venerdì 31 ottobre 2008

Noia e Gomorra (il film)


Ho visto il film Gomorra di Matteo Garrone e l’ho trovato molto noioso. Spero che questo non influisca sul mio certificato penale.

giovedì 30 ottobre 2008

Un maschio per La Russa

Il ministro Ignazio La Russa, in un dibattito televisivo, ha dato il peggio di sé per confutare le tesi di Concita De Gregorio, direttore dell'Unità: tutto questo sotto gli occhi di una Maria Latella che, in studio, era solo un soprammobile ben truccato e ben vestito.
Nello stralcio che potete vedere qui non c'è tempo per farsi un'idea esaustiva del dibattito. E non ce n'è bisogno.
La violenza di La Russa è verbale, immagino, solo perché lui, maschio, peloso, forte di un ruolo fortissimo, è fisicamente lontano dalla giornalista. Ma la dice lunga sull'arroganza che, in questo caso, non è nemmeno del potere, ma di una povertà intellettuale da tribù di terzo mondo. Tu, femmina, stai zitta e guarda come io, maschio, ti spiego il senso della vita.
Scomodare ragioni politiche per censurare il verbo sguaiato di questo signore equivarrebbe a fargli un favore. Gli abissi non si esplorano con l'aeroplano. Ci vorrebbe piuttosto un suo simile, maschio, peloso e biforcuto, per fargli entrare nella zucca che la buona educazione, purtroppo, non si conquista col voto. Talvolta serve qualche sano calcio nel sedere.

mercoledì 29 ottobre 2008

L’accendino di Betlemme



Nel caldo africano di quel giorno d’estate ho ripensato a Betlemme e ho scelto di rimanere ancora un po’ senza l’accendino.
Ho girato e rigirato tra le mani le mie sigarette slim, le ho annusate e ho il percepito il peso di una viziosa “quasi felicità”, legata a un’assenza.
Quando ho conosciuto Betlemme mi hanno colpita le sue dita nerissime e affusolate, che rigiravano otto sigarette nazionali.
“La mia dose quotidiana di felicità” mi ha detto quando abbiamo iniziato quella che doveva essere un’intervista, ma che presto si è trasformata in una serie di rimandi, filtrati dallo sguardo di zucchero filato dell’interprete.
Al CPA di Lampedusa c’è un filtro per tutte le cose, anche per giocare a pallone nelle ore d’aria.
Betlemme ha gli occhi che guardano costantemente altrove, le labbra carnose e quella formosità, invidiabilmente imperfetta, che è solo delle donne d’Africa.
“I’m from Nigeria. I want a job, honest or dishonest, but I want a job”.
Gli occhi le luccicavano quasi vi avessero nidificato dentro eserciti di moscerini.
“E’ solo stanca, le passerà”, ha sussurrato l’inteprete, con il sorriso di ceralacca.
Betlemme mi ha guardata, e ricominciato: “Freedom and job, freedom and job”.
Si è rigirata tra le mani le otto sigarette, ne ha poggiata una sulle labbra, si è guardata intorno. A gesti mi ha chiesto se avessi da accendere. Ho frugato nervosamente tra le mie cose, ma non ho trovato l’accendino: l’avevo dimenticato in macchina.
Betlemme ha iniziato a parlare veloce, pareva avesse il timore che la sua confidenza potesse essere assalita da qualcuno, da qualcosa.
“Ci danno le sigarette – ha detto - ma qui nessuno ha mai da accendere...”.
Ha lasciato in sospeso la frase.
Sono andata via, salutando frettolosamente lei e l’interprete. Ho scelto di non incrociare gli occhi di cobalto di Betlemme. Certi sguardi hanno la pretesa di volerci rimanere incollati addosso e di farci da grillo parlante, quando abbiamo poche cose da raccontare a noi stessi.
Prima di uscire dal centro, un giovane clandestino mi ha domandato se avessi una biro. Quella è sempre a portata di mano. Gli ho fatto cenno che poteva tenerla. Nel fargli quel minuscolo regalo ho sentito un peso in meno sulla mia pelle, troppo chiara per sopportare quel sole mezzo siculo e mezzo africano.
Salita in macchina, ho trovato l’accendino, ma al primo cassonetto l’ho buttato via. Ho scelto di rimanere senza, anche solo per un giorno. E so bene che mi sarebbe bastato fermare qualcuno per strada per poter accendere. Per Betlemme non è così.
Fosse solo quell’accendino a chiuderle le porte della felicità forse i suoi occhi sarebbero meno annacquati, o forse ha ragione l’interprete: “E’ solo un po’ stanca, le passerà…”.

martedì 28 ottobre 2008

Il cartellino dei giudici

Il ministro Brunetta vuole piazzare i tornelli all’ingresso dei tribunali per controllare quanto lavorano i magistrati. Brunetta non mi sta simpatico, ma accolgo con favore ogni iniziativa – da qualunque parte politica provenga - che renda difficile la vita ai fannulloni. Che siano giudici o impiegati del catasto, che abbiano quattro lauree o la semplice terza media, i lavoratori hanno l’obbligo di non rubare lo stipendio. Forse per essere stata fastidiosamente bersagliata da berluscones e affini, la categoria dei magistrati mi è parsa ultimamente un po’ troppo suscettibile. L’idea del ministro della Funzione pubblica è stata accolta con una levata di scudi dall’Anm: “Lavoriamo fin troppo”; “ci sono colleghi che si portano il lavoro a casa”. Quale migliore occasione di un controllo certificato per evitare abusi e per alleggerire i carichi di lavoro, allora?
In Italia l’allergia al controllo si propaga troppo spesso ai controllori. E in certi momenti c’è un solo metodo per dimostrare la propria onestà: mostrare tasche e documenti. Timbrare il cartellino non è pratica umiliante né contronatura. E’ forse il modo migliore per dimostrare quanto un organico è all’osso e per togliere alibi a chi di alibi infarcisce le proprie azioni.

O.T.
C'è sempre il solito problema tecnico che rende un po' più difficile postare commenti. Vi ricordo che la procedura più semplice, se non si è loggati a Blogger, è quella di postare come "anonimo" e mettere la firma o il nick name alla fine del commento.
Ge.P.

lunedì 27 ottobre 2008

Questa domenica di m...

