’altro. Si seguivano regole ben precise, pena l’interruzione della linea. Erano bandite le minacce (e non solo perché la vittima avrebbe chiuso subito: mi piace pensare che si facesse ancora distinzione tra divertimento e violenza), si cercava di far durare la conversazione più a lungo possibile (il bello stava nello snodo imprevisto del plot, nello sviluppo inaspettato) e non si rincarava la dose quando a rispondere erano anziani e bambini. Forse idealizzo quella che in fondo era una cafonata, ma mi sento di affermare che lo scherzo telefonico, sul piano della fantasia, sta alle bravate su youtube come la radio sta alla televisione. La vittima aveva diritto di replica. Anzi, dava il “la” al divertimento, e non erano rari i casi in cui, prendendoci gusto, vi partecipasse. La si ascoltava, anziché – come su youtube - coprirla di insulti urlati, di farina, di uova marce, cazzotti, bottiglie molotov. Badando bene di essere sempre in primo piano sul videofonino o la telecamera.

venerdì 5 settembre 2008

"La strada" grigia

Ho appena finito di leggere “La strada” di Cormac McCarthy (Premio Pulitzer 2007). Ci ho messo tre settimane, nonostante il libro sia poco più di duecento pagine. E per ognuna di quelle pagine, la sera, quando mi afflosciavo sul letto, mi ripetevo: “Non è possibile...”.
La storia, senza togliere e aggiungere nulla, è questa: un padre e un figlioletto, dopo una presumibile catastrofe nucleare, si aggirano per le strade deserte dell’America, nel grigio della cenere, nel grigio del cielo, nel grigio di rare esistenze grigie, nel grigio della fame e via ingrigendo.
Si aspetta inutilmente che accada qualcosa da una riga all’altra, con dialoghi del tipo: “Papà moriremo? No, non moriremo. Ok. Ok” (testuale).
La scrittura, eccezion fatta per alcune descrizioni di luoghi (grigi, naturalmente), è sontuosamente soporifera. Una confezione di Lexotan avvolta in carta da regalo, insomma.
Secondo il mio personalissimo parere, “La strada”, oltre a essere uno dei pochi romanzi davanti ai quali si dorme già guardando la copertina, è uno dei libri più sopravvalutati degli ultimi vent’anni.
P.S. Per fortuna che McCarthy non è Saviano, altrimenti oggi sarebbe stata un’altra giornata di inferno...

giovedì 4 settembre 2008

Saviano: cronaca sì, letteratura no



Sono d’accordo con Alessandro Baricco (scrittore di cui ho letto quattro libri, apprezzandone solo due: “Novecento” e “Oceano mare”). Lui ha sostenuto di recente che “Gomorra” di Roberto Saviano è un misto mal riuscito di giornalismo e narrativa. E ha avuto parole molto tiepide per questo autore. Io vado oltre: per me “Gomorra” è un libro pessimo, anzi quasi illeggibile, dal punto di vista della forma e dello stile. Né risulta chiaro, a chi nei fatti campani non è così addentro, che cosa – in quelle pagine – sia realtà e cosa fiction (perché la finzione c’è, in “Gomorra”). Fermo restando il mio plauso per Saviano come persona, che ha molto – e lodevolmente – infastidito i camorristi, gli tributo qui tutta la mia solidarietà per le minacce ricevute e la vita blindata che da “Gomorra” in poi è costretto a fare. Però lo boccio senza appello come scrittore. Come giornalista non commento, perché non sono abbastanza ferrata nella conoscenza dei fatti di camorra da poter valutare nello specifico la portata professionale degli episodi che l’autore racconta. In quel libro, a mio parere, non c’è una sola pagina dalla scrittura godibile o anche solo “liscia”. Non c’è nulla di lineare, di letterariamente nitido. Senza, con questo, pretendere di trovare nella prosa di Saviano una scrittura alta, immaginifica, di quelle che ti si stampano nella memoria per sempre. Arte, o buon mestiere, insomma. Perché, secondo me, non ce n’è traccia. Ma la correttezza e la pulizia formale, da chi scrive, me la aspetto. Anzi, la pretendo. E soprattutto me la aspetterei da chi, come me, di lavoro fa l’editor. In una casa editrice come la Mondadori è possibile che nessuno – pur di fronte all’esultanza di chi aveva intuito anzitempo il carattere dirompente di “Gomorra” – abbia alzato una mano per dire: “La diamo una sfoltita alla logorrea? Limiamo la scrittura? Eliminiamo un quintale di nebbia sintattica da queste pagine?”. Pare proprio di no. Le immense vendite del libro sembrano dare decisamente torto alla mia indignazione. Eppure ho notato “Gomorra” nelle librerie di tante case di miei amici e conoscenti, ma ancora non ne ho trovato uno che l’abbia letto o sia riuscito a finirlo. Devo dedurre che avere un libro dall’ampia eco, come questo, regali una facciata d’impegno, ma non generi vera lettura?
Allora mi permetto di consigliarvi un altro libro di cronaca (senza fiction), edito sempre da Mondadori: “Cacciatore di mafiosi” del magistrato Alfonso Sabella. Un ottimo esempio di come cronaca e narrativa possano andare d’amore e d’accordo. Oltre a svelare aspetti inediti, interessanti e personali della ricerca e della cattura dei latitanti. La scrittura, qui, è pulita, scorrevole e accattivante. Requisito minimo di ogni buon libro. Specie quando, come questo di Sabella, non è uno strombazzatissimo bestseller.