Ieri pomeriggio, mentre aspettavo degli amici, ho acceso il televisore e ho visto una ragazza che piangeva disperata. Era collegata dal Sud Africa. Sono rimasto incollato allo schermo. “Che succede?”, mi sono chiesto. Poi le immagini sono cambiate: spazio allo studio, il volto rasserenante di Paola Perego. Mi hanno spiegato che quella signorina paonazza e singhiozzante era una concorrente di un reality che si chiama “la Talpa” e che il motivo del suo struggimento era il seguente: era stata lasciata in diretta tv dal suo fidanzato.
Impietrito sul divano, ho assistito poi all’arrivo sulla scena di tale Filippo – il fidanzato di cui sopra – che ha motivato la sua scelta: lei si pavoneggia su un set, tra tronisti e maschi arrapati, e soprattutto non parla mai di lui. Ho fatto un rapido approfondimento e ho scoperto che costui è reduce da un’edizione del Grande Fratello e che, per mestiere, si fidanza e si lascia in diretta con la decerebrata di turno.
Tutto questo, con tanto di talk show, si svolgeva di domenica pomeriggio nel corso di un programma che si intitola “Questa domenica”. Una sagra di volgarità, dove il massimo spunto di riflessione lo offre una opinionista del calibro di Selvaggia Lucarelli e dove furoreggia lo psichiatra Alessandro Meluzzi, ex comunista, ex radicale, ex senatore di Forza Italia, ex Udeur, ex verde, ex Cde e, al momento, ex Udeur, che anziché trattare i suoi compagni di discussione (persa) come meriterebbero, cioé come pazienti, li blandisce e gli si accoda.
Un programma del genere, anche al netto di Meluzzi, dovrebbe essere vietato ai minori e somministrato ai maggiorenni come punizione per qualcosa. Se non avete fatto niente di male, se vivete in pace con voi stessi, se anche non avete niente di meglio da fare, non guardatelo! E’ un distillato putrido della peggiore spazzatura televisiva.
Io, dopo aver spento il televisore, ho disinfettato il telecomando.

sabato 25 ottobre 2008

Diciassette anni fa

Oggi l'ora legale finisce. Chi gioirà?

venerdì 24 ottobre 2008

Odio gormitico



Mia madre diceva sempre che sarei cresciuta violenta e mascolina per colpa del Grande Mazinga. Pure di Jeeg Robot d’acciaio e di Goldrake, a dire il vero. Ma Mazinga era in vetta a tutti gli incubi materni. Era la fine degli anni Settanta e dividevo la mia devozione televisiva tra quel vigoroso robot e l’orfana Candy Candy. Tutti e due vinsero le loro battaglie di vita, io ebbi regolarmente le mestruazioni, e oggi non mi ritrovo seduta davanti ad uno psicologo per turbe sessuali.
Almeno, non per quelle.
Solo che la storia si ripete, ed è questo che mi rode di più.
Mio figlio è un estimatore dei Gormiti, pupazzetti plasticosi poco più alti di un pollice che migliaia di piccoli collezionano per il puro gusto di possederli. A suscitare tanto interesse non è la serie tv (postuma rispetto al successo di vendite) né chissà quali salvifici messaggi per il pianeta Terra. Dietro il successo di questi mostriciattoli c’è invece il brivido dell’acquisto dal tabaccaio, la bustina che si apre e il Gormita che sbuca fuori, senza una vera storia alle spalle. Che ne so, un Generale nero contro cui lottare, una pettoruta Venus con cui fidanzarsi o un qualunque professor Shiba imbottigliato in un tubo catodico da consultare in caso di necessità. Mi ritrovo a sospirare, a scaricare centinaia di puntate di tutti gli eroi dei miei tempi che ottengono un discreto successo presso la mia prole. Ma il mio sdegno gormitico rimane intatto.
Prendiamo quello che mio figlio preferisce in assoluto: il Sommo luminescente. Lo possiede di tutte le misure. Ne esiste pure una versione gigante, e parlante, e ricorda vagamente gli storici robot giapponesi. Solo con i pettorali meno scolpiti. Tanto a che gli servono, già il Gormita medio non perde il suo tempo a combattere, figuriamoci i vip.
In cambio i Gormiti sfasciano gli equilibri matrimoniali. Piccoli come sono arrivano dovunque, e se il figlio è uno di quelli che trascorre ancora sul lettone le sue notti, allora capita di ritrovarseli sotto le terga. Rare volte, quando il loro padroncino non c’è e i genitori si ricordano di avere una vita sessuale, allora interviene Obscurio. Provate voi a farlo mentre un tizio con le corna da toro e le ali da pipistrello vi guarda di traverso. E poi fatemi sapere come va a finire.

Soundtrack

O.T.
C'è sempre il solito problema tecnico che rende un po' (solo un po') più difficile postare commenti. Vi ricordo che la procedura più semplice, se non si è loggati a Blogger, è quella di postare come "anonimo" e mettere la firma o il nick name alla fine del commento. Sorry.
Ge.P.

giovedì 23 ottobre 2008

Il regime

Berlusconi vuole usare la polizia contro la protesta degli universitari. Dice che l’occupazione di luoghi pubblici non è democrazia, ma violenza. Non sono mai stato un movimentista, né un occupatore. Quand’ero giovane, nel mio liceo ci fu un lungo periodo di “cogestione”: si protestava – non so più nemmeno contro chi e cosa – e si decise di sovvertire il normale andamento delle lezioni. Per quattro mesi si studiarono storia della fotografia, arte contemporanea, musica... Io, che provenivo da una bocciatura, presi l’occasione per starmene a casa a fagocitare il programma della maturità che avrei dovuto affrontare quell’anno, da esterno. I miei compagni, però, si divertirono molto. Probabilmente impararono anche qualcosa che nei programmi ministeriali non stava scritto. Oggi un paio di loro sono, guarda caso, fotografi, musicisti...
Questo per dire che la componente rivoluzionaria nei giovani è sempre un seme gettato a casaccio nella terra, può dare una pianta oppure marcire.
L’argomentazione di Berlusconi, oggi, è più che fragile se si considera che la sollevazione delle università (e non solo) arriva come risposta a una riforma radicale e che, soprattutto, stavolta non sono solo i ragazzi a protestare. Con loro ci sono ricercatori, professori, presidi, rettori.
L’uso delle forze di polizia richiama lo stato di polizia, come giustamente ha fatto notare ieri l’opposizione risvegliandosi dal suo stato di morte apparente.
Il nostro premier non può perdere tempo in inutili beghe dialettiche che altrove sono sintomi di democrazia, non può arenarsi nella melma del dissidio tra interesse privato e interesse pubblico, non può rallentare la sua corsa nella storia per un inciampo di “ordine pubblico”. Berlusconi è uomo e immagine, è fede e ragione. E' sangue e arena. Protestare è, per lui, profanare.
Quindi al rogo i profanatori.

O.T.
Per un problema tecnico è difficile postare commenti oggi. La procedura più semplice, se non si è loggati a Blogger, è quella di postare come "anonimo" e mettere la firma o il nick name alla fine del commento. Un po' di pazienza...

mercoledì 22 ottobre 2008

Forza Sandokan



Vi sembra che stiano tutti dalla parte di Saviano? A parole, forse. Invece navigano sulla scialuppa di Sandokan il boss della Malesia. In superficie, Roberto Saviano è l’eroe che ciascuno difende a retorica spianata. Eppure, nel profondo, gli intellettuali e i politici, i giornalisti e gli uomini di macchina del consenso, tutti insieme appassionatamente lo detestano nel confessionale dei loro risentimenti. Due domande: perché lo detestano? E perché se lo detestano non lo dicono apertamente, visto che (ancora) c’è la democrazia?
Provo a rispondere e resto aperto ad altre risposte. Lo detestano per il successo, per la faccia antipatica, perché i moralisti in questo Paese sono considerati alla stregua dei Grilli Parlanti. Bisogna curarli a martellate. Appena appena si tollerano i grilli fasulli, quelli che moraleggiano sulla pubblica piazza e in privato indulgono ai piaceri della corruzione, astenendosi rispettosamente dal lanciare pietruzze nei gangli di un meccanismo consolidato. Il Sistema Italia prevede una doppia carburazione perfettamente coerente all’ingranaggio. Servono le parole dell’indignazione che ne alimentino la facciata rispettabile, per nascondere la polvere del sospetto sotto il tappeto. Serve il fiume carsico degli affarucci, dei compromessucci, delle cosucce individuali che ognuno di noi ben conosce - dal più alto in carica all’ultimo degli sfigati - e coltiva nel suo orticello di nonsenso civico. Uno come Saviano non si piega. Non si ferma davanti ai distinguo e per questo, qualche volta, sbaglia in eccesso di guerre sante. Ma sarebbe osteggiato, nel più sincero ventre dell’Italia, pure se per avventura ci azzeccasse sempre.
Altro bivio. Perché se lo detestano non lo dicono? Perché Giovanni Falcone, per esempio, è stato tanto sgarbato da morire dopo una vita integerrima passata a schivare attacchi più o meno frontali. E quelli che lo divorarono sono stati costretti ad andare a piangere al suo funerale, col torto scolpito sui lineamenti da Capataz. Meglio coccodrilli che mafiosi.
Ecco perché odiano Saviano nei sotterranei e nei sottoscala della coscienza. Per il trauma antico di Falcone che fu massacrato perfino da la Repubblica, ai tempi di Martelli ministro. Per non dovere correre, battendosi il petto, all’ennesimo funerale di Stato. E’ più funzionale la schizofrenia, la divisione equilibrata tra una fasulla solidarietà pubblica e un inguaribile astio intimo. In questa trama, il vero eroe popolare e segreto è il pirata di turno. E se solo potessero lo griderebbero ad ogni angolo: abbasso Saviano, Forza Sandokan. E Yanez.

martedì 21 ottobre 2008

Le firme comode

Centomila firme per Saviano – nobel inclusi - sono il riconoscimento migliore che si poteva dare a quella banda di criminali che lo vuole morto. Perché lo scrittore non è perseguitato da un’entità ramificata come Al Queda, non ha la scomunica di uno stato canaglia. E’ nel mirino di una banda di delinquenti e sanguinari che non è nemmeno la più potente d’Italia.
Firmare appelli per Roberto Saviano significa, secondo me, fare da sponda al gioco sporco dei “casalesi”, sancirne la potenza. Molto più utile sarebbe stato – con il massimo dispiegamento di forze - consentirgli di trovare casa a Caserta, anzi proprio a Casal di Principe. Imporre la presenza della democrazia in quei vicoli, con una manifestazione al giorno (a turno, organizzata da comuni di ogni parte di Italia), con gli intellettuali che vanno a parlare nelle scuole e nelle piazze, con un’incessante azione di polizia. Ma si capisce, liberarsi la coscienza con una firmetta è molto più comodo.

lunedì 20 ottobre 2008

Come è normale

Veltroni dà l’addio a Di Pietro come un amante deluso dall’ennesima defaillance del partner. Ci hanno provato, riprovato, magari controvoglia, in orari variabili, hanno spremuto la fantasia, ma il risultato è stato il solidificarsi di un’illusione.
Due amanti che si lasciano, dopo tanto soffrire, vogliono solo una cosa: non incontrarsi più per non patire le stesse mancanze che li hanno resi fragili.
Invece Veltroni afferma che, nonostante tutto, con il leader dell’Idv si ritroveranno insieme alle Amministrative, “come è normale”.
Cos’è normale? Fare squadra quando non ci si sopporta? Imbastire strategie politiche quando si parlano alfabeti democratici differenti? Dormire nello stesso letto della casa di campagna (in città si è ufficialmente separati) quando non c’è nemmeno un refolo di affinità?
No, questo non è normale. Questo è conveniente.
E la convenienza è una tomba con troppi cadaveri per noi derelitti elettori di sinistra che ormai andiamo a votare con un ferro di cavallo in una mano e il rosario nell’altra.

sabato 18 ottobre 2008

Calendari

Comincia la corsa ai calendari. Già Eva Henger e Sara Varone hanno fatto pervenire a giornali, tv e siti web le anteprime patinate delle loro (molto interessanti) nudità.
Quello del calendario osé è un rito antico. Ricordo l’officina del mio meccanico – erano tempi di Vespe truccate – con due tette Pirelli appese sulla porta del cesso: mai collocazione fu giudicata più pratica e funzionale. Ricordo due miei amici, i più grandi del gruppo, che negli anni Settanta avevano attrezzato una vecchia cantina come dependance per le loro passioni adolescenziali: arnesi da arte marziale con nomi impronunciabili, fumetti di Lando, calendari di Men e Playboy. Ricordo le copertine dei dischi di Santo & Johnny e di Fausto Papetti che non erano calendari, ma che messe tutte insieme davano la piacevole sensazione dello scorrere delle stagioni: foglie cadenti, costumi ridotti, magliette bagnate.
Erano altri tempi (mi si perdoni il luogo comune) e il “senso del pudore” esisteva per essere violato un centimetro alla volta, con pulsioni centellinate. Il calendario era, ogni volta, la scoperta di una donna (sempre più) scoperta. Chi non aveva officine o cantine lo comprava per tenerlo nascosto. La sua misteriosa magia stava proprio in quell’essenza di oggetto ufficialmente utile e palesemente proibito. Avrebbe dovuto scandire i giorni, invece scandiva le notti.
Ecco, io so chi comprava quei calendari: uno a turno del gruppo dei ragazzini, il lavoratore che faceva un mestiere maschio o l’imperituro segaiolo solitario dei giardinetti.
Non riesco a immaginare chi possa acquistarli oggi.