mercoledì 3 settembre 2008

Se Dio si incazza

Con un’entrata a gamba tesa sul tema della bioetica, il Vaticano afferma che la morte cerebrale non basta per sancire la fine della vita. L’editto, pubblicato sulle sacre tavole dell’Osservatore Romano, tradisce un’inclinazione, quasi un vizio: l’attaccamento ai valori terreni è più manifesto nei prelati (alti, altissimi) che, come invece sarebbe stato più scontato, nel gregge dei fedeli, delle pecorelle smarrite.
L’argomento non è da poco.
Spostare il confine tra la vita e la morte è compito arduo, da semidei (praticanti). C’è, in questo impeto sprecato in nome di Dio, una muscolarità molto politica. C’è l’inseguimento irreale di una preda che non bazzica quelle lande: gli esseri umani non si dividono in laici e religiosi, come fossero due razze, una eletta, l’altra succube. Chi caccia chi? Chi deve affermarsi su chi?
I tromboni del Vaticano che si fanno biologi, medici, filosofi, legislatori sono solo l’ombra deforme di un consesso che tende a espandersi per smania di conquista, per occupare senza godere, per comandare al posto di altri.
Dopo la morte cerebrale - qualcuno potrebbe sommessamente spiegarlo a quei porporati che non arrossiscono - c’è solo lo stato di decomposizione. Rimandare un espianto di organi a quando è troppo tardi - cioè a quando la carne marcisce e l’anima chissà – è un atto incivile.
Sono un cattolico non praticante, ma per quel che so del mio Dio ritengo che, alla prima seduta del Consiglio di amministrazione, si incazzerà parecchio. E, come sempre, quaggiù faranno finta di non sentirlo.

martedì 2 settembre 2008

Certo

Da quando non ho più una dimora fissa, causa allontanamento forzoso da casa mia, vivo da un mio amico. Questo mio amico ha molte amiche. E dico subito che io non le guardo nemmeno.
Dormo su un divano che è stato il teatro di certe acrobazie del mio amico, ammalato di sesso come un attore famoso di cui ho letto giorni fa: e se lui non fa notizia è perché fa l’avvocato. Ma al tribunale circolano innumerevoli voci sulle sue prestazioni. Anche sulla sua dotazione modesta. Ora spero che almeno lui non scopra questo blog, costringendomi ad andare in albergo.
A questo proposito, con l'aiuto del corsivo, rivolgo un appello alla mia ex consorte (so che legge sempre queste pagine): tu sai chi è il mio amico, per favore non dirglielo che so che non è molto dotato. A che ci siamo, sempre per favore, puoi farmi avere le giacche invernali? Magari le mandi con Giusy. Anzi no... scusa... ok, ti chiamo domani.

Dov’ero arrivato? Ah, sì. Quando arrivano le donne, alcune anche interessanti, io indosso l'aria triste, esco e vado a mangiare da solo. Ciò fa di me “l’amico che soffre perché buttato fuori di casa”. Se volessi me le farei, ma per ora non mi va. Al ristorante spesso ascolto i discorsi dei miei vicini ed è per questo che sono giunto a una conclusione: certi uomini andrebbero soppressi da piccoli.
 Giusto ieri, accanto al mio tavolo, era seduta lei: bella donna, bionda, tiratissima. Una di quelle signore che fanno la messa in piega anche ai peli delle braccia. 
Lui meno bello, un po’ stempiato, occhiali blu a mezzo naso per leggere il menù. Riporto fedelmente il dialogo.
Lui: “Che vuoi? Ti piace il pesce al cartoccio o vuoi l’antipasto? Prenditelo l’antipasto che me ne mangio un po’ del tuo. Talè... 13 euro un poco di pesce spada e due gamberoni. Niente… talè, prenditi il primo. Ti piacciono gli spaghetti allo scoglio? Si, facciamo così, tu ti prendi gli spaghetti allo scoglio e io la ricciola”.