venerdì 17 ottobre 2008

Economia reale

“Asia a picco, Europa in rosso: timori per l’economia reale”. Ieri leggendo e rileggendo questo titolo sul Corriere online c’era qualcosa che stonava. L’Asia... l’Europa... l’economia...
L’economia reale, ecco!
Nel grande gioco virtuale dei miliardi in fumo entra finalmente un elemento di razionalità. I soldi che la finanza divora non sono un’aggregazione di pixel, i banchieri che vediamo sui media non sono avatar, le borse non sono scenari della Pixar. E’ tutto vero e finalmente qualcuno se ne accorge.
Chi ha studiato la storia del pensiero economico – chiunque – ci dirà che non esiste una teoria perfetta, ma che vari periodi storici hanno figliato diverse correnti. Mi pare che quella attuale sia la più cinematografica: grandi titoli di testa, scene avventurose, intermezzo di pubblicità, colpo di scena finale, applausi e tutti a casa. Come se i tracolli a dieci cifre fossero un effetto speciale.
L’economia reale invece ci riporta all’aria di casa, al contenuto del frigo, agli armadi coi vestiti, al motorino in riserva e alle bollette che stanno lì, ammucchiate sotto il telefono. Ci getta nel panico della matematica: due meno due fa ancora zero. E magari ci tranquillizza pure: se qualcuno i soldi li spende, qualcun’altro dovrà pure incassarli. Ci avverte, insomma, che se a Wall Street si starnutisce, anche noi dobbiamo preparare i fazzoletti.

giovedì 16 ottobre 2008

La libertà di Saviano

La lettera di Roberto Saviano, ieri su Repubblica, ha liberato in me una serie di pensieri che covavano da giorni. Su questo blog abbiamo discusso più volte di Gomorra e gomorrismo, accennando alla situazione oggettivamente incredibile di uno scrittore che vive blindato, strattonato dalla sua scorta per gli allarmi che si susseguono.
Quali che siano i meriti della sua opera, Saviano è un’antenna che deve restare ben dritta senza che malefici colpi di vento non dico la abbattano, ma ne determinino lo spostamento. Nel suo sfogo, lo scrittore racconta di voler cambiare nazione per tentare l’impresa di una vita normale. I maligni possono obiettare: il successo spalanca portoni e chiude qualche porta.
Ma il caso di Saviano è diverso. Semidio, guru, star, oracolo, vip che sia, un artista deve poter frequentare liberamente tutte le stanze della propria fantasia. Il che significa che deve necessariamente passeggiare, schivare (se vuole) i fotografi, guardare un tramonto, innamorarsi, scherzare, farsi moderatamente del male, confrontarsi con gli altri, avere una casa... Altrimenti è un ostaggio chiuso in una piramide di carta - la carta dei suoi stessi libri – dalla quale è quasi impossibile evadere persino col pensiero.
E' vero, il mito dell’eroe imbronciato e scortato ci ha consegnato un personaggio bifronte: affascinante o antipatico, invidiato o detestato, coraggioso o parolaio. La critica letteraria e il pubblico si sono divisi (in parti non uguali) tra chi accenderebbe il rogo e chi il cero votivo.
Credo che Saviano sia, in questo momento, vittima di un’immensa ingiustizia. La criminalità (che non soltanto attecchisce nell’ignoranza, ma ne genera a sua volta) non deve condizionare la vita di nessuno, men che meno quella di uno scrittore, che è un anticrittogamico contro il non sapere. A Roberto Saviano deve essere garantita la stessa libertà elementare di cui godiamo noi comuni mortali. Solo così il semidio può rimanere sull’altare o essere tirato giù: con la forza del giudizio sulle sue opere.

mercoledì 15 ottobre 2008

Quando leggi un bravo giornalista ricorda...




Mi è capitata tra le mani una poesia di Bukowski sulla vita di un artista.
(La prossima volta che ascolti Borodin ricorda che era solo un farmacista che scriveva musica per distrarsi; la sua casa era piena di gente: studenti, artisti, barboni, ubriaconi, e lui non sapeva mai dire di no. La prossima volta che ascolti Borodin ricorda che sua moglie usava le sue composizioni per foderare la cuccia del gatto o coprire i vasi di latte acido; aveva l’asma e l’insonnia e gli dava da mangiare uova à la coque e quando lui voleva coprirsi la testa per non sentire i rumori della casa gli lasciava usare soltanto il lenzuolo; per giunta c’era sempre qualcuno nel suo letto - dormivano separati quando proprio dormivano - e siccome tutte le sedie erano sempre occupate spesso lui dormiva sulle scale avvolto in un vecchio scialle; era lei a dirgli di tagliarsi le unghie, di non cantare o fischiare di non mettere troppo limone nel tè di non schiacciarlo col cucchiaino. Sinfonia n. 2 in si minore Il principe Igor Nelle steppe dell’Asia centrale...)
Mi viene voglia di scrivere una parafrasi blasfema, ma per me essenziale.
La prossima volta che leggi un bravo giornalista, ricorda che è sicuramente un precario, che magari vorrebbe sposarsi ma non può, che è entrato nel mestiere per salvarsi l’anima ed ha scoperto che è difficilissimo farlo, se devi salvarti pure il culo. La prossima volta che leggi un giornalista bravo, ricorda che un tempo amava le parole, ma adesso ha smesso perchè non crede più al mondo e all’onestà. Perciò ha cominciato a guardarle come si guardano vecchie puttane che non ti incantano. La prossima volta che leggi, ricorda che il precario dei giornali scade come le mozzarelle e che ha tanti padroni. L’editore è il suo padrone assoluto, colui che può prolungare l’agonia o levargli la croce dalle spalle. Il resto appartiene ai sensi di colpa che traumatizzano il malcapitato, rammentandogli quanto sarebbe stato meglio provare con l’odiato posto in banca, dopo l’ottimo diploma al liceo. Già che ci sei, la prossima volta che leggi un bravo giornalista, ricorda che, da ragazzo, era un sognatore e voleva bene agli altri. Ed era convinto che gli altri condividessero il suo ideale di amore e giustizia. Troppo tardi si è accorto delle risate, degli sfottò e dell’abisso. Troppo tardi ha capito che il precariato dei giornalisti non è un accidente, è un’alchimia della politica per controllarli e tenerli alla catena. Eppure, nonostante tutto - con l’aiuto di qualche capitano coraggioso che pure c’è - tentiamo di spezzare il cerchio di fuoco. Anche se spesso stiamo malissimo.
Già, ma come finisce la storia di Borodin? Ecco, finisce così.
Riusciva a dormire solo mettendosi
un pezzo di stoffa scura sopra gli occhi;
nel 1887 partecipò a un ballo
all’Accademia di medicina
indossando un allegro costume nazionale;
sembrava finalmente di un’insolita gaiezza
e quando cadde sul pavimento,
pensarono che volesse fare il pagliaccio.
la prossima volta che ascolti Borodin,
ricorda...

martedì 14 ottobre 2008

Amici, parte seconda

Ancora sull’amicizia. E, come preannunciato, qualche caso diverso rispetto a quelli che ho raccontato ieri.
Un amico che ha lavorato con me per molti anni. Stesso ruolo del mio, stessa carica, altissimo rischio di conflittualità quindi. Visione politica differente, vite e scelte diversissime. Mai uno screzio, nonostante la strategia dell’azienda per la quale lavoravamo fu, a un certo punto, quella di metterci in contrapposizione. Ci sono stati periodi in cui ci siamo frequentati di meno, altri in cui ci siamo persi di vista. Eppure, quando serve, la prima telefonata è la sua.
Due amici di recente acquisizione. Passioni comuni, la scrittura tra tutte, che si sono sublimate in lavori comuni. Ridiamo e ci accapigliamo con disinvoltura, ognuno tenendosi stretta la propria dose di permalosità. Ciascuno di noi ha cieca fiducia nelle debolezze dell’altro.
Cinque amici lontani, in altre città, in altri paesi. Tutti realizzati, diciamo pure di successo, nei campi più disparati. In passato sono stato uno specialista in deragliamenti: ogni volta da quelle città lontane arrivava un invito. Ho viaggiato molto.
Un’amica cara ha deciso che ero giornalisticamente defunto e mi ha dato l’occasione di riprendermi quello che avevo perso, senza sconti né franchigie. Oggi campo bene anche grazie a lei.

P.S. Non mi sono dimenticato degli altri. Solo che c'è differenza tra un post e un elenco di ringraziamenti a salma tumulata. Comunque, il cellulare è acceso.
2-fine

lunedì 13 ottobre 2008

Amici, parte prima

Qualche mese fa ho cambiato lavoro e, inevitabilmente, stile di vita. Vi ho abbondantemente tritato le scatole con pensieri, allucinazioni, peana e ringraziamenti. Quello di oggi è un post sul post: cioè un minimo bilancio su quello che è accaduto dopo quella piccola rivoluzione nella mia vita.
E’ quando ci guardiamo indietro, intorno, che inevitabilmente vediamo gli amici. Ho suddiviso le mie riflessioni (brevi, lo giuro) in un paio di capitoli. Oggi vi beccate il primo.
Un amico importante, nel senso che oggi occupa una posizione di grande rilievo nell’informazione italiana. Un direttore di testata. Vent’anni fa eravamo compagni di scorribande professionali e non (spesso il non era la parte dominante). Veniva dalla provincia. A Palermo affittò una casa vicino alla mia. E furono serate esaltanti: 1988, 1989, 1990, 1991, 1992... Cronaca e cene improvvisate, professione e risate, Mazara e Palermo. Addentavamo il mestiere con la voracità dei ragazzi che si meravigliavano di ricevere uno stipendio a fine mese. L’ho chiamato due mesi fa per scherzare su un fatto di cronaca che mi ricordava i nostri inizi. Ha risposto a monosillabi: “Ti chiamo più tardi”.
Mai più sentito. Avrò l’alito che puzza per telefono.
Un altro amico caro. Molte cose in comune: sport, mestiere, persino un’auto. Oggi è un professionista molto celebrato per il suo impegno antimafia. Ha vissuto momenti difficili nella sua vita. Io, nel mio piccolo, ci sono stato. Lo scorso inverno, in una fase di personale indecisione, l’ho incontrato per chiedere un suo parere. Ha detto la sua, rimandando a futuri incontri. Poi è sparito. La scorsa estate l’ho invitato a un’anteprima alla quale tenevo molto. Mi ha inviato un sms: “Prima vado da... e poi volo da te”.
Mai più visto.
Morale. Strani amici quelli che hanno il ruolo professionale che fa cortocircuito con la memoria: più il primo cresce, meno la seconda s’impone.
P.S. Nella seconda puntata, casi di segno opposto.
1-continua

sabato 11 ottobre 2008

Libri e bambole spettinate



La passione per la lettura nasce da piccoli, dura tutta la vita e chi ce l’ha la affina con gli anni diventando sempre più schizzinoso anche per le edizioni. Quelle tascabili sì, ma solo se Einaudi o Adelphi e poche altre. Le ristampe a 5 euro fanno compagnia alle riviste in bagno. Nasce, cresce e si sviluppa la ricerca del “libro perfetto”, quello che magari insegna a vivere, regala parole che sfuggono per la definizione di un dolore o per una gioia. Un libro ricorda un momento, un giorno, l’attesa, un temporale. E’ la prova che una persona ha attraversato la nostra vita. Ci sono libri che fanno incazzare, altri che provocano cataclismi interiori: i migliori. Alcuni li mettiamo in un angolo. Aspettano. Ogni testo ha il suo tempo.
Tutta ‘sta premessa per parlare di un sito, www.anobii.com, al quale sono molto affezionata (sì, affezionata) e che permette di entrare in contatto con una marea di gente che legge. Lo so: la lettura è l’arma dei solitari e col tempo ho imparato che il giudizio di una persona può non corrispondere in pieno con il gusto di un’ altra. Nelle pagine si nascondono migliaia di sfumature e solo di queste, alla fine, si parla.
Perché mi piace Anobii? Perché, se è vero che un appassionato di libri non sa mai quanti ne ha (io sì, purtroppo), grazie a questo sito finalmente può ricevere l’inventario in Excel direttamente per e-mail. L’elenco dei testi divisi per autore, per casa editrice, per anno di pubblicazione...
Ovviamente ciò non avviene per opera dello spirito santo ma solo dopo un certosino lavoro di inserimento del codice Isbn. Ho passato ore, e conosco molta che gente che ha fatto come me, a scrivere quel numero per vedere magicamente comparire sullo schermo la copertina di ciò che avevo in mano. Non è, per fortuna, il solo modo per “caricare” i volumi. Uno, tanto ovvio quanto geniale, è quello di guardare le librerie altrui e cliccare sull’opzione che permette di copiare il libro nella tua, oppure, se non ce l’hai, puoi andare a spiare una lista che racchiude quelli che vorresti avere. E ancora, secondo il principio secondo il quale i libri scandiscono il tempo, per ogni volume c’è la possibilità di inserire il luogo di acquisto (è tutto nel database) il negozio, la data, di etichettarlo, e soprattutto di esprimere un giudizio, o una articolata recensione. Insomma: un inventario che fa ordine nel posto in cui è più difficile fare ordine, la fantasia.
P.S. Ne approfitto per dire che, secondo me, coloro che organizzano i premi o quelli che scrivono recensioni nei giornali più importanti, la devono finire di prendere in giro i lettori. Spesso parlano di boiate infinite scritte da raccomandati. Rossovermiglio, ad esempio, vincitore dell’ultimo Campiello, è scandaloso. E i giornali la finissero di intervistare l’autrice, Benedetta Cibrario, anche su come vanno pettinate le bambole. A molti di noi le bambole ci piacciono spettinate.