Lei in un impeto di autonomia cerebrale: “No! Io non voglio il primo, preferisco il secondo”

Lui: “Allora prenditi l’insalata di mare che costa 7 euro e io mi prendo la ricciola e te ne do un poco. Da bere prendiamo un bicchiere di vino e te ne prendi un poco da me? L’acqua la prendiamo piccola che poi resta sempre ed è veramente peccato lasciarla?

Lei: “Certo”.

Lui: “Insalata niente che ne abbiamo tanta nel frigo e poi si butta”
.
Lei: ”Certo”.

Ordinano. Poi lui si leva gli occhiali, rotea lo sguardo e, sempre rivolto all’ormai affranta moglie, dice: 
“Speriamo che non ci rapinano qui che mi pare un posto di rapine. Meno male che non abbiamo preso il vino. Ah, non ti ho detto... lo sai che oggi quell’analfabeta del mio collega è arrivato con i pantaloni tutti scuciti? Ma io dico, si può? Com’è possibile che sua moglie manco sappia cucire.
 Ma il pane... almeno il pane ce lo potevano portare. Il trucco in questi ristoranti è imbottirsi di pane così la fame passa”.

Lei: “Certo”.

Lui: “Comunque dicono che c’è la crisi ma qui non si vede, tutti i tavoli sono presi. Ma dov’è questa crisi? Al supermercato ci sono sempre persone con i carrelli pieni... Non è vero? ”.

Poi è arrivato il cameriere ed ha servito l’allegra coppia. Quando si è trovata davanti il piatto con pezzi di polipo freddo e smunto, la signora si è alzata, ha preso un coltello e girando velocemente alle spalle del marito l’ha infilzato ripetutamente. Mentre il sangue scorreva e il suo volto si trasformava in quello di una matta con i capelli biondi usciti dai solchi dei fermagli, ha afferrato la forchetta e gli ha cavato gli occhi. Lui è caduto sbattendo la testa e lei ha urlato:
 “Quanto costa questo pesce, ah? Quaaantooo! E quanto costa questo vino? Quaaantooo! E quanta insalata c’è nel frigorifero? Quaaantaaa!". E via stilettate di tacco dieci nel torace dell'uomo rantolante.


Non è vero. Lei ha detto “Certo”.

lunedì 1 settembre 2008

Il tifoso e il poliziotto

Sul sito della polizia di stato era stata salutata come la “stagione del dialogo”. Uno pensa a chissà che, invece si parla di calcio. Ora, un Paese in cui l’istituzione della pubblica sicurezza deve auspicare un felice rapporto con i seguaci di un giocoso sport mi pare che abbia qualche problema. Uno si augura il dialogo tra forze politiche, tra entità contrapposte, tra nemici. Ma tra poliziotti e tifosi, no. Perché, se ci pensate bene, è come augurarsi il dialogo tra il panettiere e il salumiere: lavorano ognuno per conto proprio e se tutto fila liscio in una bottega (del panettiere, ad esempio), anche l’altra (quella del salumiere) ne gode. Il benessere e la serenità sono contagiosi.
Mettiamola così. Tifosi e poliziotti non dovrebbero essere forze contrapposte. Un poliziotto può essere tifoso, un tifoso può fare il poliziotto. L’agente è lì per difendere la moderna sacralità del tifo, il tifoso per goderne.
Invece, in questo Paese, si verifica un aberrante cortocircuito: il divertimento diventa occasione di scontro; il superfluo sconfina nel rigore del necessario. Serve una gigantesca mano che stacchi l’interruttore generale dell’energia elettrica per poi riavviare tutte le macchine, azzerando contatori, macchinette obliteratrici, partite.
Il vergognoso spettacolo, anzi la delinquenziale esibizione, dei tifosi napoletani – in occasione di Roma-Napoli, ieri – deve finire nel cesso di un oblio finto-sportivo. Con stadi chiusi, squadre retrocesse in serie Z, sciarpette dimenticate nell’angolo di una cella d’isolamento.
La tolleranza zero, in un Paese che non è l’Italia, serve per questioni importanti. Una partita di calcio può servire, tuttalpiù, per dimenticarsi (almeno in quei 90 minuti) delle questioni importanti.