venerdì 10 ottobre 2008

I romanzi che curano

Sulla rivista Ok, la salute prima di tutto leggo un interessante articolo sul potere taumaturgico dei romanzi. I più colti la chiamano biblioterapia. Chiunque abbia il vizio della lettura sa che è un metodo che funziona veramente. Quante volte abbiamo annegato la depressione nella carta vergine di un libro appena acquistato? Quante volte abbiamo inseguito il sonno che ci sembrava irraggiungibile saltando al volo sulla penna di uno scrittore? Quante volte ci siamo immedesimati in personaggi fantastici che ci hanno fatto dimenticare il mal di testa? Quante volte...
Dopo aver letto l’articolo, e i suggerimenti in esso contenuti, ho stilato la mia personalissima ricetta. Ve la sottopongo, in attesa delle vostre medicine da sfogliare.
Contro l’ansia: La famiglia Winshaw e La casa del sonno di Jonathan Coe, I delitti di via Medina-Sidonia di Santo Piazzese.
Contro l’insonnia (i libri avvincenti mi fanno addormentare serenamente): Il nome della Rosa di Umberto Eco, Congo di Michael Crichton, Il club Dumas di Arturo Pérez-Reverte.
Contro le emicranie da noia: La grammatica di dio di Stefano Benni, La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, L’elenco telefonico di Atlantide di Tullio Avoledo.
Contro le depressioni sentimentali: Mi fido di te di Abate-Carlotto, Ti prendo e ti porto via di Nicolò Ammaniti, Il tempio delle signore di Eduardo Mendoza.
Controindicazioni: Prima di sparire di Mauro Covacich non è indicato a chi è in stato di prostrazione in seguito a tradimento coniugale, il De profundis di Oscar Wilde è sconsigliato a chi soffre di attacchi di ira, Il minotauro di Benjamin Tammuz non va bene per chi soffre di ossessioni, la gran parte dei romanzi di Andrea Camilleri in cui è protagonista il commissario Montalbano è sconsigliata a chi ha deciso di mettersi a dieta.
Medicina universale (praticamente un meraviglioso placebo). Le lezioni americane di Italo Calvino.

Corso di editoria

Udite, udite!
Tra il 7 novembre e il 20 dicembre, si svolgerà a Palermo un corso di “editoria e creatività” tenuto dall’organizzazione Fattesto. Quattordici incontri che si svolgeranno il venerdì (ore 18-21) e il sabato (ore 9-12).
Il corso, che è a numero chiuso, ha l’obiettivo di formare al lavoro in editoria e di stimolare la creatività con la “fabbrica delle idee”. Fattesto si avvale di docenti qualificati e di partner che offriranno stage ai corsisti più meritevoli. Al termine del corso – che prevede una serie di prove scritte per giungere alla valutazione complessiva dei partecipanti, ai fini dell’attribuzione degli stage – verrà rilasciato un attestato di frequenza.
Per partecipare alla selezione ai fini dell’iscrizione, bisogna inviare entro il 30 ottobre a info@fattesto.it un curriculum sintetico con tutti i recapiti (indirizzo, telefono ed e-mail) e una breve indicazione della motivazione della richiesta di iscrizione. Questa mail può essere utilizzata anche per chiedere qualunque altra informazione.

giovedì 9 ottobre 2008

Dal mio dizionario



Gomorrismo
Sost. maschile. Pl. Gomorrismi.
Fenomeno letterario derivato dal successo del libro “Gomorra” di Roberto Saviano. Di libri-inchiesta che affrontano, nel solco della serialità, varie tematiche legate alla criminalità italiana, specialmente quella organizzata, nelle sue più diverse forme. Di cronaca romanzata, intesa dal pubblico come pregevole strumento obiettivo per la conoscenza della realtà criminale in tutte le sue sfaccettature. Di genere letterario che ha rimpiazzato, nelle classifiche, il più longevo noir italiano; in accezione negativa: divulgazione di maniera, sottogenere italico di grande successo sotterraneamente ispirato all’opera “A sangue freddo”, del capostipite americano Truman Capote.
Agg. Gomorrista: di autore coraggioso che si immerge nei mali della società ergendosi a paladino della legalità con i suoi scritti. Es. le classifiche del sito Ibs sono piene di gomorristi; se vuoi vendere devi essere più gomorrista/fare più gomorrismo; devo regalare un libro, avete qualcosa di gomorrista? Dostoevskij scrisse grandi verità pur non essendo gomorrista/non facendo gomorrismi.

mercoledì 8 ottobre 2008

I cordoni delle borse

Il disastro delle borse è uno di quegli eventi che spaventa tutti più per sentito dire che per personale convincimento. In piena epoca di soldi virtuali, di fiumi miliardari che scorrono sotto la crosta della pubblica percezione, il crack economico mondiale dà brividi da telegiornale delle 20: chi può mai credere che i propri risparmi da un giorno all’altro spariscano dalle casseforti della banca sotto casa?
Tocchiamo ferro. Ma, nello stesso tempo, cerchiamo di farci un’idea di ciò che accade. Non vi tedierò sulle cause: non ne ho la competenza e probabilmente ne saprete già qualcosa. Gli scenari però sono importanti e per identificarli non ci vuole un Nobel.
Lo schianto delle borse europee ha dimostrato che il modello di capitalismo del vecchio continente non è migliore di quello americano, tacciato dai puristi come troppo spregiudicato. Quando ci mettiamo d’impegno, noi europei, che non siamo neanche Stato e che quindi non abbiamo l’unità del gigante d’oltreoceano, riusciamo a fare anche peggio, finanziariamente parlando, degli Stati Uniti. Non ci facciamo troppe domande, neanche in periodo elettorale, mentre il ceto medio americano in questi giorni si sta drammaticamente chiedendo se i 150 mila soldati sul fronte iracheno stiano vincendo, perdendo o pareggiando. E la guerra, come sapete, esercita una pressione fondamentale sui pedali dell’economia.
Fuggiamo a gambe levate dai mercati finanziari, mentre gli esperti dicono che chi può permettersi di lasciar sedimentare per qualche anno le azioni sta facendo come Warren Buffett, che compra a più non posso: ora, adesso.
Il Papa, l’altro giorno, ha introdotto un tema interessante, ammantandolo però di un cattolicesimo zuccheroso che lo ha reso, come spesso accade, distante, poco reale. Poteva essere un manifesto ed è diventato un santino. Dire che quel che conta non sono i soldi, ma la parola di Dio significa rendersi incomprensibile a quel milione di famiglie che campano di spiccioli e non di sacramenti. Di ben altro valore il richiamo all’etica. Secondo il banchiere cattolico Mazzotta «non esiste un’economia libera senza un’etica. Quando l’etica non c’è, l’economia cessa di essere libera e probabilmente cessa pure d’essere un’economia. Si può essere credenti o atei, non importa. Magari un ateo farà più fatica, ma se è per questo un cattolico ipocrita può pure imbrogliare più facilmente». Si può condividere, no?
Ultima annotazione. La crisi attuale, da New York a Milano, dimostra come i banchieri agiscano nella più totale assenza di controlli. Impegnano soldi già impegnati, alimentano desideri in chi quei desideri non può permetterseli, chiudono i rubinetti dei prestiti da un’ora all’altra. Ora, nessuno pretende che il padrone di una banca debba essere un frate benedettino, ma che ci sia un superiore che ogni tanto gli chieda “quante volte, fratello?”, quello sì.

martedì 7 ottobre 2008

I passi della Granbassi


di L’avvelenata

Cara Margherita Granbassi,
lei è un’ottima atleta e lo ha dimostrato a tutti. Lei è anche un’atleta dei carabinieri e pure questo è noto. Ma che coltivasse sogni televisivi penso lo sapessero in pochi, pochissimi, forse nemmeno i suoi parenti. Poi ha esordito ad Annozero con Santoro, e l’Arma gliel’ha consentito, salvo fare dietrofront dopo la prima puntata. Ora, scorrendo le cronache che la riguardano, apprendo che lei dovrebbe rinunciare alla divisa (e quindi immagino anche alla sopravvivenza economica. Ma di questo so poco, quindi lo spieghi lei) per rimanere in trasmissione. Sorvolo su se e quanto questo clamore e queste polemiche influiscano sull’immagine e la serenità di un’atleta, perché non è affar mio e dormo bene la notte anche senza saperlo. Però le chiedo: se, a conclusione del braccio di ferro in corso, lei dovesse essere congedata dall’Arma e dar seguito al suo ingaggio ad Annozero, cosa le offrirebbe in prospettiva una carriera in tv? Forse un’altra stagione santoriana, e nemmeno certa, dato che il prossimo anno – sempre che Santoro resista in televisione, e me lo auguro – lei non farà più notizia: non sarà più la nuova presenza femminile della trasmissione (perché sarà vecchia di una stagione) e non ci saranno altre polemiche, come in questi giorni, perché la diatriba si sarà risolta. Quindi, bene che vada, lei vivrà un altro inverno sotto riflettori molto meno luminosi. E poi? Quale sarà il passo successivo? Campare, come tante e tanti, di ospitate negli squallidi salottini Rai e Mediaset? Commentare l’Isola dei famosi? Sedersi su uno sgabello a Unomattina? Fare qualche sorpresa a un telespettatore di Carramba o di C’è posta per te? Entrare in giuria ad Amici? E da lì, magari, concedersi pure un servizio sexy su un mensile qualsiasi, come una delle mille caduche veline?
Annozero va benissimo. Anche se qualcuno già si domanda se un carabiniere, in pubblico, possa schierarsi politicamente o no. Ma dopo? Questo è il mio dilemma. Cosa la aspetterà quando lei sarà fuori dallo spazio televisivo di Santoro?
Cara Margherita, la tv lusinga ma spesso tradisce. E poi, a giudicare dalla fine ingloriosa di molti sportivi (Cabrini, Schillaci, Tacconi e altri miti rimasti incastrati tra atletica e reality, piombati nella polvere di stelle e mai più rialzatisi), alla lunga non paga. O forse paga dal punto di vista economico, anche se non per molto. Allora non è meglio, forse, restare atleta e carabiniere, almeno nella sobrietà e nello stile?

lunedì 6 ottobre 2008

Un incosciente in cucina

Non sono un grande cuoco, però cucino ogni giorno. Detesto il pasto improvvisato, il panino al volo, la roba riscaldata. Provengo da una tipica famiglia siciliana che a tavola celebra il piacere di ritrovarsi, gli affetti, il trionfo della golosità.
Questo per introdurre alcune domande cruciali.
1) Col cavolfiore, aglio o cipolla?
2) Pasta coi legumi, ci sta il soffritto?
3) Uovo sodo, sette minuti di bollitura sono troppi o pochi?
4) Come si fa a rendere croccanti le patate al forno?
5) Ancora sui legumi. Coi ceci ci va la salvia. Coi fagioli? Con le lenticchie?
6) Come si fa una frittura croccante?
7) Il peperoncino va aggiunto a cottura ultimata o no?
8) Questa è de relato, non mangio carne. Come si fa a capire scientificamente se l'arrosto è cotto all'interno?
9) Carbonara, quando versare l'uovo per non farne una frittata?
10) Il timo dove minchia va?

sabato 4 ottobre 2008

Battipanni, liberi tutti

Ricapitoliamo. Quasi una settimana fa, un tranquillo signore della città più cool d’Italia, mentre è a cena con moglie e amici, scopre che gli stanno svaligiando la casa. Sorprende i ladri, si mette lui stesso all’inseguimento e cerca di farli arrestare. Cerca, perché quattro dei cinque banditi si rifugiano all’interno di quella terra di nessuno che è il campo nomadi, un posto dove la polizia non ha vergogna di ammettere che si rifiuta di entrare. L’unico fesso che si fa arrestare non è poi così fesso: due giorni dopo si becca i domiciliari nella baracca accanto a quelle dei suoi compari, e addirittura – nonostante la quasi flagranza di reato - dice al giudice che lui si trovava lì di passaggio, anzi si era fermato proprio in quella strada giusto per pisciare. Qui trovate qualche notizia sulla sua fedina penale: furto, tentato furto, tentata rapina, furto, furto...
Sono stato comunista, vegetariano, diessino, animalista, progressista, nipotino dei fiori, garantista, girotondino, movimentista, lenzuolista. Eppure quando accadono certe cose mi sento un fascista. Perché talvolta - a seconda delle esperienze - siamo tentati di cedere a un ideale di giustizia prêt-à-porter, una giustizia immediata, costruita su misura, vergognosamente comoda. Ci sporgiamo dalla barricata, spiamo l’arma del nostro peggiore nemico. E capita che, con dolorosa rassegnazione, ci sembri la più efficace. Non dura lex sed lex, bensì mea lex... con quel che ne consegue.
Basterebbe poco per risolvere questa tragica ossessione. Basterebbe che un pluripregiudicato, (nomade, rumeno, italiano o di qualunque altra nazionalità) rimanesse in carcere per espiare le sue colpe. Basterebbe che un questore (tanto più se di una città cool) decidesse di espugnare una terra che, a dispetto di qualunque logica civile, è chiusa ai controlli di polizia.
Cinque colpevoli, uno solo individuato e punito con una sculacciata. Gli altri giocano a nascondino nel giardinetto sotto casa. Nessuno li cerca: si annoiano quasi, prima di arrivare al “battipanni, liberi tutti”.

venerdì 3 ottobre 2008

Maria, amici e guardati



Il sentimento, nelle sue forme più variegate. E’ il principio e la fine (ma soprattutto il fine) della tv filippiana. Moderna Montessori, nel look una via di mezzo tra un’aguzzina delle SS e una manager sadomaso del Terzo Millennio (per quest’ultimo riferimento vedansi le calzature esibite per due sabato sera consecutivi su Canale 5, una rete da pescatore a trama stretta che s’inerpica con feticistica voluttà dall’alluce fin poco sopra la caviglia), Maria De Filippi assolve il non semplice ruolo di educatrice dell’animo nazionale, dall’adolescenza (“Amici”) all’altare (“Uomini e donne”), alla famiglia accompagnata per mano, lungo e attraverso le generazioni, fin quasi alle soglie della sepoltura gentilizia (“C’è posta per te”). E siccome la catarsi pedagogica non può che avverarsi soltanto dopo lungo, sofferto travaglio emotivo, è nel difficile esercizio del conflitto – e nell’arte sottile e fittizia del dipanarlo – che Maria (detta, alla pari di una sua illustre antenata, “la sanguinaria”) affila le sue unghie e la sua scienza. I futuri showman and showgirl di “Amici” (tranquilli, li rivediamo da domenica prossima su Canale 5, promossi al pomeriggio del dì di festa proprio come se la loro telecatodica formazione fosse un compito a casa da consegnare il lunedì mattina in classe) devono sottostare alle forche caudine della cattivissima professoressa o trovar conforto nel docente dal cuore di zucchero, ma soprattutto mettere in atto cruente strategie per eccellere. Pin-up lungocigliate e palestratoni infingardi di “Uomini e donne” sono invece già partiti per la caccia grossa al possibile uomo/donna della propria vita. Una volta si diceva “ti porto a prendere un gelato”, oggi la faccenda è più prosaica, “ti porto in esterna”, cinguettano o muggiscono le lei e i lui dell’agenzia matrimoniale di Maria, come a dire “usciamo fuori da questo studio televisivo e ti faccio vedere chi sono veramente” (e che importa se te lo dimostro pure lì davanti a due cameramen e a un fonico?). Ma lo shock più forte è al sabato sera (“C’è posta per te”), madido di lacrime, un immenso feuilleton, disseminato di acuminati cocci da ricomporre attraverso un sovrumano, spossante, sudorante perdonismo familista. “Apri la bustaaaa!!!” urla l’arena tv al ragazzone ventottenne la cui madre è scomparsa nel nulla quando lui era in fasce. “Apriiiiii!!!”, impone la folla al padre che non vuol più vedere la figlia che ha disonorato casa trescando e scappando col marito della zia (sorella di mammà). Montessori 2000 su tacco 12 confessa laicamente i postulanti e invoca il candeggio per ogni colpa, un verdetto favorevole, un pollice in alto, che sia epilogo rassicurante e riconciliante di quei microgiudizi universali attraverso cui, la sera che precede il dì di festa, vuol emendare ogni abominio commettibile fra il tinello e il piano cottura. Quasi sempre, ci riesce.
Avvertenza (con invito alla riflessione): da troppo tempo la tv filippiana (specie “C’è posta per te”) ha vocazione (e probabilmente ascolto) centro-sudista. Forse perché è lì, in quelle plaghe del Belpaese un tempo afflitte ma nemmeno oggi messe granché bene, s’annida il vero cuore dell’Italia? (“addinòcchiate, e vàsame ’sti mmàne”, zàn, zàn-zà; cfr: “’O zappatore”).

giovedì 2 ottobre 2008

Filetto flambé



Certe volte capita, e capita tutto in un giorno.
Capita che al mattino chiedi alla tua metà di comprare le cotolette già impanate dal macellaio. Perché poi, a pranzo, devi fare presto. E capita che invece lui tiri fuori dalla busta della spesa due filetti che ti toccherà fiammeggiare, dopo un’ accurata marinatura in cognac e spezie.
Capita che poi, più tardi, ti venga in mente di chiedere alla tua collaboratrice una scheda di percentuali e grafici, perché poi devi sviluppare un certo lavoro, che magari sia bene informato e bello anche da vedere.
E capita che invece lei ti rifili un copia ed incolla da un sito americano, e pure mal tradotto, dove nessun congiuntivo sta al suo posto, e dove i grafici- dimenticati in un angolo del foglio- si riducono all’advertising di Google: “cerchi sesso facile?”, “cerchi un lavoro?”.
Capita, anche, e capita nel pomeriggio, che in farmacia ti rifilino un cachet per il mal di testa a posto di un clistere. E che poi tu torni indietro per sentirti dire che sì, quella pillola provoca degli effetti secondari che- guarda che culo- fanno al caso tuo. E che non vale la pena usare-prodotti- invasivi-per un problema-così banale.
Capita che tu ti rivolga a tuo padre per la prima volta dopo sette mesi, e che lui scambi un messaggio di riconciliazione per una richiesta di aiuto. E che dunque rifili ai tuoi figli cinquanta euro per comprarsi quaderni e grembiulino.
Capita che di notte sogni il tuo fratellone che manca dalla tua vita da troppi anni. E che, tra un abbraccio e l’altro, ti ricordi di fargli la domanda fatidica. Capita. Capita che gli chiedi, con molta cautela: dai, a me lo puoi dire, cosa c’è “dopo”? Eh? Dimmelo, dai…
E che lui di colpo ti volti le spalle, e ti risponda sadico:
“Un bel filetto flambé!
E che altro sennò, sorellina?”

mercoledì 1 ottobre 2008

Il gioco dei nomi

Provate a digitare il vostro nome su Google: solo il nome di battesimo. Respirerete la più genuina aria dei nostri tempi.
Io ho fatto queste prove.
Salvatore. Primo S. Aranzulla, esperto informatico di 18 anni. Secondo S. Angelucci, forte di una partecipazione a "Uomini e donne" della De Filippi. Solo terzo S. Fiume. S. Quasimodo è quarto. Seguono il senatore S. Cuffaro e S. Lo Piccolo, mafioso.
Daniela. Prima la Santanché, destrista pentita. Seconda una tale D. Bello, starlet.
Roberto. Primo R. Cavalli, stilista. Secondo R. Saviano, scrittore bestsellerista. Terzo R. Benigni. Quarto R. Bolle, ballerino.
Alessandra. Prima, su quasi 20 milioni di riferimenti trovati, A. Mastronardi, attrice. Seconda Alessandra e basta, cantante. Terza A. Mussolini, ultradestrista.
Giacomo. Primo resiste G. Leopardi. Segue G. d'Inghilterra. Al terzo posto un mobilificio. G. Puccini, solo quinto, è preceduto da G. Rizzo, esperto di informatica.
Sul mio nome stendo un velo pietoso.